Nel decimo canto dell’Inferno accade qualcosa che dovrebbe far riflettere molti protagonisti della vita pubblica contemporanea. Un guelfo e un ghibellino, appartenenti a fazioni che hanno insanguinato Firenze per decenni, si trovano faccia a faccia. Sono nemici politici. Eppure si parlano con rispetto.
Dante incontra Farinata degli Uberti, uno degli uomini che più di ogni altro rappresentano la parte avversa alla sua. Non gli risparmia il giudizio morale, non rinuncia alle proprie convinzioni, non cancella le differenze. Ma gli riconosce una grandezza umana e politica che va oltre l’appartenenza di parte. Non è un dialogo pacifico né conciliatorio. Dante e Farinata non cercano un accordo e non rinunciano alle proprie idee. Anzi, rivendicano con orgoglio le rispettive posizioni e ricordano ferite ancora aperte. Proprio per questo il rispetto che emerge dal loro confronto appare ancora più significativo: dimostra che si può riconoscere il valore dell’altro senza condividere ciò che pensa.
Dante colloca Farinata all’Inferno e non nasconde mai di considerarlo nel torto. Eppure gli concede ciò che oggi spesso si nega agli avversari: la dignità. La condanna delle idee non si trasforma nella cancellazione della persona.
Sette secoli dopo, una scena simile appare quasi rivoluzionaria.
Oggi il confronto politico è spesso ridotto a una gara di battute, slogan e video da condividere sui social. Le idee passano in secondo piano. A occupare il centro della scena sono l’insulto, la derisione e la ricerca dell’applauso facile. Non si cerca di confutare l’avversario, ma di ridicolizzarlo. Non si ascolta ciò che dice: si aspetta soltanto il momento giusto per interromperlo o trasformarlo in una caricatura. Anche nella politica locale accade spesso: invece di discutere se una scelta amministrativa sia giusta o sbagliata, ci si rifugia nella battuta o nel soprannome.
È più facile strappare una risata che costruire un argomento.
Eppure Dante, immerso in un’epoca di conflitti ferocissimi, aveva compreso una verità che oggi sembra smarrita: si può combattere un’idea senza disprezzare chi la sostiene.
È anche per questo che la Divina Commedia non dovrebbe essere ridimensionata nella scuola. Non perché sia un monumento da conservare sotto una teca, ma perché continua a parlare al presente. In quelle pagine i ragazzi possono trovare qualcosa che spesso manca nel dibattito pubblico: il senso della misura, la forza del confronto e il rispetto dell’avversario. Forse il paradosso è proprio questo. Dante e Farinata, divisi da tutto, riuscivano ancora a riconoscersi come interlocutori. Noi, che viviamo in una democrazia e disponiamo di strumenti di comunicazione impensabili per il loro tempo, rischiamo sempre più spesso di considerarci nemici. Una democrazia non si misura dall’assenza di conflitti. Si misura dalla capacità di affrontarli senza trasformare l’avversario in un bersaglio da deridere.
Teresa PALOPOLI






