Stamattina un amico di Pordenone mi ha segnalato un articolo del “Gazzettino” che ricorda il centenario della morte di Giovanni Amendola, (nato a Napoli 1882) avvenuta il 7 aprile 1926.
Un nome che oggi molti pronunciano poco, e ancora meno conoscono davvero. (anche se in molte località vi sono strade a lui intitolate) Perché da queste parti non mancano quelli che si dichiarano antifascisti a parole, ma ignorano quasi del tutto le radici di quell’idea e, soprattutto, le vite spezzate di uomini che si opposero ai nazionalismi prepotenti pagando di persona. Per rinfrescare un po’ la memoria, propongo di seguito un breve sunto dell’articolo dell’ottimo Alessandro Marzo Magno.
A cent’anni dalla morte di Giovanni Amendola, l’articolo ricorda la figura di uno dei principali esponenti dell’antifascismo liberale italiano, morto nel 1926 in Francia a causa delle violenze subite dai fascisti. Pochi mesi prima era scomparso, per motivi analoghi, anche Piero Gobetti, giovane intellettuale antifascista.
A differenza di Gobetti, Amendola era un politico maturo e autorevole, divenuto dopo il delitto Matteotti il punto di riferimento dell’opposizione borghese al regime. Lo stesso Mussolini ne riconosceva il peso, considerandolo il principale avversario politico.
L’articolo sottolinea come l’antifascismo non fosse affatto limitato ai comunisti, ma includesse anche figure liberali e democratiche. In questo contesto si inserisce anche l’attività di Silvio Trentin, giurista e politico, che intrattenne un intenso rapporto epistolare con Amendola e condivise con lui la battaglia per la libertà e la democrazia.
Dopo le elezioni del 1924, segnate dalla vittoria della “Lista nazionale” grazie alla legge Acerbo, gli antifascisti tentarono di organizzarsi in una nuova formazione politica, l’Unione Nazionale, fondata nel novembre dello stesso anno. Tuttavia, il progetto di costruire un’alternativa democratica al fascismo fu presto soffocato dalla repressione.
Particolarmente significativa è la riflessione di Trentin sul rapporto tra Stato e territorio: secondo lui, accentramento e libertà sono incompatibili. Criticava sia il fascismo, che aveva abbandonato le promesse di decentramento, sia il liberalismo, colpevole di non aver affrontato per tempo questa riforma fondamentale.
Amendola morirà nel 1926; Trentin proseguirà la sua attività politica fino alla Resistenza, maturando posizioni sempre più avanzate e contribuendo anche a elaborazioni costituzionali di tipo federalista. (n.d.r. Non certo come vorrebbero oggi Calderoli e c. con l'autonomia differenziata)
Riflessione finale
La vicenda di Amendola, Gobetti e Trentin invita a rileggere l’antifascismo fuori dagli schemi semplicistici con cui spesso viene raccontato oggi. Non fu un fenomeno monolitico né ideologicamente uniforme, ma un campo ampio, attraversato da liberali, democratici, socialisti e azionisti, uniti da un’idea comune di libertà.
Colpisce, in particolare, l’attualità di alcuni temi: il rapporto tra centro e periferia, il ruolo delle istituzioni, la fragilità delle democrazie quando perdono il contatto con i cittadini. Le parole di Trentin sul decentramento sembrano parlare anche al presente, ricordando che la libertà non è solo un principio astratto, ma una costruzione concreta che richiede equilibrio, partecipazione e responsabilità.
E forse è proprio questo il lascito più importante: la democrazia non crolla all’improvviso, ma si indebolisce quando chi dovrebbe difenderla smette di rinnovarla.
Antonio Michele Cavallaro
Libero pensatore






