La remigrazione, letteralmente, è la migrazione di ritorno. Nel dibattito politico, però, il termine ha assunto un significato diverso... è diventato il nome di un progetto che promette di riportare nel Paese d'origine una parte degli immigrati presenti sul territorio nazionale.
È una parola che colpisce l'immaginazione. Evoca ordine, controllo, identità. Ma proprio perché è una parola potente, pretende una responsabilità ancora maggiore da chi la pronuncia.
Le parole possono accendere il consenso. Le politiche, invece, devono attraversare il diritto, le istituzioni, la diplomazia e la realtà. È qui che gli slogan si misurano con il governo.
La remigrazione è stata presentata come una risposta a un problema reale e sentito da una parte dell'opinione pubblica. Ma una risposta politica non si valuta soltanto dalla sua forza evocativa. Si valuta dalla capacità di spiegare quali leggi modificare, quali limiti costituzionali affrontare, quali accordi internazionali rinegoziare e con quali strumenti trasformare una parola d'ordine in una politica pubblica.
Finché questo passaggio rimane irrisolto, la remigrazione resta soprattutto un efficace dispositivo retorico. Non perché sia illegittimo discuterne, ma perché una proposta politica non può vivere soltanto della propria forza evocativa. Deve misurarsi con la possibilità concreta di essere realizzata.
A mio avviso, finora il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sull'efficacia dello slogan, molto meno sull'illustrazione di un percorso normativo capace di renderlo compatibile con l'ordinamento vigente.
Ed è forse questo il vero problema del nostro tempo... discutiamo molto delle parole che ci piacciono e troppo poco delle leggi che dovrebbero renderle possibili. La politica vive anche di visioni, ma una visione diventa credibile solo quando è accompagnata da un percorso istituzionale capace di sostenerla. Altrimenti resta un esercizio di retorica, efficace nel raccogliere consenso, ma insufficiente a governare la complessità.
Chiunque abbia ricoperto ruoli di responsabilità nelle istituzioni dovrebbe conoscere la distanza che separa un obiettivo dalla sua concreta realizzazione. In ogni organizzazione complessa il valore di una strategia non si misura dalla sua forza evocativa, ma dalla capacità di tradursi in procedure, responsabilità e risultati. La politica, sotto questo profilo, non dovrebbe fare eccezione.
Del resto, è il destino di molta politica contemporanea. Lo slogan richiede pochi secondi... un progetto di legge richiede studio, tempo e pazienza. Il primo suscita emozioni immediate, il secondo impone domande scomode. Per questo il dibattito pubblico finisce spesso per premiare la semplicità della promessa più della complessità della sua realizzazione.
Una democrazia si rafforza quando i cittadini non si accontentano di chiedere che cosa un leader promette, ma pretendono anche di sapere come intende mantenere quella promessa. È in quella domanda che si misura la maturità del dibattito pubblico, prima ancora della qualità della politica.
Tra la promessa e il governo c'è la realtà. La qualità della politica si misura dalla capacità di attraversarla.
Teresa Palopoli
Nota della redazione: Nella foto in alto, un momento della manifestazione svoltasi a Vienna il 20 luglio del 2024. Con la frase in inglese nello striscione gli organizzatori hanno cercato di presentare la loro richiesta come se rispondesse all'interesse stesso dei bambini, cioè delle future generazioni. Uno slogan subdolo, costruito per ridurre la possibilità di contestazione: chi si oppone rischia di apparire, almeno sul piano emotivo, come se si opponesse al benessere dei bambini, mentre in realtà il dissenso riguarda la politica migratoria proposta.






