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Riflessioni di Tonino Cavallaro sul film "La Grazia" di Paolo Sorrentino.

toni servillo.pngHo visto di recente La Grazia, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, che racconta gli ultimi sei mesi di mandato di un immaginario Presidente della Repubblica italiana, il professore di diritto Mariano De Santis, interpretato in modo magistrale da Toni Servillo.

Di solito non mi permetto di esprimere giudizi su films o spettacoli teatrali, questa volta ho voluto fare un’eccezione per la singolarità della trama e per le problematiche di ordine morale e politico che il racconto evidenzia. Pare che a Sorrentino l’idea sia venuta dopo la concessione della “grazia” da parte del presidente Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di alzheimer.

All’inizio il film può apparire lento e quasi monotono, ma con il procedere della storia diventa sempre più intenso e coinvolgente.

De Santis è dilaniato da due decisioni cruciali: concedere la grazia a due condannati per omicidio — un uomo e una donna che hanno ucciso i rispettivi coniugi — e firmare una legge sull’eutanasia. I due casi di omicidio sono in qualche modo legati a questa legge, perché entrambi gli imputati sostengono di aver ucciso i propri partner per non vederli più soffrire.

La figlia del Presidente, anche lei giurista, prova a convincerlo sia a concedere la grazia sia a firmare la legge sull’eutanasia; tuttavia, scoraggiata dall’incertezza del padre, decide infine di partire per raggiungere il fratello in Canada.

Rimasto solo, De Santis ripensa ossessivamente a un episodio avvenuto quarant’anni prima: il tradimento della moglie. È convinto che l’amante fosse un suo amico, lo stesso che ora ambisce a diventare il prossimo Presidente. Tuttavia, un’amica di lunga data gli confessa che in realtà era stata lei l’amante della moglie — confessione che lui rifiuta di accettare, continuando così a tormentarsi.

Nel frattempo, un colonnello dei Corazzieri e un generale degli Alpini diventano suoi interlocutori fidati: attraverso i loro dialoghi e il loro punto di vista aprono nuovi spiragli nella sua mente, contribuendo gradualmente a spingerlo verso le due decisioni finali: concedere la grazia a uno dei due condannati e firmare la legge sull’eutanasia.

A un primo sguardo potrebbe sembrare la storia di un uomo di potere combattuto tra le sue convinzioni religiose cattoliche e il suo senso di giustizia, costretto a ricercare la verità a ogni costo.

Guardando La Grazia si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un uomo che, pur vivendo nel massimo splendore delle istituzioni, è intimamente fragile, quasi smarrito. Mariano De Santis non è solo un Presidente chiamato a prendere decisioni difficili: è un uomo che porta sulle spalle il peso della propria coscienza, delle proprie ferite e dei propri rimpianti. E lo spettatore non può fare a meno di sentirne il tormento.

Il film ci mette di fronte a una domanda che risuona dentro come un’eco: che cosa significa davvero “fare la cosa giusta”? La grazia ai due condannati e la legge sull’eutanasia non sono solo atti giuridici, ma veri e propri abissi morali. Sorrentino ci fa sentire il disagio di De Santis, la sua paura di sbagliare, il suo desiderio di essere giusto e umano allo stesso tempo. Si percepisce quasi fisicamente il peso del potere, che non eleva, ma schiaccia.

Il contrasto tra legge e compassione è uno dei passaggi più toccanti del film. Quei due omicidi, nati — almeno nelle intenzioni degli imputati — dall’amore e dalla sofferenza, ci costringono a mettere in discussione le nostre certezze. Si prova un sentimento ambivalente: da un lato l’orrore per il gesto, dall’altro una dolorosa comprensione per chi lo ha compiuto. È qui che La Grazia diventa profondamente umano.

La questione dell’eutanasia è trattata con una delicatezza quasi dolorosa. Non c’è retorica, non c’è ideologia: c’è solo la solitudine di un uomo che deve decidere sul confine tra vita e dignità. Guardando De Santis riflettere, ci si ritrova a riflettere con lui, a sentire il nodo allo stomaco, a chiedersi cosa faremmo al suo posto.

Ma il film non parla solo di politica e morale pubblica: scava anche nell’anima del protagonista. Il ricordo del tradimento della moglie è una ferita mai rimarginata, che ancora sanguina. Si ha l’impressione che ogni sua decisione presente sia filtrata da quel dolore antico, come se cercasse, attraverso le scelte istituzionali, una forma di riscatto o di pace interiore.

E poi c’è la solitudine. Forse il tema più struggente di tutti. De Santis è circondato da potere, protocollo, cerimonie, ma dentro è terribilmente solo. Nei suoi dialoghi con il colonnello dei Corazzieri e il generale degli Alpini si avverte un bisogno quasi disperato di essere ascoltato come uomo, non come Presidente. In quei momenti il film diventa intimo, quasi confessionale.

In fondo, La Grazia lascia addosso una sensazione di inquietudine, ma anche di profonda umanità. Non offre risposte, ma apre ferite, domande, dubbi; ed è proprio in questa inquietudine che il film continua a risuonare dentro di noi, a lungo.

Vi invito ad andare a vedere questo film, ne vale la pena.

Tonino Cavallaro

 

(da Wikipedia) Il film finora ha ricevuto i seguenti premi e candidature:

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo

Premio Brian[28][29] Premio Pasinetti[30] in concorso per il Leone d'oro[1]

European Film Awards[31]

Candidatura per la miglior sceneggiatura a Paolo Sorrentino

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