Mario Luzi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Poeta, scrittore, drammaturgo e voce inquieta della coscienza civile. Nella sua opera la poesia non rimane chiusa nella bellezza delle parole, ma entra nella storia, interroga il potere e dà voce a chi resiste all’ingiustizia. È da questa sua vocazione civile che nasce anche la sua Antigone. Non una figura relegata al mito, ma una donna capace di parlare ancora al nostro presente.
«Non mi avrai, Creonte, né domata, né persuasa.»
È difficile immaginare un inizio più netto per parlare del potere, della libertà e della violenza. In queste parole Luzi non consegna ad Antigone soltanto una battuta teatrale ma le affida una dichiarazione di resistenza.
Domata e persuasa.
Due parole diverse, ma unite dalla stessa pretesa e cioè quella di chi non vuole soltanto vincere una donna, ma vuole piegarne la coscienza, convincerla che la propria sottomissione sia giusta. Il potere, quando diventa arbitrio, non si accontenta di togliere la libertà. Pretende che la vittima riconosca come legittima la mano che gliel’ha tolta. Antigone, invece, rifiuta. Rifiuta la legge di Creonte quando quella legge calpesta la dignità umana. Rifiuta l’obbedienza quando obbedire significa tradire ciò che considera giusto. Rifiuta persino di lasciarsi definire dalla condanna che le viene inflitta. Luzi la fa parlare oltre la morte. La sua voce attraversa il recinto del potere, si insinua nei pensieri di chi comanda, diventa dubbio, rimorso, domanda. Creonte può condannare il corpo di Antigone, ma non può cancellare la verità che quella donna ha difeso. Ed è proprio qui che il mito antico smette di essere soltanto mito e torna a parlarci del presente. La storia di Antigone non è la storia di un femminicidio, e sarebbe superficiale confondere tragedie diverse. Creonte è un sovrano, non un compagno o un ex fidanzato. Ma tra quella vicenda e le donne uccise dagli uomini esiste un filo profondo che è la pretesa di trasformare l’autonomia femminile in una colpa. Il femminicidio è l’ultimo atto di una cultura che non accetta il rifiuto, la separazione, la libertà. Non è amore impazzito. Non è una tragedia passionale. Non è un gesto provocato da una donna che avrebbe parlato troppo, lasciato troppo presto, amato qualcun altro o semplicemente detto di no. La gelosia non è amore. Il controllo non è protezione. Il possesso non è un sentimento. La violenza nasce quando un uomo ritiene di avere un diritto sulla vita di una donna. Prima del colpo, spesso, c’è una lunga sequenza di segnali come l’isolamento, le minacce, il telefono controllato, gli spostamenti sorvegliati, gli insulti, la paura trasformata in abitudine. La donna viene lentamente privata della propria voce, fino a quando il suo ultimo no diventa, agli occhi di chi la perseguita, un’insubordinazione imperdonabile.È proprio per questo che non si possono ignorare le parole di Roberto Vannacci, secondo il quale il femminicidio non esiste e sarebbe soltanto un omicidio come tutti gli altri. No, Vannacci. Non è la stessa cosa. Dire femminicidio non significa sostenere che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Significa riconoscere il motivo per cui quella donna è stata uccisa e cioè perché non ha obbedito, perché ha lasciato, perché ha scelto, perché ha detto no, perché ha rivendicato il diritto di non appartenere a nessuno. Negare questa parola significa negare la realtà che essa rende visibile. E se slogan di questo genere servono a strizzare l’occhio a un elettorato maschilista e a raccogliere consenso banalizzando la violenza, allora occorre dirlo con chiarezza che nessun calcolo politico può valere più della vita di una donna. Un consenso ottenuto sulla pelle delle vittime non è coraggio. È la forma più cinica della propaganda. Le parole non uccidono da sole, ma possono preparare il terreno su cui la violenza viene minimizzata e resa normale. Quando si cancella il nome del fenomeno, si cancella anche la possibilità di comprenderlo e prevenirlo. Creonte pretendeva che Antigone fosse soltanto una suddita. Oggi c’è ancora chi pretende che una donna sia soltanto una compagna obbediente, una moglie docile, un corpo disponibile, una persona incapace di dire no.Ma una donna non è proprietà di nessuno. E il suo rifiuto non è un crimine da punire. Antigone non deve diventare un altro peso sulle spalle delle donne. Nessuna donna dovrebbe avere il compito di essere eroica, di resistere fino alla morte, di dimostrare continuamente il proprio coraggio per poter essere ascoltata. Il compito è nostro! Delle famiglie che devono smettere di chiamare amore ciò che è controllo; degli amici che devono ascoltare anche ciò che viene detto sottovoce; delle istituzioni che devono intervenire prima del sangue; della scuola, che deve insistere, perseverare e insegnare che il consenso non è una concessione e che un no non è un’offesa. Perché il femminicidio non comincia quando una donna viene uccisa. Comincia molto prima, ogni volta che la sua libertà viene considerata una provocazione, ogni volta che la sua paura viene minimizzata, ogni volta che un uomo pensa di poter decidere per lei.
«Mai ti libererai di me», dice Antigone.
Non è una minaccia. È la voce della coscienza che continua a vivere quando il potere crede di aver cancellato tutto.Le donne uccise non devono diventare fantasmi costretti a perseguitare i loro assassini. Meritano più del loro rimorso. Meritano giustizia, memoria, verità. Questo editoriale è per Ornella, per Lorena, per Giulia Cecchettin, per Giulia Tramontano e per il piccolo Thiago, che non ebbe nemmeno il tempo di venire al mondo .È per tutte le donne i cui nomi rischiano di diventare soltanto numeri dentro una statistica. Ed è anche per Gino Cecchettin, un padre che ha trasformato il dolore più insopportabile nella responsabilità di educare, parlare, prevenire. Un uomo che, invece di chiudersi nel lutto, ha scelto di provare a salvare i figli degli altri. E proprio per questo, in questi giorni, è stato attaccato e umiliato da chi sembra sentirsi minacciato persino da una lezione sul rispetto. Questa è un’altra forma di violenza… pretendere il silenzio da chi ha già pagato il prezzo più alto. Offendere un padre che prova a impedire che altre famiglie conoscano il suo stesso dolore. Ma il dolore di chi resta non finisce con il funerale. Resta l’impotenza di chi avrebbe voluto capire prima, intervenire prima, salvare una figlia, una sorella, una madre, un’amica. Resta il vuoto di chi ripercorre ogni telefonata, ogni silenzio, ogni segnale ignorato, chiedendosi se qualcosa avrebbe potuto cambiare il finale. E sopra quel dolore arriva l’arroganza di chi nega, minimizza, banalizza. Di chi trasforma una vita spezzata in uno slogan e il dolore di una famiglia in un bersaglio politico. No, Vannacci. Non sarà Gino Cecchettin a dover abbassare la voce. Dovrebbero abbassarla quelli che, davanti a una figlia uccisa, non hanno trovato il silenzio del rispetto, ma la protervia dell’offesa. Non saranno le vittime a dover tremare davanti alla vostra arroganza. Sarete voi a dover tremare davanti alla verità. Antigone ci ha insegnato che il potere può condannare una donna, ma non può cancellare la verità. La verità è che una donna non è proprietà di nessuno. Il suo rifiuto non è una colpa. Il suo assassinio non è un omicidio come tutti gli altri.
Teresa Palopoli
N.d.r. : L'immagine in alto è stata creata con l'aiuto dell'AI