Ho letto con curiosità l’articolo di Giuseppe Aloise, pubblicato su Il Domani d’Italia, dal curioso titolo «Il divano di D’Alema e l’agorà».
Un articolo che, partendo da una particolare risposta di Massimo D’Alema in un’intervista ad Aldo Cazzullo, offre lo spunto per una riflessione molto più ampia: che fine ha fatto il confine tra privato e pubblico?
Un tempo certe cose restavano semplicemente… a casa. Non perché ci fosse necessariamente più moralismo, ma perché esisteva una sorta di zona riservata nella quale sentimenti, rapporti personali, momenti intimi e vicende familiari appartenevano alla persona e non alla piazza.
Oggi, invece, quella piazza è diventata enorme: è il web, sono i giornali online, ma soprattutto sono i social. E sui social sembra che tutto possa diventare pubblico: dalla colazione del mattino alla lite familiare, dalle vacanze alle fotografie più personali, fino ai particolari della propria vita privata che un tempo difficilmente sarebbero usciti dalla cerchia degli amici.
Per questo il «divano di D’Alema» diventa, nell’articolo di Aloise, quasi una metafora del nostro tempo: ciò che una volta sarebbe rimasto dietro una porta chiusa oggi può tranquillamente finire nell’agorà.
Sinceramente... non mi sorprende affatto.
I social hanno semplicemente portato alle estreme conseguenze un fenomeno che era già iniziato da tempo: la trasformazione della vita privata in materia di pubblico consumo.
E non riguarda soltanto la politica o una particolare parte politica. Riguarda tutti noi.
Credo che la vera domanda non è tanto perché D’Alema abbia raccontato quel particolare episodio, quanto piuttosto questa: siamo ancora capaci di distinguere ciò che vale la pena raccontare da ciò che sarebbe meglio lasciare comodamente sul divano di casa?
L’articolo di Giuseppe Aloise, proprio per questo, merita una lettura. (Antonio M. Cavallaro)
Il divano di D’Alema e l’agorà di Giuseppe Aloise
“A Bari la raggiunse la sua donna, Giusi Del Mugnaio, lei scrive che il terremoto del 1980 vi sorprese in una condizione imbarazzante.”
a questa domanda posta da Aldo Cazzullo, nella recente intervista apparsa sul Corriere, così risponde Massimo D’Alema : “Eravamo a casa del compagno Miccoli, all’ultimo piano di un palazzone della Bari popolare. Stavamo facendo l’amore sul divano di Miccoli quando tutto cominciò a tremare, al di là del movimento da noi generato.”
La risposta del Leader Maximo che riprende quanto contenuto nel suo racconto autobiografico dal titolo “Eravamo Comunisti”, conferma che ormai il privato (l’oikos della polis) ha invaso l’agorà (il web, le testate giornalistiche).
Sotto questo profilo Zygmunt Bauman, conversando con Ezio Mauro (Il silenzio dell’opinione pubblica) si sofferma sulla trasformazione dell’Agorà ed afferma testualmente: “La sociologa francese Dominique Mehl ha identificato il punto di rottura in una sera d’autunno del 1983: di fronte alle telecamere, davanti a milioni di francesi, una certa Viviane ha dichiarato senza arrossire e con un tono di voce sicuro che suo marito Michel soffriva di eiaculazione precoce e che pertanto lei non aveva mai conosciuto l’orgasmo. Quello è stato il momento della svolta : al contrario delle aspettative era stato il privato ad invadere l’agorà e non viceversa”.
Il divano nell’Agorà se da una parte umanizza il politico dall’altra capovolge i canoni etici del comunismo novecentesco.
Nel PCI degli anni 70 l’esibizione di dettagli intimi, di sentimenti e rivelazioni personali avrebbe svilito la militanza e sarebbe apparsa come una sorta di deviazione ideologica.
Ai dirigenti era imposta una condotta riservata.
Resta l’ironia del titolo :”Eravamo comunisti”.
Giuseppe Aloise