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Treccani/Vigoni Forum 2025 - Il nuovo ordine internazionale. Italia, Germania, Europa

treccani-vignola.jfif1.jpgIl mondo da qualche anno ha ripreso a fibrillare, agitato da instabilità sopite per decenni. Il ritorno delle potenze, orientate a ripristinare le logiche di blocco, il risorgere dei nazionalismi e sanguinosi conflitti regionali. Queste le insorgenze che ci interrogano sul ruolo dello Stato, della democrazia liberale e delle identità collettive, questi i temi del Treccani-Vigoni Forum 2025, promosso in occasione del centenario dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani in collaborazione con Villa Vigoni.

Italia e Germania unite da responsabilità storiche nei confronti del continente europeo e oggi da una solida tradizione di dialogo e cooperazione, vogliono essere un osservatorio per interrogarsi sul futuro dell’Europa e sul significato dello Stato Nazionale.

Il nuovo ambasciatore della Repubblica Federale di Germania a Roma Thomas Bagger ha detto che la Germania considera l’Italia un partner strategico e ha auspicato, che nel 2026, in occasione del settantacinquesimo anniversario della ripresa dei rapporti diplomatici tra Italia e Germania, questa partenership possa approfondirsi grazie anche all’assenza di elezioni politiche nei due paesi che esimono i due capi di governo dalla propaganda.

E’ stato ricordato che nel 1951, in quella occasione, Adenauer, ospite di De Gasperi, si è trattenuto a Roma per una settimana e che i due si conoscevano sin dal primo dopoguerra mondiale, infatti nel 1921, un anno prima dell’avvento del fascismo, De Gasperi insieme a Sturzo si era recato a Colonia dove era sindaco Adenauer.

Villa Vigoni sul lago di Como, la cui fondazione ha promosso questo Forum insieme a Treccani, è stata donata nel 1983 da un militare italiano internato in Germania dopo l’8 settembre 1943, a dimostrazione che la consapevolezza della storia non ci determina, che possiamo scegliere una storia diversa.

Vogliamo essere noi a dirci chi siamo e non farcelo dire dagli altri, questo il compito assegnato ai relatori di questo forum.

Lo storico Christoph Cornelissen, nel presentare sinteticamente il suo volume, per ora in edizione inglese, “Europe in the Long Twentieth Century”: A transnational History” ha individuato alcuni punti di crisi: il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione, la sostenibilità economica dello stato sociale, l’autodeterminazione politica dello Stato nazionale vs la globalizzazione senza la perversione dei sovranismi, la contestazione politica della UE da parte dei populismi di destra e di sinistra, la dipendenza energetica, il multiculturalismo, e infine vengono i brividi quando evoca 1984 di Orwell che prevedeva un’Europa appendice della Russia.

L’Europa di fatto è stato uno spazio economico integrato ancor prima della UE, che con le sue istituzioni ha provveduto a dotarla di una struttura giuridica.

L’Europa nasce come superamento delle dittature, ma è sufficiente? Quanto pesa nell’attuale crisi la mancanza di un mito fondativo?

Per lo storico Renato Moro meglio non cercarlo questo mito, perché quando è stato trovato è stato regressivo, quello proprio delle dittature, quella fascista prima e nazista poi. L’Europa ha tante frecce nel suo arco e le ha usate nel tempo. Dopo la decolonizzazione ha dato a questi paesi ormai indipendenti, competenze tecno giuridiche per farli entrare nella modernità, l’espansione transnazionale del diritto, la convergenza economica e sociale, la tenuta democratica e attraverso l’economia ha normalizzato le differenze.

Per Giuliano Amato l’economia non è stata fine a se stessa ma ha fatto da by pass per l’unificazione politica. Questa scelta è avvenuta dopo il fallimento nel 1954 della Comunità Europea di Difesa (CED). E’ partita dal mercato comune per andare oltre..

Nel trattato di Copenaghen del 1993 a risuonare sono le parole di democrazia, osservanza dei diritti umani e il rispetto delle minoranze per i paesi che volevano far parte della UE. Il trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore nel 2009, all’art. 2 ribadisce che l’Unione Europea si fonda sui valori di libertà, uguaglianza e dei diritti umani comuni a tutti gli stati membri e che la società deve essere caratterizzata dal pluralismo e dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dall’uguaglianza tra donne e uomini, e la Corte di Giustizia può condizionare i contributi economici agli stati membri al rispetto di questi principi.

Ai plurali dei governi degli stati membri che nel consiglio d’Europa vanno a rappresentare interessi nazionalistici, si oppone per fortuna un singolare, rappresentato dalla società europea che reclama una politica estera comune e il rafforzamento del tessuto comune. All’Europa l’onere di mantenere vivi questi valori nel mondo fino a quando la Statua della Libertà non riprenderà la forza politica dei diritti.

E’ rassicurante che i cittadini degli stati membri sentano forte l’identità europea che associano a quella nazionale e regionale, un’identità plurale senza che una prevalga sull’altra, e questo contrasta con l’identità nazionalista del sovranismo populista, che secondo la sociologa Loredana Sciolla sta normalizzando i partiti di estrema destra a semplici partiti di destra i quali trovano terreno fertile nella sfiducia dei cittadini sul funzionamento delle istituzioni europee. La stessa sfiducia manifestata nel funzionamento delle istituzioni politiche nazionali e nei partiti politici puniti con l’astensionismo nelle tornate elettorali. Siamo ancora alla sfiducia sul funzionamento e non sull’importanza della democrazia e delle sue istituzioni.

Ma Klaus Uckel Presidente della Direzione DLR-Projekttrager, alla domanda se i cittadini europei conoscano l’architettura istituzionale della UE, ha risposto che purtroppo persino i più istruiti ne hanno una conoscenza approssimativa, insomma si critica ciò che non si conosce. Compito della scuola promuoverne la conoscenza e la partecipazione politica. Un punto di forza dell’Italia è rappresentato dall’associazionismo di gran lunga più rilevante che in Germania, un elemento di coesione e partecipazione. L’Europa potrebbe investire nella produzione di film, di serie televisive che promuovano i modi di vita della società europea garantiti dai diritti e dalle organizzazioni sociali e culturali, un po’ come fecero gli USA a partire dagli anni cinquanta con la musica e il cinema e ora con Netflix.

Ma negli ultimi anni, dopo la guerra russo-ucraina l’Europa si trova alle prese con la “difesa” dopo che Trump in modo ruvido ha detto che gli USA non la garantiranno più. Il disimpegno americano per la verità era iniziato con Obama dal 2014, anno tra l’altro, dell’annessione della Crimea da parte della Russia. Il discorso, ha ricordato l’ambasciatore Michele Valensise, era iniziato in Italia allorché il capo del governo italiano Alcide De Gasperi aveva fatto approvare dal Parlamento il trattato di Difesa Comune Europea (CED). Ad affossare il trattato il 30 agosto del 1954, undici giorni prima della morte dello statista italiano, è stata la Francia che non voleva associare la Germania a poco meno di dieci anni dalla fine di una guerra scatenata da quel paese. Il trattato elaborato dal Capo del governo italiano prevedeva un bilancio comune, una cessione di sovranità anche per quanto riguardava gli approvvigionamenti. Oggi è necessaria una assunzione di responsabilità comune che non può, in assenza di un trattato,essere declinata come difesa comune. La responsabilità è in capo ai singoli stati. Il Consiglio Europeo, che è composto dai governi dei singoli stati, raccomanda (se stesso) l’aumento della spesa militare e un’ integrazione delle forze armate nazionali. La strada comunque è meno in salita di quanto potrebbe sembrare, dal momento che sono già in atto sessanta accordi bilaterali tra Francia, Italia, Inghilterra e Germania, che ne fanno un modello. L’aumento della spesa militare, che trova legittimamente resistenza nelle società civili, va detto che non sarà utilizzata solo per gli armamenti, ma per la protezione della vita sociale dei cittadini perché nella guerra ibrida ad essere attaccati sono i data center, le reti informatiche che regolano ormai ogni settore della società.

A questo proposito Stefano Pontecorvo Presidente del Consiglio di Amministrazione di Leonardo la più grande industria di armamenti d’Europa, parla di un cambio di paradigma, dalla Difesa alla Sicurezza.

Nella guerra moderna si prova a distruggere prima il fronte interno con gli hackeraggi delle strutture informatiche e poi si attacca con le armi della guerra convenzionale. Riguardo alla difesa comune non ci sarà mai un esercito europeo e neppure un’industria bellica comune. La Francia grazie anche all’arma nucleare ne vorrebbe la guida e la Germania forte della sua ricchezza potrebbe voler fare da sola, per tacere degli americani che vogliono venderci le loro armi. Quanto alla spesa dei singoli stati da aumentare dopo il disimpegno americano, Pontecorvo ricorda che prima dell’89 della caduta del Muro e della successiva implosione dell’impero sovietico, era del 3,9 % del PIL e fin al 2014 scende all’1,4%. La differenza, denominata dividendo della pace, è stata impiegata per la spesa sociale. Nel frattempo gli Usa hanno continuato a spendere fino ad arrivare ad essere la prima potenza militare al mondo equivalente a Cina e Russia messe assieme.

In questo Forum si sono alternate le voci e gli accenti di pessimismo e di ottimismo sul destino dell’Europa, ma qualcuno realisticamente ha ricordato Jean Monnet che sosteneva che l’Europa si forma attraverso le crisi e che la soluzione sta nella somma delle soluzioni alle precedenti crisi.

Giuseppe Costantino

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