Con questa nuova rubrica che presentiamo ai nostri amici “naviganti” del sito, desideriamo avviare un percorso di conoscenza più approfondita di alcuni autori che, per nascita o per scelta, appartengono al nostro territorio calabrese e sibarita in particolare.
Si tratta di scrittori, poeti e artisti che, in molti casi, sono anche nostri cari amici: per questo il nostro approccio non sarà quello di una fredda intervista professionale, ma piuttosto quello di una chiacchierata spontanea e confidenziale. Un incontro a tu per tu, come tra persone che si conoscono da tempo e che hanno il piacere di condividere esperienze, ricordi e passioni con altri amici che, magari, non hanno ancora avuto modo di conoscerli.
Attraverso queste conversazioni, vogliamo mettere in luce non solo il loro percorso artistico, ma soprattutto le loro qualità umane, il loro modo di essere e di vivere la cultura e il territorio.
Inauguriamo questa rubrica con un nostro caro e affezionato amico, con il quale il conduttore dell’intervista, Tonino Cavallaro, ha già avuto modo di collaborare in passato: il poeta Antonio Canonico, che ringraziamo per la disponibilità (La Redazione)
Conosco Antonio Canonico da circa quarant’anni. Il nostro incontro risale al mio rientro in Italia, dopo quasi vent’anni trascorsi all’estero: in quell’occasione lo conobbi per ragioni legate alla sua attività di funzionario nella principale azienda elettrica nazionale.
Tra noi c’è una differenza d’età di dodici anni e, per questo, non ho avuto modo di conoscerlo negli anni della sua giovinezza: quando partii, a 22 anni, Antonio era ancora poco più che un bambino. Nonostante ciò, fin dai nostri primi scambi ho sentito con lui una sintonia immediata, soprattutto sul piano politico e sociale, che mi ha permesso di apprezzarlo non solo per la sua competenza professionale, ma anche per il suo modo sempre garbato, pacato e rispettoso di avvicinarsi ai problemi della comunità.
Ricordo con piacere quando, conducendo il mio talk show “L’aria che tira”* su Tele Libera Cassano, lo invitai in trasmissione per discutere di una questione molto delicata per il nostro territorio: la possibile trasformazione della centrale elettrica di Rossano da combustibile liquido a carbone e le conseguenze che avrebbe potuto avere per tutta la Sibaritide.
Quando, più tardi, Antonio ha iniziato a farsi conoscere come poeta raffinato e sensibile, confesso che non ne sono rimasto sorpreso. In lui avevo già riconosciuto quella capacità di osservare il mondo con attenzione, di andare al cuore delle questioni, unita a una grande empatia e a uno spirito critico che lo contraddistinguono.
Quando gli ho proposto di partecipare a questa breve intervista, ha accettato subito con entusiasmo e disponibilità. Ed è con lo stesso piacere che ora gli lascio la parola. (Tonino Cavallaro)
*(Il titolo e il relativo format mi fu richiesto, alla fine del ciclo di trasmissioni dalla rete “LA 7” alla quale cedetti “gratuitamente” i diritti.)
Come descriveresti te stesso?
Sono nato a Cassano il 29 febbraio 1956, dove vivo tuttora, anche se negli ultimi tre anni faccio spesso la spola con Roma, che alterno volentieri alla mia residenza, che è prima di tutto una residenza affettiva.
Il paese natale, come si dice e come accade spesso, è un po’ come il primo amore: anche se ti allontani, non puoi davvero dimenticarlo. Per me Cassano non è solo un luogo, ma un elemento fondante della mia sensibilità e, in particolare, della mia poesia. Credo infatti che la vera poesia sia quella che non recide i legami con il passato, con le proprie radici, con l’infanzia: con quell’“antico” che ci ha formati.
Il mio rapporto con la natura è molto forte e nasce dalle esperienze vissute da bambino. D’estate, a partire dal mese di luglio, trascorrevamo tutta la stagione in campagna, conducendo una vita semplice, agreste, fatta di lavoro, condivisione e relazioni umane genuine con i vicini. Con loro dividevamo poche cose materiali, ma una grande ricchezza immateriale: emozioni autentiche, solidarietà, senso di comunità e, direi, una felicità vera e spontanea che porto ancora dentro di me.
Mi hai accennato un giorno di aver vissuto anche il altre città italiane, cosa ti ha lasciato ognuna di queste?
Per motivi di studio mi sono trasferito a Torino all’età di quindici anni, insieme a mia sorella, che allora frequentava l’università. In quella città sono rimasto fino a circa ventitré anni, completando gli studi superiori in elettronica industriale all’ITIS “Peano” e iniziando poi il percorso universitario in Scienza dell’Informazione presso l’Università di Torino. Non ho concluso quel ciclo di studi perché sono stato subito assunto come tecnico delle telecomunicazioni presso l’Enel Teletrasmissioni di Napoli, esperienza che ha segnato l’inizio della mia vita professionale.
Grazie al mio lavoro ho avuto modo di vivere e frequentare altre città – soprattutto Milano, Piacenza, Roma e Napoli – ognuna delle quali mi ha lasciato qualcosa di diverso, come tasselli di un mosaico personale. In particolare, la mia personalità si è arricchita grazie al confronto con colleghi provenienti da diverse regioni d’Italia, portatori di culture, sensibilità e modi di vedere il mondo differenti.
A fare da base a tutto questo c’è stata la mia formazione torinese, impregnata delle idealità del ’68, ancora vive e pulsanti negli anni della mia permanenza. Quelle idee, insieme all’influenza di insegnanti e formatori di grande spessore – tra cui la saggista Miriam Cristallo – hanno contribuito in modo decisivo alla mia crescita umana e culturale.
Nel corso della mia carriera ho ricoperto ruoli di responsabilità tecnica e gestionale: questo mi ha permesso, attraverso seminari formativi e la gestione del personale, di maturare una profonda esperienza nella conoscenza dell’animo umano. Un percorso che considero prezioso e che è stato facilitato anche dalla mia indole semplice e dal mio naturale senso di socialità e condivisione.
Come e perché ti sei avvicinato al mondo della scrittura poetica?
Se Torino è stata decisiva per la mia formazione civile e culturale, non meno importante è stato il periodo vissuto a Castrovillari durante il primo e il secondo anno della scuola secondaria. Lì ho incontrato una figura che ha lasciato un segno profondo in me: la mia professoressa di lettere, Anna Fortunato, una donna di grande fascino e sensibilità, che ci faceva amare la letteratura facendoci studiare – e imparare a memoria – i versi più belli dei grandi autori.
Il primo tra questi è stato Leopardi. Giacomo è diventato da subito, per me, il modello più alto e più nobile di poeta. La sua voce è entrata nel mio cuore e non mi ha più lasciato, inducendomi a quella che ho sempre chiamato l’“Arte dell’Essere Fragili”. Un’arte che non è debolezza, ma consapevolezza della nostra vulnerabilità umana e, al tempo stesso, forza interiore.
Attraverso questa sensibilità ho maturato quella che considero la mia forma di “rivendicazione” sociale e civile: una protesta che passa dalla cultura e trova nella poesia il suo strumento più potente ed elevato. La poesia, per me, è stata e resta un mezzo di resistenza, di denuncia, di lotta contro le ingiustizie e le storture del nostro tempo.
Oggi più che mai, in un mondo che percepisco spesso perverso e nichilista, in cui assistiamo a una recessione culturale e a un progressivo indebolimento dei valori, la poesia assume un ruolo fondamentale. È un baluardo contro l’oscurantismo, un richiamo alla libertà, alla dignità e alla democrazia nelle nostre società postmoderne, sempre più fragili ma non per questo prive di speranza.
Che rapporto hai con i tuoi lettori?
I miei lettori sono in prevalenza persone di mezza età, soprattutto donne, con le quali sento di condividere affinità profonde che nascono da una comune sensibilità e da una visione simile dei valori. Parlo di valori reali, non di quei disvalori che caratterizzano gran parte della nostra società attuale: l’opportunismo, l’arrivismo, il perbenismo e, più in generale, quella mentalità intrisa di “ismi” che spesso nasconde ipocrisie e compromessi. Penso, ad esempio, al familismo o ai più recenti neologismi come “meritocratismo” o “restantismo”, che a mio avviso mascherano più che rivelare la realtà delle cose.
Non credo di avere un pubblico vastissimo, e questo per almeno due ragioni. La prima è piuttosto concreta: non ho mai avuto grandi risorse economiche da investire nella promozione delle mie opere. Anzi, fatico perfino a trovare i mezzi necessari per pubblicare molti dei miei scritti che sono ancora inediti e che, purtroppo, non sono pochi.
La seconda ragione è più profonda. Quando scegli di essere coerente con i valori in cui credi – valori che spesso non sono in linea con le mode culturali del momento – sai che questo ti espone a una certa solitudine. Ti rendi conto che ti seguiranno soprattutto quei lettori liberi, o potenzialmente tali, che hanno il coraggio di sottrarsi ai legami servili dell’opportunismo e della corruzione valoriale. Sono legami fragili, superficiali, più simili a deboli legami chimici che a vere connessioni umane e culturali.
Detto questo, guardando alle statistiche delle mie pubblicazioni sui social – visualizzazioni, accessi, commenti e confronti con i lettori – ho comunque buoni motivi per essere soddisfatto. Anche se, in verità, i risultati che davvero mi interessano non sono quelli numerici, ma la qualità del dialogo e la profondità delle riflessioni che la mia poesia riesce a suscitare.
Da cosa trai maggiormente ispirazione?
Chi ha scritto di me mi ha definito, in modi diversi, un poeta lirico “ante litteram”, qualcun altro un lirico puro. Hanno parlato di sentimenti mirabili e di nobili auspici che animano il mio intimo sentire, di un’ispirazione che nasce dalle meraviglie del creato e mi conduce verso una vita artistica vissuta in totale sintonia con la natura e con ciò che mi circonda.
Io mi riconosco in questa lettura: sono sempre attento ai disagi dell’umana famiglia, pronto a farmene carico, a interpretarli e a raccontarli. Non è un caso che nei miei versi i riferimenti ai conflitti sociopolitici siano evidenti: la poesia, per me, non è fuga, ma assunzione di responsabilità.
Il mio raccontare è stato definito, di volta in volta, uno spasimo, un canto, un atto di umana pietas. In realtà è, prima di tutto, una ricerca continua del senso del bene e dell’infinito, un volgere lo sguardo verso l’alto, verso il sublime, nella tensione costante verso la verità.
Molti hanno sottolineato come l’etica, l’impegno civile e morale, insieme a un forte senso di equità sociale, guidino la mia scrittura e la mia visione del mondo. E credo che questo emerga naturalmente dai miei versi.
In fondo, la mia vita stessa è un’interrogazione ininterrotta: mi chiedo sempre cosa ci sia oltre, cosa si nasconda dall’altra parte delle cose, quali dubbi vadano dissipati per vivere più pienamente la mia umanità. È in questa ricerca che trovo la mia ispirazione: nella speranza, nella bellezza, nell’amore circolare che unisce gli esseri umani, e nella libertà che resta, per me, il bene più prezioso.
Quanti libri hai pubblicato?
Finora ho pubblicato una raccolta di liriche intitolata “Sogni d’estate in terra di Calabria”, edita dalla Calabria Letteraria Editrice – Rubbettino. A questa si aggiunge una Crestomanzia poetica pubblicata con Aletti Editore, nella quale sono presenti sette mie liriche, oltre a due ulteriori selezioni poetiche sempre edite da Aletti.
Accanto a queste opere già pubblicate, ho una consistente produzione ancora inedita. Tra i lavori che attendono di vedere la luce vi sono la raccolta poetica “Epistole d’amore”, alcuni saggi sociopolitici raccolti sotto il titolo “I Manifesti”, la silloge “Tra il cielo e la terra” – che conta circa cento liriche – una Mini raccolta di racconti satirici e una Raccolta di Haikù.
Come trascorri il tempo libero?
Di tempo libero, a dire il vero, ne ho poco — e lo considero una fortuna. Questa pienezza mi priva perfino di quel “materiale filosofico” fatto di riflessioni e meditazioni che potrei utilizzare per eventuali scritti sui mali del vivere, soprattutto alla mia età, ormai settantenne.
Quel poco tempo che ho, come dicevo, lo divido tra Roma e la campagna del Fiego, nella mia Cassano. Lì ritrovo un equilibrio prezioso: il contatto delle mani con la zappa sulla mia terra, tra ulivi, mandorli, fichi e viti, mi dona una gioia che è pari a quella che provo quando la mia mente, guidata dalle mani, scorre sul foglio A4 del mio computer. È un dialogo continuo tra corpo e spirito, tra terra e parola.
A tutto questo si aggiungono studi intensi e specialistici su Leopardi, che continuano ad accompagnarmi e a nutrire il mio pensiero e la mia poesia.
Negli ultimi tempi, inoltre, sto cercando di portare a compimento due microracconti ispirati anche a una leggenda molto nota della nostra Cassano, un modo per intrecciare memoria, immaginazione e radici del territorio.
Progetti per il futuro
I miei progetti futuri sono, prima di tutto, legati all’impegno di vivere con pienezza ogni momento che mi è dato, senza sprecarne la bellezza. Allo stesso tempo, non voglio rinunciare a quei preziosi istanti di totale abbandono e di dolce solitudine, necessari per ascoltare le mie voci interiori.
Per questo attendo con piacere la frescura dell’estate, quando potrò ritirarmi all’ombra della mia quercia antica: lì, in quel silenzio vivo e accogliente, trovo lo spazio più autentico per riflettere, sentire e, in fondo, continuare a essere me stesso.






