L’Unione Europea valuta l’ipotesi di aumentare le importazioni di olio d’oliva tunisino a dazio zero, ma alle frontiere comunitarie i controlli sull’olio importato restano largamente insufficienti, se non del tutto assenti.
Alanciare l’allarme è Coldiretti Calabria, dopo la dura presa di posizione della Corte dei conti europea che, in un rapporto ufficiale, smonta ogni rassicurazione sulla sicurezza delle importazioni, denunciando verifiche inesistenti o sporadiche su pesticidi e contaminanti nell’olio proveniente da Paesi extra UE, in particolare dalla Tunisia.
Un paradosso evidente: oltre il 90% dell’olio prodotto nell’Unione Europea è sottoposto a controlli rigorosi, mentre il restante 9% di olio estero entra spesso nel mercato comunitario senza adeguate garanzie per produttori e consumatori. In Italia, secondo la Corte dei conti europea, nel biennio 2023-2024 nessun carico di olio d’oliva è stato controllato nei principali punti di ingresso.
In questo scenario, Coldiretti e Unaprol contestano con forza l’ipotesi di raddoppiare il contingente di olio tunisino a dazio zero, definendola una scelta autolesionista che penalizza una delle produzioni simbolo del made in Italy agroalimentare. L’annuncio del Governo tunisino dell’avvio di negoziati con Bruxelles per portare il contingente agevolato fino a 100mila tonnellate annue accende ulteriormente lo scontro.
Secondo Coldiretti, l’UE continua a favorire un modello che spinge l’industria ad approvvigionarsi di olio estero a basso costo, spesso rivenduto come made in Italy, invece di garantire una giusta remunerazione all’olio nazionale. I numeri confermano l’allarme: nei primi nove mesi del 2025 le importazioni di olio tunisino in Italia sono aumentate del 38%, mentre i prezzi dell’olio extravergine italiano sono crollati di oltre il 20%, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea.
Oggi l’olio tunisino viene commercializzato a meno di 4 euro al litro, esercitando una forte pressione al ribasso sui prezzi dell’olio italiano e costringendo molti olivicoltori a vendere sotto i costi di produzione. Alla base di questa dinamica c’è l’attuale normativa europea, che consente l’ingresso annuale di 56.700 tonnellate di olio vergine d’oliva a dazio zero, una soglia che ora si vorrebbe ulteriormente ampliare.
A questo si aggiunge il regime del perfezionamento attivo, che permette di importare olio, “nazionalizzarlo” e riesportarlo, un meccanismo che penalizza il vero olio extravergine made in Italy, come evidenziato anche dal Financial Times. Occorre istituire un sistema europeo di controllo della tracciabilità di tutti i prodotti in ingresso, soprattutto in termini di reciprocità delle regole e verifica dell’origine, un sistema che parta già dai produttori, compresi quelli extraeuropei.
“Con una produzione di circa 300mila tonnellate, un consumo interno di 400mila tonnellate e un export di 300mila tonnellate, come si spiega il crollo del 30% del prezzo dell’olio pagato agli agricoltori?”, si chiede David Granieri, vicepresidente nazionale di Coldiretti e presidente di Unaprol. È evidente che qualcosa non torna. Siamo di fronte a una speculazione sull’olio d’oliva che va fermata. Servono controlli immediati e più severi per difendere i produttori onesti e la qualità dell’olio extravergine italiano”. Duro anche l’intervento di Franco Aceto, presidente di Coldiretti Calabria:“Aumentare le importazioni a dazio zero significa spalancare le porte a olio extravergine a basso costo e di qualità discutibile, mettendo a rischio il patrimonio agroalimentare italiano. Questo modello premia il prezzo più basso e non la qualità, compromettendo la sostenibilità economica delle aziende agricole”. Sulla stessa linea Francesco Cosentini, direttore di Coldiretti Calabria, che denuncia la possibilità di dichiarare ‘italiano al 100% un olio che non lo è’, definendo la pratica una truffa sull’origine che danneggia l’intera filiera olivicola e mina la fiducia dei consumatori. Per questo Coldiretti e Unaprol chiedono un rafforzamento dei controlli nelle industrie olearie, anche alla luce dei numerosi sequestri di olio effettuati dalle forze dell’ordine.
Le conseguenze sarebbero particolarmente gravi per la Calabria, seconda regione produttrice in Italia. In regione l’ulivo copre oltre 180mila ettari, con circa 84mila aziende agricole a indirizzo olivicolo e 25 milioni di piante di olivo. Il patrimonio varietale conta oltre 100 cultivar, con quasi il 50% della superficie in biologico. La Calabria vanta 3 DOP e 1 IGP, come l’IGP Olio di Calabria.
Ufficio Stampa Coldiretti Calabria
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Come riconoscere un buon olio d’oliva
Numerosi centri di ricerca hanno messo a punto test scientifici per scovare gli olii extra vergine di oliva illecitamente miscelati con oli di oliva di qualità inferiore oppure altri olii vegetali. Nel caso non disponiate di un laboratorio attrezzato, qui vi diamo alcune indicazioni di base per valutarne da soli la qualità ed evitare le frodi più evidenti.
Quindi, versate poche gocce di olio su una fetta di pane e chiudete gli occhi e concentratevi sul gusto: se avvertite un’intensa sensazione di fresco fruttato d’oliva significa che l’olio è ottenuto da olive buone e sane. Ecco l’attributo principale di un prodotto di qualità: donare un’esperienza palatale “ricca e intensa”, che i prodotti fraudolenti di coloro che “allungano” l’olio d’oliva con altri olii non possono certo offrire. Poi, in base al tipo di oliva utilizzata e alla sua origine, presenterà diverse memorie aromatiche, dalla mandorla fresca alla mela, il carciofo, la foglia di pomodoro e altri vegetali. Non fatevi condizionare dai luoghi comuni: nell’olio extravergine l’amaro e il piccante non sono attributi negativi, anzi, anch’essi descrittori positivi. Il colore, poi, non fornisce alcuna indicazione di qualità, ma diffidate degli olii tendenti al rossastro: probabilmente sono vecchi o stati esposti alla luce, all’aria o al calore.
(dal web)






