Ricordi di vent'anni trascorsi in Svizzera e una riflessione sull'immigrazione di ieri e di oggi
«Volevamo braccia, sono arrivati uomini.»
La celebre frase fu scritta negli anni Sessanta da Max Frisch a proposito dell'immigrazione italiana in Svizzera. Con poche parole lo scrittore svizzero sintetizzò una verità semplice ma fondamentale: gli Stati cercavano forza lavoro, ma insieme ai lavoratori arrivavano persone, con famiglie, cultura, sentimenti, diritti e aspirazioni.
Nella Sibaritide, a partire dai primi anni Sessanta, migliaia di giovani e meno giovani lasciarono la propria terra per raggiungere la Svizzera, rispondendo alla crescente domanda di manodopera proveniente da oltre le Alpi. Anch'io partii nel 1967 e vi rimasi per vent'anni. Non pochi, non tanti, ma sufficienti per conoscere da vicino una società fondata su un profondo senso civico e sul rispetto delle regole.
Quando Frisch scrisse quella frase, la presenza degli immigrati nella Confederazione Elvetica era diventata un tema sempre più discusso. Una parte dell'opinione pubblica, soprattutto quella più conservatrice, tendeva a vedere negli stranieri soltanto forza lavoro: persone chiamate a svolgere un compito e possibilmente a non creare problemi. Intellettuali come Frisch e Jean Ziegler, recentemente scomparso, insieme a sindacalisti, esponenti politici e associazioni italiane presenti nei vari cantoni, compresero invece che non bastava chiedere lavoro agli immigrati: occorreva anche garantire loro condizioni di vita dignitose.
Fu in quel contesto che organizzazioni come ECAP-CGIL, ENAIP-ACLI e altre realtà associative iniziarono a promuovere corsi serali di lingua tedesca e di formazione professionale, offrendo agli italiani l'opportunità di migliorare la propria condizione lavorativa e sociale. Molti riuscirono così a superare il ruolo di semplice Hilfsarbeiter, il manovale generico destinato ai lavori più pesanti.
La situazione più difficile era quella dei lavoratori stagionali. Essi non avevano il diritto di portare con sé la famiglia e vivevano in una condizione di continua precarietà, costretti a lunghi e faticosi spostamenti tra la Svizzera e l'Italia. Anche trovare un alloggio dignitoso era spesso un'impresa. Molti vivevano nelle cosiddette "Baracken", termine che non va tradotto con l'immagine della capanna improvvisata. Si trattava infatti di strutture prefabbricate collettive destinate a operai, militari o lavoratori stagionali. Erano spartane, spesso affollate, ma generalmente ben costruite, isolate dal freddo e dotate dei servizi essenziali. Negli anni Cinquanta erano riscaldate con stufe a legna o carbone; successivamente molte vennero dotate di impianti di riscaldamento centralizzato.
Anch'io, nei primi tempi della mia permanenza in Svizzera, lavorai presso una grande azienda, la BBC (Brown Boveri Company), una delle grandi industrie che impiegavano migliaia di lavoratori stranieri. Ricordo bene quelle sistemazioni e le condizioni di vita che vi si conducevano.
Per qualche mese vissi da mio fratello, che era emigrato prima di me. Io ero entrato in Svizzera come "turista", ma allo scadere dei tre mesi previsti ricevemmo una lettera della Fremdenpolizei che ricordava a mio fratello come il mio permesso di permanenza stesse per scadere. Se non avessi lasciato il Paese entro i termini stabiliti, anche lui avrebbe rischiato conseguenze.
Mi misi quindi alla ricerca di un lavoro qualsiasi che mi consentisse di ottenere il permesso di soggiorno. Lo trovai a circa settanta chilometri di distanza. Prima dell'assunzione dovetti sottopormi a visite mediche molto accurate, che per alcuni giovani arrivati insieme a me risultarono particolarmente pesanti e persino umilianti.
Ottenuto il lavoro, venni alloggiato in una Baracke. Ebbi una stanza da tre letti, un vero privilegio, che dividevo con un ragazzo siciliano poco più che ventenne e con un marchigiano sulla cinquantina, taciturno e schivo. Dopo il servizio militare era la prima volta che mi ritrovavo a vivere in una sistemazione collettiva.
Il prefabbricato era costituito da un lungo corridoio sul quale si affacciavano una decina di piccole camere da tre o quattro posti letto. Ognuno disponeva di un armadietto, una sedia e un piccolo tavolo. Per chi lo desiderva vi era una mensa ben organizzata dove si potevano consumare pasti più che dignitosi. Con un carnet di dieci ticket il costo di ogni pasto era di due franchi svizzeri; senza carnet si pagavano due franchi e cinquanta centesimi, acqua compresa. Vino e birra si pagavano a parte.
Considerando che un salario medio si aggirava intorno ai settecento franchi mensili e che per l'alloggio ne venivano trattenuti circa centoventi, restava una somma considerevole da destinare alle spese personali o, come facevano quasi tutti, da spedire alla famiglia rimasta in Italia.
Per chi lo desiderava erano comunque disponibili due locali cucina, collocati alle estremità della Baracke, completi di pentole e stoviglie che potevano essere utilizzate liberamente purché lasciate pulite e in ordine. Anche bagni e docce si trovavano alle due estremità dell'edificio. La privacy era limitata, ma esisteva; molto dipendeva dalle persone con cui ci si trovava a convivere.
Quelli erano gli alloggi destinati ai nuovi arrivati. Dopo circa sei mesi si poteva chiedere il trasferimento nel cosiddetto "grattacielo", un edificio di ventuno piani che sorgeva al centro del quartiere abitato dai lavoratori e dalle loro famiglie, ospitate in moderne palazzine dotate di appartamenti confortevoli.
Quando arrivò il mio turno ottenni una stanza da due letti all'undicesimo piano. Condividevo la camera con Alessandro, un giovane tornitore proveniente dal Bergamasco, un ragazzo perbene con cui strinsi una sincera amicizia. Quattro ascensori servivano il palazzo giorno e notte.
Ogni piano ospitava quattro appartamenti. In ciascuno vi erano quattro camere, una da due posti e tre da tre posti letto, per un totale di undici persone che condividevano due bagni e una cucina-soggiorno. Il grattacielo era riservato esclusivamente agli uomini e introdurre donne nelle camere era severamente proibito. Durante la notte alcuni sorveglianti effettuavano controlli discreti; chi violava il regolamento rischiava l'espulsione dall'alloggio e spesso anche la perdita del lavoro.
A dirigere tutta quella complessa organizzazione vi era un personaggio che non ho mai dimenticato: il signor Cafi, un friulano sulla cinquantina dall'aspetto burbero ma dal cuore generoso. Non lasciava mai nessuno senza un aiuto. Se un lavoratore attraversava un momento difficile e non aveva denaro nemmeno per mangiare, lui trovava sempre il modo di procurargli un piatto caldo.
Quelli furono i miei primi mesi da lavoratore straniero. La sera arrotondavo suonando e facendo intrattenimento musicale in alcuni locali, per cui la mia situazione economica era un po' migliore rispetto a quella di molti altri operai. Spesso cenavo direttamente nei ristoranti dove lavoravo e a mezzogiorno frequentavo un piccolo bistrot vicino alla fabbrica di elettronica nella quale montavo trasformatori, un mestiere che imparai sul posto. Più tardi lasciai la fabbrica e non ebbi più bisogno delle Baracken. Eppure quel periodo è rimasto uno dei ricordi più vivi della mia vita. Non per il comfort o per le comodità, che erano poche, ma per l'umanità che vi incontrai. In quei corridoi, in quelle stanze condivise e attorno ai tavoli della mensa, imparai che l'emigrazione era fatta soprattutto di sacrifici, solidarietà e speranza.
Il paragone con l'immigrazione dei nostri giorni viene quasi spontaneo. Molti degli italiani che partirono nel dopoguerra affrontarono sacrifici enormi, lontani dagli affetti e spesso costretti a vivere in condizioni difficili. Grazie al loro lavoro, però, molte famiglie riuscirono a costruire un futuro migliore e a garantire ai figli studi e opportunità che altrimenti sarebbero rimasti un sogno.
Oggi molti di quei protagonisti non ci sono più e chi è ancora in vita raramente ama ricordare gli anni più duri della propria esperienza emigratoria. Eppure basterebbe osservare le condizioni in cui vivono molti lavoratori stranieri impiegati nelle nostre campagne per comprendere cosa provarono allora i nostri padri e i nostri nonni.
In numerose aree agricole del Mezzogiorno, e anche nella nostra Piana, molti immigrati vivono ancora in condizioni che difficilmente possono definirsi civili: casolari abbandonati, strutture prive di servizi adeguati, sovraffollamento, promiscuità e sfruttamento da parte del caporalato. Situazioni che favoriscono tensioni sociali e che, talvolta, possono sfociare in tragedie come quella di Amendolara.
Naturalmente non bisogna idealizzare il passato. Anche tra gli emigrati italiani si verificarono episodi drammatici, fatti di cronaca nera e tensioni sociali. Ricordo perfettamente il caso di un nostro connazionale che, dopo essersi integrato e aver trovato lavoro in un bar, venne ucciso durante una violenta aggressione. Altri episodi coinvolsero gli stessi italiani. La convivenza non è mai stata semplice, né allora né oggi.
La questione dell'accoglienza non si risolve distribuendo benefici indiscriminatamente, ma garantendo regole chiare e condizioni di vita dignitose. In Svizzera, fin dal primo giorno, ebbi a che fare con la Fremdenpolizei, l'ufficio incaricato del controllo degli stranieri. Il permesso di soggiorno veniva rilasciato soltanto a chi poteva dimostrare di avere un lavoro regolare, con copertura assicurativa per malattia, infortuni e pensione. Chi non riusciva a trovare occupazione entro un determinato periodo era invitato a lasciare il Paese.
Ma una volta riconosciuto come lavoratore, allo straniero venivano garantite condizioni di permanenza rispettose della dignità umana. È forse questa la lezione più importante che dovremmo ricordare ancora oggi: fermezza nelle regole e rispetto delle persone non sono concetti in contrasto tra loro. Al contrario, dovrebbero sempre procedere insieme.
Tanti figli e nipoti dei nostri emigranti sono rimasti in Svizzera e negli altri Paesi europei che li accolsero. Oggi sono perfettamente integrati nelle società in cui vivono; molti hanno acquisito la cittadinanza e hanno costruito il proprio futuro senza traumi particolari, grazie a percorsi scolastici e lavorativi che ne hanno favorito gradualmente l'inserimento. Figli di italiani, svizzeri, turchi, spagnoli, portoghesi o dell'ex Jugoslavia lavorano fianco a fianco senza che l'origine familiare rappresenti più una barriera.
È a questo risultato che dovremmo tendere anche noi. L'integrazione non nasce dall'assistenzialismo né dall'emarginazione, ma da regole chiare, lavoro regolare, istruzione e rispetto reciproco. In un Paese che registra da anni un forte calo delle nascite e un progressivo invecchiamento della popolazione, avremo sempre più bisogno di nuove energie. Ma, come ci ricordava Max Frisch oltre mezzo secolo fa, non arriveranno soltanto braccia: arriveranno uomini e donne, con le loro speranze, i loro sacrifici e il desiderio di costruire una vita migliore. Riconoscerlo è il primo passo per affrontare il fenomeno migratorio con realismo, umanità e intelligenza.
Antonio Michele CAVALLARO
FOTO IN ALTO: Baracche a Brisgi fine anni '50.
FOTO IN BASSO: Area di Brisgi dove ancora oggi si trova il grattacielo descritto nel testo, Le baracche si trovavano nel prato, oggi non esistono più






