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Non siamo noi a usare i social: sono loro a usare noi

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Gianluigi si sveglia come milioni di persone: con il telefono in mano prima ancora di essere davverocosciente. Non è più un’abitudine, è un automatismo. Si scorre, si controlla, si cerca qualcosa. O qualcuno.

I “mi piace” non arrivano. Eppure, in quel dettaglio apparentemente banale, si nasconde molto più di quanto sembri. Perché oggi, sempre più spesso, il valore personale viene percepito attraverso lo sguardo degli altri, filtrato da uno schermo.

Non è solo una questione individuale. È un meccanismo diffuso, costruito su dinamiche psicologiche ben note: ogni notifica genera una gratificazione immediata, ogni attesa alimenta il bisogno di conferma. Un circuito che, nel tempo, può trasformarsi in dipendenza.

Nel frattempo, il mondo scorre veloce sugli stessi schermi: guerre, crisi, tragedie. Tutto passa, tutto si consuma rapidamente, senza lasciare traccia. L’attenzione si sposta altrove, verso contenuti più leggeri, più immediati, più rassicuranti.

Anche le relazioni cambiano. Sempre più spesso si condividono gli stessi spazi senza condividere davvero il tempo: a tavola, tra amici, in famiglia, ognuno è connesso altrove. Si comunica meno, si espone di più.

Gianluigi prova a interrompere questo schema. Spegne il telefono, si impone una pausa. Ma resistere è difficile. Perché questi strumenti, pur utili e ormai indispensabili, non sono neutri: sono progettati per catturare attenzione, per trattenere, per fidelizzare.

Il punto, allora, non è demonizzare la tecnologia, ma recuperarne il controllo. Tornare a scegliere, invece di reagire. Usare, invece di essere usati.

Perché dietro la ricerca di un “mi piace” si nasconde spesso un bisogno più profondo: essere riconosciuti. E questo, forse, non dovrebbe mai dipendere da uno schermo.

E mentre inseguiamo un “mi piace”, cediamo pezzi di autonomia, di spirito critico, perfino di identità. Senza accorgercene.

Il problema non è Gianluigi. Il problema è che Gianluigi siamo tutti noi.

Tonino Cavallaro

 

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