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LA CALABRIA NON È MAFIA E NON È SOLO VINITALY!

in attesadi risposte.jpgÈ una terra che da secoli lotta per le proprie ragioni.
Dire che la Calabria non è mafia non significa negare l’esistenza della ’ndrangheta.
Significa rifiutare che una regione intera e le sue persone vengano ridotte a un solo fenomeno.
La Calabria è storia, lavoro, dignità e lotte.

Il nome Italia compare nelle fonti antiche riferito, in origine, a un territorio limitato dell’estremo sud della penisola, nell’area dell’attuale Calabria.
In questa terra vivevano popoli diversi, con le proprie città e le proprie ragioni.
Tra loro c’erano i Bretti, chiamati Bruzi dai Romani. 
Nel IV secolo a.C. formarono una confederazione autonoma, con centro a Cosenza. 
Conquistarono città greche e si opposero alle potenze che volevano controllare il territorio. Durante la guerra di Annibale si schierarono contro Roma. 
Persero e pagarono duramente quella scelta. Ma per secoli avevano difeso la propria autonomia, non furono spettatori della storia, ne furono protagonisti.
Nel 1848, le province calabresi insorsero nel clima delle rivoluzioni liberali.
Chiedevano cambiamenti politici e costituzionali. 
La rivolta fu repressa, ma una richiesta di libertà non scompare solo perché chi la porta viene sconfitto.
Nel dopoguerra la lotta per la dignità prese il volto dei contadini senza terra. A Melissa, le occupazioni e le rivendicazioni contro il latifondo culminarono nell’eccidio di Fragalà, il 29 ottobre 1949… tre contadini morirono mentre chiedevano terra e giustizia.
Quelle lotte contribuirono ad accelerare la riforma agraria.
Era la voce di chi non voleva più vivere nella miseria e reclamava il diritto di lavorare la terra.
Nel 1970, a Reggio Calabria, la protesta nacque dalla contesa sul capoluogo regionale, ma si intrecciò con una richiesta più ampia di attenzione, sviluppo e opportunità per un territorio che temeva di restare ai margini. Fu una vicenda complessa, attraversata da diverse forze e anche da strumentalizzazioni. Ridurla a una semplice questione di campanile, però, significa ignorare il malessere e le aspettative che la alimentarono.
Le epoche sono diverse e non esiste un’unica Calabria immutata attraverso i secoli.
Ma torna una domanda e cioè che cosa accade quando le ragioni di una comunità vengono ignorate? 
La storia calabrese è fatta anche di persone che, davanti all’abbandono e all’ingiustizia, hanno trovato la forza di farsi sentire.
Oggi quella voce arriva dagli autotrasportatori, stretti tra il caro carburante e costi che mettono a rischio il loro lavoro.
Il Viminale ha comunicato 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo, nell’ambito dei controlli sui presidi che intralciavano la circolazione, soprattutto in Campania.
E una denuncia, naturalmente, non è una condanna.
In questo clima, il ministro Lollobrigida ha parlato di «casi evidenti di infiltrazioni criminali» e ha invitato a guardare i curriculum e i casellari giudiziari dei leader della protesta.
Sono parole pesanti.
Se ci sono responsabilità individuali o infiltrazioni, vanno accertate e documentate nelle sedi competenti.
Ma un’accusa generica non può diventare un’etichetta sulla protesta, sui lavoratori o su un’intera regione. La ’ndrangheta va combattuta con indagini e prove; non usata come sospetto da lasciare cadere su chi protesta.
Servono risposte concrete e verificabili.
La circolazione va tutelata, ma il malessere di chi lavora non si risolve contando identificati, denunciati e sanzionati, né insinuando ombre senza chiarire quali siano i fatti.
A luglio, il Parco archeologico di Sibari ha ospitato Vinitaly and the City, con la partecipazione di Lollobrigida e di altri rappresentanti istituzionali.
È giusto valorizzare il vino, la cultura e il patrimonio archeologico della Calabria.
Ma questa terra non può essere celebrata soltanto quando fa da vetrina e guardata con sospetto quando i suoi lavoratori protestano.
La Calabria non è mafia.
È anche una storia di lotte per l’autonomia, per la terra, per il lavoro e per il diritto di essere ascoltati.
Oggi gli autotrasportatori chiedono che le loro ragioni non vengano lasciate cadere nel silenzio.
Il governo saprà ascoltarle o si ricorderà della Calabria soltanto quando tornerà il tempo della propaganda e delle visite elettorali?
 
Teresa Palopoli