Non abbiamo la pretesa di entrare nel merito di un'inchiesta giudiziaria che spetta esclusivamente alla magistratura. Ci limitiamo a mettere in fila le notizie rese pubbliche in questi giorni da diverse testate sulla cosiddetta operazione Master, condotta nella Sibaritide contro un presunto sistema di caporalato e sfruttamento della manodopera.
Secondo quanto riferito dagli investigatori, l'indagine, avviata nel 2020, avrebbe ricostruito l'esistenza di due associazioni interconnesse e una filiera che non si sarebbe limitata allo sfruttamento dei lavoratori nei campi, ma avrebbe avuto origine molto prima del loro arrivo in Italia.
Le accuse sono pesanti: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, traffico di migranti e, per alcuni degli indagati, anche l'ipotesi di riduzione in schiavitù.
Le ricostruzioni investigative parlano di lavoratori reclutati nei Paesi d'origine, di somme comprese tra 6.500 e 10.000 euro richieste per pratiche legate ai visti e all'ingresso in Italia, di lavoratori arrivati nel nostro Paese gravati da debiti e poi inseriti nel circuito dello sfruttamento agricolo.
Sono stati inoltre riferiti salari di pochi euro l'ora, condizioni abitative degradanti, trasporti organizzati per raggiungere i campi e un sistema di pressione nel quale anche il permesso di soggiorno sarebbe stato utilizzato come strumento di ricatto.
Sono, naturalmente, ipotesi accusatorie che dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti. Nessuno può essere considerato colpevole fino a una sentenza definitiva.
Poi è arrivata la decisione della gip del Tribunale di Castrovillari, Carmen Lodovica Bruno.
La gip non ha convalidato il fermo di dieci dei venti indagati e non ha applicato nei loro confronti misure cautelari, disponendone la liberazione.
Dalle motivazioni rese pubbliche emerge che, secondo la giudice, non sarebbero stati sufficientemente dimostrati né un concreto pericolo di fuga né un attuale pericolo di reiterazione dei reati. La gip avrebbe inoltre ritenuto non utilizzabile, in assenza di elementi probatori, il collegamento prospettato dall'accusa tra alcuni degli indagati e la strage di Amendolara, definendolo una «mera suggestione».
Su questo punto non abbiamo nulla da obiettare.
Se non esistono elementi probatori che colleghino quelle persone all'omicidio dei quattro lavoratori, è giusto che quel collegamento non venga utilizzato contro di loro.
Una misura cautelare, inoltre, non equivale a una condanna e il principio di presunzione di innocenza deve valere per tutti.
Ma proprio qui cominciano le nostre domande.
Perché dalle stesse ricostruzioni investigative emerge un fenomeno che sembra avere caratteristiche molto più ampie del semplice reclutamento di manodopera nei campi.
Il caporalato, in casi come questo, potrebbe non cominciare in Calabria.
Potrebbe cominciare migliaia di chilometri più lontano.
Comincia quando a un giovane, spesso povero e privo di alternative, viene promessa la possibilità di arrivare in Europa con un lavoro, un buon salario e un permesso di soggiorno, in cambio di somme che possono rappresentare un debito enorme per la sua famiglia.
E allora le domande diventano inevitabili.
Chi raccoglie quei soldi? Chi organizza il viaggio? Chi procura i documenti? Chi mette in contatto il lavoratore con l'intermediario italiano? Chi incassa le somme? Attraverso quali canali vengono trasferite? Che cosa accade quando il lavoratore arriva in Italia e scopre che il lavoro promesso non esiste o che le condizioni sono completamente diverse da quelle prospettate?
Le cronache giudiziarie di questi anni hanno già documentato, in diversi contesti, un meccanismo nel quale il lavoratore arriva in Italia fortemente indebitato, viene privato o comunque reso dipendente dai propri documenti e finisce sottoposto a condizioni di lavoro e di vita che non avrebbe mai accettato se fosse stato realmente libero di scegliere.
In questi casi il permesso di soggiorno può diventare qualcosa di più di un documento amministrativo.
Può diventare uno strumento di ricatto.
E quando al ricatto si aggiunge la minaccia di ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti nel Paese d'origine, la condizione del lavoratore diventa ancora più drammatica.
Riteniamo, quindi, importante che un'indagine sul caporalato non si fermi necessariamente al campo agricolo, al furgone che trasporta i braccianti o al datore di lavoro che paga pochi euro all'ora.
Bisogna, quando gli elementi lo consentono, seguire la filiera e seguire il denaro.
Le stesse indagini sull'operazione Master sembrano aver già individuato una parte di questa filiera, attraverso la ricostruzione del sistema dei visti, del reclutamento e della contabilità occulta.
Ed è proprio questo che rende ancora più interessante la decisione della gip.
Non ci chiediamo perché dieci persone siano state liberate.
La domanda è un'altra:
quali elementi specificamente riferibili a quei dieci indagati sono rimasti sufficienti a sostenere le accuse, ma non sono stati ritenuti sufficienti a dimostrare l'attualità delle esigenze cautelari?
E ancora:
sono state approfondite, per ciascuno di loro, le eventuali disponibilità economiche, i movimenti finanziari, il patrimonio, il tenore di vita, le proprietà, le automobili, le abitazioni e gli eventuali beni o interessi economici in Italia e all'estero?
Non perché avere una bella automobile o una casa confortevole possa costituire, da solo, una prova di colpevolezza.
Ma perché, quando si ipotizza un'attività criminale fondata sullo sfruttamento di centinaia di persone e sulla movimentazione di somme considerevoli, la ricostruzione economica della filiera dovrebbe rappresentare una delle chiavi per capire chi guadagna realmente da quel sistema.
Non sappiamo se queste verifiche siano state effettuate.
Non abbiamo accesso agli atti dell'inchiesta e non intendiamo fingere di conoscerli.
Ci limitiamo a porre la domanda.
Perché il rischio, quando si parla di caporalato, è quello di fermarsi all'ultimo anello della catena: quello che vediamo.
Il caporale che raccoglie i lavoratori: Il furgone, il campo di lavoro, la catapecchia per alloggio e la paga di pochi euro.
Ma dietro quell'ultimo anello potrebbe esserci una filiera molto più lunga.
Paese d'origine, reclutatore, famiglia che paga, intermediario, viaggio, visto, ingresso in Italia, permesso di soggiorno, debito, ricatto, lavoro, salario e trasferimento del denaro.
Se davvero questa filiera esiste, è lì che occorre guardare.
E’ proprio questa la parte più inquietante della vicenda.
Il dramma dello sfruttamento non comincia necessariamente quando il lavoratore entra nei campi della Sibaritide.
Potrebbe cominciare nel momento stesso in cui, nel suo Paese d'origine, qualcuno gli vende la promessa di una vita migliore.
La decisione della gip di Castrovillari la rispettiamo, come è doveroso rispettare ogni decisione della magistratura.
Ma confessiamo che la leggiamo con una certa imbarazzata perplessità.
Non perché riteniamo che gli indagati debbano essere arrestati a prescindere.
Non perché vogliamo sostituirci ai giudici e nemmeno perché riteniamo che un'accusa possa automaticamente trasformarsi in una condanna.
Semplicemente perché, davanti alla descrizione di una macchina di sfruttamento che gli stessi investigatori hanno ricostruito come articolata e transnazionale, facciamo fatica a non chiederci se siamo davvero riusciti — o se stiamo riuscendo — a guardare fino in fondo alla filiera.
Perché liberare una persona dalla condizione di sfruttamento significa certamente restituirle libertà ma per sconfiggere il sistema che produce quello sfruttamento bisogna trovare anche chi lo organizza, chi lo alimenta e, innanzitutto, chi ne trae profitto.
Questa è la domanda che, più di ogni altra, questa vicenda ci lascia:
Dove comincia davvero il caporalato?






