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SLAPP e libertà di parola: una tutela che in Italia rischia di restare a metà

direttiva slapp.pngNessuno dovrebbe essere intimidito o costretto al silenzio per aver raccontato fatti veri o difeso l’interesse pubblico. Eppure accade ogni giorno. Giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani si ritrovano spesso bersaglio delle cosiddette SLAPP, azioni legali temerarie promosse non tanto per ottenere giustizia, quanto per scoraggiare, logorare economicamente e psicologicamente chi denuncia situazioni scomode.

Le SLAPP, acronimo di Strategic Lawsuits Against Public Participation, rappresentano una forma subdola di pressione che colpisce la libertà di informazione e il diritto dei cittadini a partecipare al dibattito pubblico. Non importa vincere la causa: spesso basta trascinare qualcuno per anni nei tribunali, costringerlo a sostenere spese legali e vivere sotto la minaccia costante di richieste di risarcimento spropositate.

Oggi scade il termine entro cui l’Italia dovrebbe recepire la Direttiva europea anti-SLAPP. Tuttavia, il Governo sembra orientato verso una soluzione minimale, limitando l’applicazione della normativa ai soli procedimenti civili con implicazioni transfrontaliere. Una scelta che escluderebbe la quasi totalità dei casi italiani, lasciando senza reali tutele proprio coloro che più frequentemente subiscono queste azioni intimidatorie.

Per questo motivo la coalizione CASE Italia (Coalition Against SLAPPs in Europe) ha deciso di intervenire pubblicamente, inviando una lettera aperta al Ministro della Giustizia Carlo Nordio e al Viceministro Francesco Paolo Sisto, chiedendo una trasposizione completa della direttiva, coerente con le raccomandazioni della Commissione europea e del Consiglio d’Europa.

Il punto centrale è semplice: una normativa limitata ai casi internazionali non risolverebbe quasi nulla. Oltre il 90% delle SLAPP avviene infatti all’interno dei confini nazionali. Giornalisti locali, piccoli organi d’informazione, blogger, associazioni e semplici cittadini continuerebbero così a essere esposti a querele e cause usate come strumenti di intimidazione.

In gioco non c’è soltanto la tutela di una categoria professionale. È in discussione la qualità stessa della democrazia. Dove cresce la paura di parlare o di denunciare, diminuisce inevitabilmente la trasparenza. E quando il silenzio diventa più conveniente della verità, a perdere è l’intera collettività.

Quante volte capita a un normale cittadino di trovarsi coinvolto in contenziosi con amministrazioni pubbliche, enti o apparati burocratici, pur avendo pienamente ragione? E quante volte, per vedersi semplicemente riconosciuto un diritto, è costretto ad affrontare anni di cause legali, spese onerose, stress e autentiche vessazioni amministrative?

È un problema molto più diffuso di quanto si voglia ammettere. Spesso il cittadino non rinuncia perché ha torto, ma perché non ha la forza economica e psicologica per sostenere battaglie lunghe e costose contro strutture pubbliche che dispongono invece di uffici legali, consulenti e risorse praticamente inesauribili.

In molti casi si assiste a una sorta di squilibrio di potere: da una parte il cittadino che deve pagare avvocati, perizie e spese processuali di tasca propria; dall’altra funzionari e amministratori che avviano ricorsi, opposizioni o azioni giudiziarie senza subire conseguenze personali, anche quando appare evidente la debolezza delle loro posizioni.

Ed è proprio qui che nasce una delle distorsioni più gravi. Talvolta si ha la sensazione che certe controversie vengano trascinate artificialmente nel tempo, non per tutelare davvero l’interesse pubblico, ma per una logica burocratica di difesa dell’apparato oppure, peggio ancora, per alimentare incarichi e parcelle legali affidate sempre agli stessi professionisti di fiducia.

Il cittadino si trova così davanti a una scelta amara: rinunciare ai propri diritti oppure affrontare una macchina amministrativa che può permettersi di perdere tempo e denaro pubblico senza particolari responsabilità dirette. Anche quando, alla fine, la giustizia riconosce le sue ragioni, spesso il danno economico e umano subito resta enorme.

Per questo il tema delle azioni temerarie non riguarda soltanto giornalisti o attivisti, ma tocca più in generale il rapporto tra cittadini e potere. Una democrazia sana dovrebbe garantire strumenti rapidi ed efficaci per tutelare chi subisce abusi amministrativi o procedimenti palesemente pretestuosi. Altrimenti il rischio è che la legge, nata per proteggere i diritti, finisca per diventare essa stessa uno strumento di intimidazione.

E forse sarebbe anche il momento di introdurre maggiori responsabilità personali per chi, all’interno della pubblica amministrazione, promuove o sostiene contenziosi inutili e palesemente destinati alla sconfitta, scaricando poi i costi sull’intera collettività.

Il governo ha avuto due anni di tempo per costruire una legge capace di proteggere realmente chi esercita il diritto di critica e di informazione. Ridurre tutto a un recepimento parziale significherebbe perdere un’occasione importante e lasciare irrisolto un problema che da troppo tempo pesa sulla libertà di stampa e sulla partecipazione civile nel nostro Paese.

Redazione

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