TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA
La parola di Papa Leone XIV
DIALOGO DEL SANTO PADRE CON I GIOVANI
PIAZZA SANTA MARIA DEGLI ANGELI (ASSISI)
Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione. La Bibbia ci ispira a vivere così: come chi è chiamato ad alzarsi, a percorrere la propria storia ricevendo come un dono direzione e senso dal Signore, per amare secondo i suoi disegni (cfr 1Cor 13 e 1Gv 4). La fede, la fiducia, l’affidabilità rivelano qui il loro indissolubile intreccio. In questo modo, nella fede smascheriamo l’illusione che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano. Si possono infatti moltiplicare esperienze, contatti, consumi, restando però sempre allo stesso punto. Il costo umano è alto e il vuoto interiore è profondo. Non di rado si arriva a usare le persone e a esserne usati. Il “per sempre”, allora, è una grazia alla quale Dio stesso ci aiuta a rispondere con la nostra fedeltà, per una pienezza di vita (cfr Gv 10,10). Fin dall’adolescenza è importante perciò imparare a conoscersi, decidersi e giocarsi – cioè a rispondere al Signore che chiama – senza smettere di farlo nell’età adulta, all’interno delle decisioni già avvenute e davanti a quelle ancora da prendere. È un’avventura in cui nessuno deve sentirsi solo e che, come la fede, durerà fino all’ultimo istante. Nell’adesione al progetto unico che Dio manifesta per ciascuno di noi, la chiamata fondamentale, scritta in ogni cuore, è una chiamata alla comunione e non si ascolta una volta sola, ma ogni giorno. Il peccato inquina la chiarezza su questo punto, introducendo nei legami fondamentali diffidenza, competizione e sospetto. Grazie a Dio, invece, ogni vocazione è anche un cammino di redenzione e guarigione. L’invito di Gesù, che ci chiama a seguirlo, illumina la nostra dignità e ci fa onorare quella altrui, provando fiducia e dando fiducia: questa dinamica è così liberante, che merita tutta la nostra passione.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
COMMENTO LAICO di Tonino Cavallaro
Gli invitati e l'abito nuziale: accogliere sì, ma a quali condizioni?
Dal Vangelo di Matteo al problema dell'immigrazione: il diritto di essere accolti e il dovere di rispettare le regole.
Certe pagine del Vangelo, quando proviamo a leggerle al di fuori di una prospettiva strettamente religiosa, ci pongono domande che vanno ben oltre il significato originario del testo. È il caso della parabola delle nozze del figlio del re, raccontata da Matteo.
Un sovrano organizza una festa, ma gli invitati disertano. Decide allora di aprire le porte a tutti coloro che i suoi servi incontreranno per strada, senza distinguere tra buoni e cattivi. La sala si riempie, la festa può cominciare. Eppure, quando il re entra, nota un uomo privo dell'abito nuziale. Quell'uomo viene allontanato.
È proprio questo particolare a suggerirci una riflessione che, pur senza pretendere di attribuire al Vangelo significati estranei al suo contesto, possiamo trasferire sul terreno della convivenza civile.
Aprire le porte significa forse rinunciare a ogni regola? E chi viene accolto non ha a sua volta alcun dovere nei confronti di chi lo accoglie?
Sono domande che riguardano da vicino una delle questioni più controverse del nostro tempo: l'immigrazione.
L'accoglienza non può essere soltanto uno slogan
L'Italia è un Paese che conosce bene l'emigrazione. Per generazioni, milioni di italiani hanno lasciato le proprie case per cercare lavoro e condizioni di vita migliori in Europa, nelle Americhe e in altri continenti. Molti sono partiti con pochi mezzi, hanno affrontato diffidenze e difficoltà, hanno imparato lingue nuove e si sono adattati a società diverse dalla propria.
Questa memoria dovrebbe impedirci di guardare con indifferenza chi oggi arriva sulle nostre coste o attraversa le nostre frontiere. Dietro ogni percorso migratorio possono esserci la povertà, la ricerca di un lavoro, la fuga da una guerra o la speranza di costruire un futuro diverso.
Ma ricordare la nostra storia non significa concludere che ogni ingresso debba essere consentito senza condizioni, né che ogni permanenza debba essere automaticamente autorizzata. Una politica migratoria deve tenere insieme umanità, legalità e capacità concreta di accoglienza.
L'accoglienza, infatti, non consiste soltanto nell'aprire una porta. Significa organizzare servizi, garantire condizioni dignitose, favorire l'inserimento lavorativo e sociale, prevenire lo sfruttamento e assicurare che i diritti di tutti siano tutelati.
Significa, però, anche stabilire regole chiare.
Chi arriva ha diritti. Ma ha anche doveri.
Chi entra regolarmente in Italia e ottiene un titolo di soggiorno è tenuto a rispettare le leggi del Paese. Lo stesso vale per chi viene accolto attraverso percorsi di protezione o altre procedure previste dall'ordinamento.
Non si chiede a chi arriva di cancellare la propria identità, di dimenticare la propria lingua o di abbandonare ogni tradizione. Si chiede qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, fondamentale: rispettare le leggi, la libertà degli altri, l'uguaglianza tra le persone e i principi sui quali si fonda la convivenza civile.
Nessuna cultura può costituire una giustificazione per la violenza, la sopraffazione o la negazione dei diritti altrui. Ma neppure possiamo confondere una differenza culturale, una consuetudine che non condividiamo o un comportamento semplicemente sgradito con una violazione della legge.
È necessario distinguere, giudicare i fatti e non le provenienze, applicare le stesse regole a tutti.
Il problema nasce quando l'accoglienza viene concepita come un diritto privo di qualsiasi responsabilità, oppure quando le istituzioni si dimostrano incapaci di intervenire di fronte a violazioni accertate. In entrambi i casi si produce una frattura: chi arriva perde fiducia nelle istituzioni e chi già vive nel Paese può maturare la convinzione che le regole non siano uguali per tutti. Una società democratica non dovrebbe permettere che questa contrapposizione diventi inevitabile.
La questione degli ingressi irregolari
Esiste poi il problema di chi entra nel territorio nazionale senza seguire le procedure previste dalla legge.
Anche qui occorre evitare le semplificazioni. L'ingresso irregolare non dimostra, da solo, che una persona sia pericolosa o non meriti protezione. Chi fugge da persecuzioni o da conflitti può avere diritto a chiedere asilo, e la sua situazione deve essere esaminata secondo le garanzie previste dalla legge.
Ma il diritto di chiedere protezione non equivale a un diritto automatico e illimitato di rimanere nel Paese, indipendentemente dall'esito della procedura. Analogamente, chi non possiede i requisiti per soggiornare in Italia può essere destinatario di un provvedimento di allontanamento, nei casi e secondo le modalità stabiliti dall'ordinamento.
È una distinzione essenziale, perché una politica migratoria credibile deve saper fare entrambe le cose: proteggere chi ne ha effettivamente diritto e gestire legalmente i casi di chi non ha titolo per restare.
Se le procedure si trascinano per anni, se i provvedimenti non vengono eseguiti o se lo Stato non riesce a distinguere tempestivamente le diverse situazioni, la legge rischia di perdere credibilità. E quando le istituzioni appaiono impotenti, a pagare il prezzo sono tanto i cittadini quanto gli immigrati che rispettano le regole e cercano onestamente di costruirsi una vita nel nostro Paese.
L'espulsione: una misura possibile, non una vendetta
Arriviamo così al punto più delicato. Che cosa deve fare uno Stato quando una persona non ha diritto di rimanere sul suo territorio? E come deve comportarsi quando uno straniero commette reati o viola le condizioni previste dalla legge?
La risposta non può essere né l'impunità né la punizione indiscriminata.
L'espulsione è uno strumento previsto dall'ordinamento italiano, ma non è una conseguenza automatica di qualsiasi violazione. La sua applicabilità dipende dalla situazione giuridica della persona, dal motivo del provvedimento e dalle garanzie che devono essere rispettate. Esistono inoltre limiti importanti, soprattutto quando sono in gioco il diritto d'asilo, il rischio di persecuzione o il pericolo di trattamenti inumani e degradanti.
In uno Stato di diritto, tuttavia, le decisioni legittimamente adottate devono poter trovare concreta attuazione. Diversamente, si alimenta l'idea che le norme siano soltanto dichiarazioni di principio.
Per questo è ragionevole chiedere procedure più efficienti, decisioni tempestive, controlli efficaci e l'esecuzione dei provvedimenti definitivi di allontanamento nei casi consentiti dalla legge. Non per spirito di vendetta, né per colpire chi è straniero, ma perché la convivenza richiede che i diritti siano accompagnati da responsabilità e che le regole non restino prive di conseguenze.
La stessa fermezza deve valere, naturalmente, per i cittadini italiani che violano la legge: l'origine di una persona non può trasformarsi né in un'aggravante arbitraria né in uno scudo contro le conseguenze delle proprie azioni.
L'abito nuziale della convivenza
Torniamo, infine, alla parabola di Matteo.
Il significato religioso dell'abito nuziale non coincide necessariamente con quello che possiamo attribuirgli in una riflessione civile. Sarebbe scorretto sostenere che Gesù stesse parlando delle politiche migratorie contemporanee. Ma la scena può offrirci una metafora utile: l'ingresso in una comunità non è soltanto una questione di porte aperte, ma anche di condizioni che rendono possibile la vita comune.
L'abito, in questa lettura laica, non rappresenta l'obbligo di diventare uguali agli altri. Rappresenta il rispetto delle regole fondamentali che consentono a persone diverse di vivere insieme.
Una società accogliente non dovrebbe chiedere a chi arriva di rinunciare alla propria identità. Dovrebbe chiedergli di rispettare le leggi e i diritti di tutti. E dovrebbe essere capace di offrire, in cambio, opportunità reali di integrazione, lavoro, istruzione e partecipazione.
Quando questo patto viene rispettato, l'immigrazione può diventare una risorsa umana, sociale ed economica. Quando invece le istituzioni rinunciano a governare il fenomeno, oppure quando l'accoglienza si riduce a una sistemazione temporanea senza prospettive, si rischia di produrre emarginazione, conflitti e sfiducia reciproca.
Il compito dello Stato non è scegliere tra l'umanità e la legalità, come se fossero due principi inconciliabili. È dimostrare che possono e devono convivere.
Perché una porta aperta non basta a costruire una comunità. Occorre che chi entra possa trovare dignità e opportunità, ma anche che chi lo accoglie abbia la certezza che le regole comuni valgano per tutti.
Tornando alla parabola, la domanda da porsi non è soltanto chi abbia diritto a sedersi alla festa. È anche quale responsabilità spetti a chi organizza la festa, a chi vi prende parte e a chi deve garantire che nessuno venga escluso arbitrariamente e nessuno possa imporre agli altri la propria volontà.
L'accoglienza è un segno di civiltà. La legalità è una condizione della convivenza. Una politica seria deve avere il coraggio di difendere entrambe.
(Nell'allegato trovate l'opuscolo della Gioventù Ardente Mariana con il Vangelo a Fumetti per i più piccoli)