Dall'incontro di ierisera al "T" Hotel di Lamezia, con Domenico Cersosimo e Agazio Loiero, emerge una fotografia tutt'altro che semplice. Ma la vera sfida comincia adesso: trasformare la diagnosi in un'idea di futuro
Qualche giorno fa avevamo posto una domanda: «Quale Calabria ci stanno raccontando?». Ieri sera, Domenico Cersosimo ha provato a rispondere con i numeri. Ma, alla fine, la domanda è diventata un'altra: quale Calabria siamo ancora capaci di costruire?
Una precisazione, per correttezza verso i nostri lettori. Nessuno della redazione di InfoSibari era presente all'incontro. Abbiamo quindi raccolto, nelle ore successive, le impressioni, le sensazioni e i racconti di alcuni nostri amici e collaboratori occasionali che erano invece presenti. Abbiamo cercato di condensare queste testimonianze in una lettura complessiva della serata, integrandola con quanto è stato successivamente pubblicato da altre testate. Non è dunque una cronaca “in presa diretta”, ma il tentativo di restituire, nel modo più fedele possibile, ciò che da quell'incontro è emerso.
Qualche giorno fa avevamo presentato su queste pagine l'incontro promosso da Agazio Loiero e da un gruppo di persone che hanno scelto di rimettere al centro una discussione sulla Calabria.
Avevamo titolato: «Quale Calabria ci stanno raccontando?»
Era una domanda che ci sembrava necessaria. Perché, a volte, si ha la sensazione che esistano due Calabrie. Una è quella che vediamo nei comunicati, nei convegni, nei post sui social, nei numeri scelti per dimostrare che qualcosa finalmente sta cambiando. L'altra è quella che incontriamo quando parliamo con le persone, quando attraversiamo i paesi dell'interno, quando una famiglia deve fare i conti con la sanità, quando un ragazzo prende un treno o un aereo per andare a studiare e spesso non torna più.
Qualche giorno fa avevamo scritto che una regione non si cambia raccontandola meglio, ma conoscendola per quello che realmente è.
Ieri sera abbiamo avuto una prima occasione per verificare se quella frase avesse un senso.
Dai racconti che abbiamo raccolto, la prima cosa che ha colpito molti dei presenti è stata la quantità e, soprattutto, la varietà delle persone in sala.
Non era una convention elettorale. Non c'erano candidature da annunciare e non si distribuivano incarichi. Si parlava di numeri.
Eppure la sala era piena. C'erano politici con una lunga storia alle spalle, amministratori, professionisti, persone che hanno avuto responsabilità importanti e altre che probabilmente non ne hanno mai avute.
Forse qualcuno era lì per ascoltare Loiero. Qualcuno per capire dove volesse arrivare. Qualcuno, magari, semplicemente perché avvertiva il bisogno di ascoltare una discussione diversa dal solito.
Non possiamo sapere cosa abbia portato ciascuno di loro al T Hotel. Ma quella presenza è comunque un dato. Non statistico, questa volta. C'è però un'osservazione che ci è arrivata da un giovane amico presente all'incontro e che riteniamo giusto riportare: «C'era tanta gente, ma scarsa era la presenza dei giovani».
Una considerazione apparentemente marginale, ma che forse tanto marginale non è. Se si vuole parlare del futuro della Calabria e proporre idee innovative, la presenza dei giovani non può essere soltanto un auspicio.
Poi sono arrivati i numeri
Domenico Cersosimo non ha cercato scorciatoie. Ha fatto quello che un economista dovrebbe fare quando gli viene chiesto di raccontare una realtà: ha messo sul tavolo i numeri e i numeri, quando arrivano tutti insieme, possono essere molto più scomodi di un comizio. Ma vanno anche letti per quello che realmente sono: uno specchio della realtà, che ha bisogno di essere interpretato senza forzature.
Povertà, lavoro, giovani che partono, istruzione, università, ricerca, innovazione, sanità, popolazione che diminuisce e invecchia.
Non c'era bisogno di gridare.
Era sufficiente ascoltare.
Il problema, infatti, non è che non conosciamo questi fenomeni. Li conosciamo da anni. Il problema è che spesso li guardiamo separatamente. Un dato alla volta non fa paura. Messi in fila, invece, cominciano a raccontare qualcosa. Raccontano una Calabria che in alcune cose è certamente migliorata, ma che continua ad avere problemi profondi. Una Calabria nella quale possono crescere alcuni indicatori e, contemporaneamente, diminuire le persone che dovrebbero beneficiare di quella crescita.
Qui il discorso di Cersosimo diventa interessante.
Il numero più importante è forse quello che non si vede
Tra le tante cose ascoltate ieri sera, ce n'è una sulla quale vale la pena tornare.
Il denominatore.
Sembra una questione da statistici, invece riguarda tutti noi. Perché una percentuale può migliorare anche quando la realtà che sta dietro quella percentuale non migliora allo stesso modo.
Se diminuisce la popolazione, cambiano i rapporti. Se partono soprattutto i giovani, cambia il rapporto tra chi lavora e chi non lavora.
Se partono i laureati, non perdiamo soltanto abitanti: perdiamo una parte del capitale umano che abbiamo contribuito a formare e allora il numero può anche essere corretto.
Ma bisogna sapere che cosa sta realmente contando. È una distinzione che sembra banale e invece, nella comunicazione politica, può diventare decisiva. Per questo ci ha colpito una delle provocazioni della serata: forse non sono soltanto i calabresi ad essere “sfigati”. A volte rischiano di esserlo anche i dati, quando vengono scelti, separati dal contesto e utilizzati per dimostrare ciò che si vuole dimostrare.
Quale delle due Calabrie è quella vera?
A questo punto qualcuno potrebbe dire: ecco la dimostrazione che tutto quello che racconta il governo regionale è falso.
No. Non crediamo sia così semplice.
La Calabria che cresce in alcuni settori esiste.
Esistono imprese che funzionano, giovani che restano, turisti che arrivano, territori che cercano di reinventarsi. Esistono infrastrutture che vengono costruite e servizi che in qualche caso migliorano.
Ma esiste anche l'altra Calabria.
Quella dei paesi che perdono abitanti. Quella delle famiglie che devono fare i conti con la povertà. Quella dei ragazzi che vanno a studiare fuori e spesso decidono di costruire altrove il proprio futuro. Quella di chi, quando ha bisogno di cure importanti, pensa ancora che la soluzione migliore sia prendere un treno verso il Nord.
Sono vere entrambe.
Una buona politica dovrebbe avere il coraggio di guardarle entrambe senza cercare di cancellarne una.
La politica é questo: discernere e dare la valutazione giusta o quantomeno quella più aderente ai bisogni dei cittadini.
È inevitabile, dopo una serata come quella di ieri, parlare di Roberto Occhiuto e del governo regionale.
Occhiuto governa la Calabria da cinque anni e quindi è giusto chiedergli conto di quello che è stato fatto e, soprattutto, di quello che non è stato fatto.
Ma sarebbe troppo facile attribuire a questo governo tutti i mali che Cersosimo ha messo in fila.
La Calabria non è diventata fragile nel 2021.
Lo spopolamento viene da lontano. La fuga dei giovani viene da lontano. Le difficoltà della sanità vengono da lontano. La debolezza del sistema produttivo e della ricerca vengono da lontano e molti di quelli che ieri erano nella sala hanno conosciuto direttamente, in tempi diversi, la responsabilità di governare questa regione.
Questo non significa assolvere nessuno.
Significa soltanto evitare di commettere lo stesso errore che si rimprovera agli altri: scegliere soltanto i numeri che fanno comodo.
La parte difficile deve ancora venire
A nostro parere, qui si trova il vero interesse dell'iniziativa di Loiero. La prima parte è stata quella che lui stesso ha definito destruens: capire, misurare, mettere in discussione la rappresentazione che ci viene proposta.
Ma demolire è relativamente facile.
La parte difficile viene dopo. Bisognerà costruire e costruire in Calabria significa rispondere a domande molto concrete.
Come si fermano i giovani? Come si rende conveniente restare? Come si fa a trasformare l'università in una risorsa per il territorio e non soltanto in un luogo dal quale partire? Come si crea lavoro che non sia semplicemente occupazione assistita? Come si affronta davvero la questione della sanità? Come si impedisce che i piccoli comuni continuino a perdere popolazione fino a diventare paesi fantasma?
Ma soprattutto: quale idea di Calabria abbiamo in mente?
Perché senza un'idea, anche il migliore elenco di interventi rischia di diventare soltanto un altro programma elettorale.
Una domanda che resta aperta
Alla fine, dalle testimonianze raccolte, rimane la sensazione che ieri sera non sia nato nulla di definitivo. Non è nato un partito. Non è nata una coalizione. Non è stata annunciata una soluzione.
È nata, almeno per ora, una discussione.
In una regione nella quale troppo spesso si discute soltanto quando arrivano le elezioni, non è poco.
Qualche giorno fa avevamo chiesto: «Quale Calabria ci stanno raccontando?»
Dopo aver ascoltato i racconti di chi era presente e aver riletto quanto emerso dalla relazione di Cersosimo, la domanda è diventata più difficile.
Non basta più sapere quale Calabria ci raccontano. Dobbiamo capire quale Calabria vogliamo essere e se siamo ancora capaci di costruirla. Perché i numeri possono dirci dove siamo. Possono anche dirci quanto è profondo il problema. Ma alla fine, da soli, non ci diranno mai dove vogliamo andare.
La Redazione
Foto in alto: da sin. Aloise, Lojero, Cersosimo, Petramala
La sala gremita

Foto di Salvatore Cataldi






