Dalla Charter a Pitagora, passando per la storia dei sodalizi, delle appartenenze e degli “iniziati”
CORIGLIANO ROSSANO – A darne notizia è Rocco Gentile, con un comunicato che annuncia la nascita del Kiwanis Club “Rossano-Città del Codex” (Nell'allegato il Comunicato)
La notizia, naturalmente, è positiva. Nasce una nuova associazione, quindici soci mettono a disposizione tempo, competenze ed energie e dichiarano di volerle spendere a favore «del territorio, del prossimo, degli scartati, degli ultimi e invisibili». Una missione nobile, alla quale non possiamo che augurare buona fortuna e, soprattutto, buoni risultati.
Tra le prime iniziative viene annunciato un progetto per i reparti pediatrici e, in particolare, l'“armadio sospeso”, destinato ad aiutare bambini e famiglie in difficoltà.
Fin qui, tutto bene.
Poi però, leggendo il comunicato, viene spontanea una domanda, forse ingenua: ma se Corigliano e Rossano sono ormai un'unica città e a Corigliano esiste già un Kiwanis Club, perché per servire la nuova città era necessario fondarne un altro?
Non sarebbe stato più semplice – e forse anche più coerente con l'idea di mettere insieme competenze e risorse – allargare il club già esistente?
Probabilmente la domanda non tiene conto delle sottili dinamiche che regolano il mondo dei sodalizi. Perché una cosa è amministrare una città, altra cosa è appartenervi.
E qui comincia la parte più curiosa.
Alla cerimonia della consegna della Charter – cioè, per semplificare, il riconoscimento ufficiale che sancisce la nascita del nuovo club – c'era praticamente l'intera catena di comando del Kiwanis: Governatore, Governatore eletto, Vice Governatore, Segretaria, Tesoriere, Luogotenente della Divisione, Segretario, oltre alle delegazioni di numerosi altri club.
C'erano poi due Rotary, la Fidapa, l'amministrazione comunale e un rappresentante dell'Arcivescovo.
Per quindici nuovi soci, insomma, una discreta quantità di persone.
Ma forse è proprio questo il bello dei sodalizi: non conta soltanto ciò che si fa, conta anche con chi lo si fa.
La parola "Charter"
A questo punto viene voglia di soffermarsi sulle parole. Naturalmente ho dovuto documentarmi non facendo parte, io, di alcun sodalizio similare.
“Charter” è un termine inglese che significa, in sostanza, atto costitutivo, riconoscimento, autorizzazione. Non è semplicemente una festa di inaugurazione: è il momento nel quale il nuovo club viene formalmente riconosciuto dalla struttura superiore.
E la struttura, a sua volta, è piuttosto articolata: International, Distretto, Divisione, Luogotenente, Club, soci.
Governatori, luogotenenti, divisioni, charter, soci fondatori, club sponsor.
Un vocabolario che, a chi abbia qualche curiosità storica, può evocare mondi associativi assai più antichi dei moderni service club.
Attenzione: non stiamo dicendo che il Kiwanis sia massoneria, né che esista una relazione organica fra le due cose.
Esistono però storiche contiguità di ambienti e di persone fra il mondo dei service club e quello massonico, e la documentazione italiana ha registrato anche casi di contemporanea appartenenza e di conoscenze maturate proprio in questi ambienti.*
Personalmente ho avuto, molti anni fa, una piccola esperienza che mi è tornata alla mente leggendo questo comunicato.
Un mio amico, persona che stimavo sinceramente e che allora era presidente del Kiwanis di una cittadina vicina, mi contattò per chiedermi informazioni su un uomo della mia città che aveva chiesto di entrare nel suo club.
Gli domandai naturalmente perché fosse interessato al mio giudizio.
Mi rispose che, secondo la sua esperienza, l'ingresso nel Kiwanis poteva costituire per qualcuno anche un primo ambiente di conoscenza e di valutazione in vista di una successiva proposta di ingresso nella loggia massonica locale.
Non so se quella fosse una prassi generale, una consuetudine di quell'ambiente o semplicemente una sua personale esperienza. Non ne ho mai fatto una regola universale e non ne faccio certamente oggi una verità. Ma me lo sono ricordato.
E allora, giocoforza, mi giunge alla mente Pitagora Dobbiamo fare un bel salto indietro nel tempo. Non di qualche decennio, di qualche millennio.
Perché probabilmente questa nostra inclinazione a riunirci in gruppi, riconoscerci attraverso simboli, condividere regole, distinguere gli appartenenti dagli estranei e costruire comunità fondate su una particolare visione del mondo non è affatto una novità.
Pensiamo alle comunità pitagoriche. Duemilacinquecento anni fa, intorno a Pitagora, non c'era semplicemente un gruppo di persone interessate alla matematica e alla filosofia. C'era una comunità con regole, comportamenti, simboli, pratiche e gradi di conoscenza. L'accesso non era esattamente quello che oggi definiremmo un semplice “tesseramento”.
C'era, soprattutto, un'appartenenza.
E l'appartenenza è una delle cose più antiche della storia dell'uomo. Da sempre esistono quelli che stanno dentro e quelli che stanno fuori. Quelli che conoscono certe parole e quelli che non le conoscono. Quelli che partecipano al rito e quelli che assistono da lontano. Quelli che hanno il distintivo e quelli che non ce l'hanno. Naturalmente noi siamo molto più moderni. Non abbiamo più bisogno di essere “iniziati”.
Abbiamo i soci fondatori. Non abbiamo più bisogno di riti. Abbiamo la cerimonia della Charter. Non abbiamo più bisogno di simboli misteriosi. Abbiamo i loghi. Ma, attenzione, non vogliamo assolutamente distinguerci dal resto della società. Vogliamo soltanto… appartenere a qualcosa di un po' particolare.
Il club degli ultimi
Ed eccoci allora alla frase che più mi ha colpito del comunicato di Rocco Gentile: «gli scartati, gli ultimi e invisibili». È una bellissima dichiarazione d'intenti. Ma proprio per questo vale la pena prenderla sul serio.
Gli ultimi e gli invisibili hanno davvero bisogno di essere aiutati. Non hanno bisogno di sapere se chi li aiuta appartenga al Kiwanis, al Rotary, alla Fidapa o a qualsiasi altro sodalizio. Hanno bisogno di un armadio pieno quando non hanno vestiti, di una mano quando non ce la fanno, di qualcuno che si occupi concretamente dei loro problemi.
Il resto è appartenenza e questa, naturalmente, non è una colpa, anzi, è una delle grandi necessità dell'uomo. Forse anche per questo, in un'epoca nella quale la politica si fa sempre più identitaria e nella quale le destre avanzano proponendo appartenenze, confini e riconoscimenti reciproci, torna a essere forte il bisogno di frequentare luoghi nei quali sentirsi parte di una comunità selezionata.
Possibilmente senza parlare di politica. “Associazione apartitica”, si dirà. Magari anche “apolitica”. Nulla da obiettare.
Ma si può essere formalmente apolitici e, nello stesso tempo, appartenere a una determinata fascia sociale, condividere determinati valori, frequentare determinate persone e costruire una rete di relazioni che ha inevitabilmente anche un peso nella società.
Non è necessariamente un complotto. È, piuttosto, una risposta sociologica a quella che il carissimo amico prof. Luigi Niger avrebbe definito una certa “regressione antropologica”, che sembra avanzare in modo costante nel mondo odierno.
La storia non si ripete. Si aggiorna.
Pitagora aveva i suoi discepoli. Le antiche comunità avevano i loro riti. Le società fraterne hanno avuto i loro simboli e le loro regole. La massoneria ha i suoi iniziati. I moderni service club hanno i loro soci, i loro distintivi, le loro gerarchie e le loro Charter.
Non significa che siano la stessa cosa. Significa soltanto che il bisogno umano di appartenere, distinguersi e riconoscersi fra simili sembra avere una storia molto lunga.
E allora possiamo anche sorridere davanti alla nascita del nuovo Kiwanis “Rossano-Città del Codex”. Quindici soci, una Charter, un Governatore, un Governatore eletto, un Vice Governatore, un Luogotenente, delegazioni, club sponsor e una nutrita rappresentanza del mondo associativo.
Tutto per mettersi al servizio degli ultimi e degli invisibili, e speriamo davvero che lo facciano. Perché, alla fine, gli invisibili non hanno bisogno di appartenere a un club. Hanno bisogno di essere finalmente visti.
Quanto agli altri, beh... Pitagora, se fosse qui, probabilmente avrebbe già chiesto di vedere la Charter.
Antonio Michele CAVALLARO
* (Non è soltanto una suggestione: il tema è stato affrontato anche in sede parlamentare. Nell'audizione del 24 gennaio 2017 davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia, Fabio Venzi, riferì della contemporanea appartenenza di esponenti massonici a Rotary, Lions e Kiwanis e affermò che «spesso» i presentatori di aspiranti massoni incontravano i presentati proprio all'interno del Rotary o del Kiwanis.) CLICCARE QUI’ PER IL DOCUMENTO ORIGINALE a pagina 9







