Una memoria della guerra che viene dalla gente
Ci sono episodi della Storia che non troviamo nei libri, ma che sono rimasti impressi nella memoria di chi li ha vissuti o di chi li ha ascoltati raccontare.
Quello che segue è il racconto di Gaetano La Manna, dedicato a un episodio avvenuto a Francavilla Marittima, (CS) nella località della Carcaredda, l’8 settembre 1943, nei giorni drammatici dell’armistizio e della ritirata delle truppe tedesche. La vicenda, così come viene raccontata, nasce da una testimonianza orale ricevuta da Gaetano da una persona a lui cara, oggi scomparsa. Non pretende quindi di sostituirsi alla documentazione storica, ma conserva il valore particolare della memoria popolare, quella che spesso custodisce episodi, luoghi e particolari che rischiano di scomparire insieme alle persone che li hanno conosciuti.
È una storia di guerra, ma soprattutto è una storia di uomini e di donne. C'è la fretta della ritirata, il fuoco appiccato alle provviste, la fame della popolazione, la paura degli spari e, infine, il recupero di quel ferro che la guerra aveva lasciato dietro di sé e che la gente seppe trasformare in strumenti di lavoro.
È proprio questo passaggio, dalla distruzione alla vita, che rende il racconto particolarmente significativo. Pubblichiamo queste pagine perché crediamo che anche queste piccole storie locali appartengano alla Storia, e perché la memoria di un luogo non è fatta soltanto di grandi avvenimenti e di nomi illustri, ma anche delle vicende vissute dalla gente comune. (La redazione)
La Carcaredda: il fuoco, la fame e il ferro
(foto: fondello di un bossolo d'artiglieria tedesca) In un angolo buio della cantina, due cilindri di ottone, resi opachi dal tempo, continuano a raccontare una storia che i libri non hanno mai riportato nelle loro pagine.
A vederli oggi sembrano inerti rottami, ma nel sottobosco del 1943 quei bossoli bruciavano tra le mani della storia.
Il 3 settembre del 1943 avvenne lo sbarco a Reggio Calabria dell’Operazione Baytown (l’Ottava Armata del generale Montgomery).
Il comandante tedesco, Maresciallo A. Kesselring, e il generale H. von Vietinghoff ordinarono di non ingaggiare la battaglia decisiva al sud, per evitare di rimanere tagliati fuori.
Il piano degli interventi di rallentamento dell’avanzata procedeva lungo la fascia tirrenica e lungo la fascia ionica, sfruttando la Nazionale 106, direzione Crotone, Piana di Sibari e, da qui, continuare per il Varco di Castrovillari e la Lucania (imboccando la Nazionale 19), per poi raggiungere Salerno lungo la direttrice Lagonegro-Valle del Sele, dove, il 9 settembre 1943, scattò l’Operazione Avalanche (lo sbarco alleato nel golfo di Salerno).
La 29ª Divisione tedesca, proveniente da Sibari, doveva raggiungere l’8 settembre la 16ª Panzer-Division per rinforzarla e tentare il contrattacco contro le teste di sbarco americane e britanniche tra Battipaglia ed Eboli.
Ma quell’8 settembre avvenne una giornata particolare a Francavilla M.ma, poco fuori dall’abitato di allora.
Era il giorno in cui il pianoro della “Carcaredda”, poco sotto le ultime case di allora, lungo la via di S. Emidio, smise di profumare di calce viva e s’impregnò dell’odore acre di benzina e generi alimentari dati alle fiamme.
Una parte dei soldati, con i mezzi militari e di locomozione, si era accampata sul pianoro, mentre un piccolo numero di soldati, col comandante, si erano inerpicati verso Cerchiara di Calabria per verificare l’esistenza della strada 92 che, raggiungendo l’abitato di S. Lorenzo Bellizzi, proseguisse verso la Lucania fino a raggiungere il territorio salernitano.
I tedeschi avevano una maledetta fretta.
Sulla carta topografica la Strada 92, giunti a Cerchiara, s’interrompeva presso la località Fontana Vecchia: erano stati ingannati.
Oltre Cerchiara, la roccia chiudeva il passo verso la Lucania, per proseguire in direzione del golfo di Salerno.
Fecero immediatamente dietrofront, tornando a Francavilla per deviare verso Castrovillari e correre in direzione di Salerno prima che gli alleati prendessero il sopravvento.
Per correre speditamente bisognava essere leggeri.
Così, proprio lì, vicino alla fornace della “Carcaredda”, decisero di sacrificare il grosso del carico leggero e anche qualche camion, alleggerendolo del carburante nel serbatoio.
Accumularono frettolosamente sul terreno ogni ben di Dio: farina, zucchero, cioccolata, scatolette di carne e legumi, olio e, per sfregio e rabbia, per quell’assurda disciplina militare che preferisce volutamente la distruzione alla pietà. (Come ai giorni nostri a Gaza, ad opera dei sionisti israeliani).
Vi versarono sopra della benzina e gli diedero fuoco.
Ma non fecero i conti con la fame.
Una piccola folla di paesani si era avvicinata all’accampamento, richiamata da quel frenetico movimento di soldati. Vedendo tutto quel cibo iniziare a bruciare, si lanciarono tra le fiamme per tentare di salvare e portare a casa tutto quello che potevano afferrare.
Partì un ordine secco e i soldati iniziarono a sparare in aria e per terra per disperdere le persone intente ad accaparrarsi le cibarie e per seminare il terrore, trasformando il suolo in un tappeto di bossoli fumanti.
Ma per alcuni la loro determinazione era più forte del piombo; non guardavano le armi, guardavano il fuoco per estrarre la vita dalle fiamme.
Quando il fumo nero della benzina si fu lentamente dissolto e il rombo dei camion divenne solo un’eco lontana sulla strada per Castrovillari, il pianoro della Carcaredda si rivelò per quello che era rimasto: un campo di battaglia della fame.
La gente del paese non si limitò a recuperare i generi alimentari scampati alle fiamme.
Tra le ceneri e il disordine della ritirata, i tedeschi abbandonarono non solo le provviste alimentari e i bossoli delle munizioni, ma anche macchinari, componenti e motori a scoppio che non poterono portarsi dietro.
Per chi aveva conosciuto solo la zappa e la fatica delle braccia, quel ferro abbandonato non era spazzatura di guerra: era il futuro, la ripresa.
Nel giro di pochi giorni, con l’arte di chi deve inventarsi la vita ogni mattina, quei motori vennero smontati pezzo per pezzo, ripuliti dall’olio bruciato e riassemblati.
Diventarono motopompe per tirare su l’acqua dai pozzi, ingranaggi per i frantoi e i mulini e attrezzi per piegare la terra arida della piana.
I libri di storia raccontano le grandi manovre delle divisioni corazzate, ma non dicono che alla Carcaredda di Francavilla M.ma la guerra venne sconfitta due volte: la prima quando le fiamme non riuscirono a fermare la fame di una popolazione; la seconda quando i motori degli invasori contribuirono a fare fiorire e rigogliare i campi di Francavilla Marittima e della Piana di Sibari.
Gaetano La Manna
P.S. L’episodio alla Carcaredda avvenne realmente e mi fu raccontato oralmente da una persona cara, ormai scomparsa.
Gli avvenimenti bellici fanno parte della Storia d’Italia.
(Immagine in alto: ricostruzione dell'evento creato da IA)






