Ho trovato nella mia autobiografia il nome di un maestro, Don Francesco Spingola, evocato da un mio amico di adolescenza al quale avevo chiesto cosa ricordava di me di quegli anni. A questo prete era associato il titolo di Padre Spirituale, ma per noi ragazzi era il prete che ci accoglieva nei locali del Circolo di Azione cattolica tutte le sere alle 18/18,30. Per un paio di ore ci scatenavamo tra calcio balilla e ping-pong e poi molti di noi passavano nella stanza dove ci attendeva Don Francesco seduto al pianoforte dal quale si alzava appena percepiva che eravamo in numero sufficiente per iniziare l’attività del coro che aveva messo su, contando sulla improbabile disciplina di adolescenti tra i quindici e i vent’anni. Questa differenza di età tra di noi pesava in tante altre attività come quella scolastica o sociale ma in quel coro Don Francesco ci faceva sentire tutti uguali. La sua presenza faceva sparire le differenze, tesi come eravamo a corrispondere a quello che come maestro del coro voleva che facessimo. Parlava poco ma guardava tutti, ognuno di noi sentiva di godere della stessa considerazione, pur nelle diverse interazioni. Quelli più grandi erano più in confidenza e si permettevano qualche scherzo. Per anni tutte le sere tanti adolescenti si raccoglievano senza coercizione né ricatti affettivi attorno a lui, succedeva! Solo a distanza di tanti anni ce lo siamo chiesti e tutti abbiamo concluso che a farci fare un’esperienza irripetibile era stata la sua aura di Maestro. Don Francesco è morto da qualche anno a Perugia all’età di 88 anni dopo una lunga malattia. Qualcuno dei coristi negli ultimi anni ha avuto modo di incontrarlo, io no, ma l’ho chiamato un paio di mesi prima della sua scomparsa per dirgli della sua immagine che era rimasta scolpita nella mia anima e del miracolo che aveva fatto in quegli anni in un remoto paese della Calabria da dove in tanti siamo partiti. Quel mio riconoscimento era l’ennesima conferma di quello che lui era stato in tutta la sua vita, un Maestro che si definisce non tanto per quello che fa, ma per quello che è.
Non ricordo precetti di catechismo.
Poco tempo fa ho postato una foto che lo ritrae sul Lungomare di Trebisacce, dove eravamo andati per una esibizione del coro, tra me e un altro compagno di allora e ho scritto della fortuna dei giovani degli anni 60 che, a differenza di Paolo Conte e Adriano Celentano, avevano avuto un prete per chiacchierare. Io e il mio amico abbiamo la postura e il passo di pretoriani che scortano il loro Pontifex.
Si diceva delle conversazioni. Indimenticabili quelle che ci ha procurato con un gesuita che ci ha reso edotti di alcune questioni dibattute nel Concilio Vaticano Secondo. Ognuno di noi aveva distrattamente orecchiato della dottrina, del catechismo e poi distrattamente partecipi della liturgia. Quel gesuita ci ha fatto intendere come la liturgia fosse funzione della dottrina e che ogni modifica rimandava a delle vere e proprie torsioni dottrinarie. I nostri studi scolastici della filosofia trovavano nuova linfa in queste conversazioni.
Non ho l’età per amarti, canta Gigliola Cinquetti al Festival di San Remo. Quanto simile alle nostre compagne di scuola questa sedicenne con le scarpe di vernice e i calzini corti! E noi in piena tempesta ormonale ci rifiutiamo di credere che non abbiamo l’età per amare, confondendo allegramente sesso, infatuazione e amore. Terminato il festival Don Francesco al pianoforte ci delizia con la melodia della canzone vincitrice. Il compositore di musica classica, il direttore del coro con le canzonette! È da questa canzonetta che ci fa intendere che bisogna aver l’età per amare, non sono sufficienti gli ormoni o le fantasie adolescenziali e che l’amore è un punto d’arrivo di un processo di maturazione, di educazione sentimentale. Un prete che si serve di una canzonetta di Sanremo a mo’ di parabola! Per carità! Nessuna parafrasi, libero ognuno di afferrare quello che serviva alla propria temperatura emotiva, lasciando ancora tanto da esplorare, un po’ come il costrutto dell’aletheia heideggeriana che si nasconde mentre si disvela.
Don Francesco non predicava, ma si presentava a noi, per dirla con Wittgenstein, come colui che “si mostra”, “si ostende” e nel proporci degli obiettivi (partecipare a dei concorsi canori), socraticamente ci ha indicato di “andare verso qualcosa”.
Giuseppe Costantino






