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A Lauropoli interessante dibattito sulla "Questione meridionale oggi"

locandina_libreria comunità.mini.jpgLo scorso 29 agosto a Lauropoli, nella suggestiva corte del palazzo ducale, si è tenuto un incontro con la cittadinanza su un tema che, dall’unità d’Italia ad oggi, ricorre spesso nel mondo della politica e della cultura italiane: “Questione Meridionale tra storia e revisionismo storico”. La cosiddetta “questione” se l’è creata il governo sabaudo non sapendo che pesci pigliare con le popolazioni dei territori meridionali proditoriamente occupati, poi è diventata un problema che ha riguardato sempre più da vicino proprio noi meridionali. Una dei relatori, la prof.ssa Antonia Romano, all’inizio della sua corposa relazione, giustamente secondo noi, ha detto di non voler far “ricorso alla retorica lamentosa di chi fa risalire i mali della Calabria al 1861”, ma ciò non toglie che tutto sia cominciato proprio allora.

Ritorniamo, però, alla interessante serata ottimamente organizzata, dall’associazione culturale “Libreria di Comunità” di Lauropoli durante la quale a relazionare sul tema sono stati invitati:

Antonia Romano, docente: “Il divario tra il Nord e Sud a partire dall’Unità d’Italia”:

Pino Clausi, sociologo: “Analfabetismo, classi sociali e latifondo;

Tommaso Ferrari, ingegnere: L’emigrazione italiana dalla fine dell’800 fino agli anni ’60/’70 del ‘900:

Vincenzo Sarubbo, docente: Osservazioni sulla questione meridionale alla luce del PNRR e del regionalismo differenziato:

Franco Tufaro, ingegnere: L’azione della Cassa per il Mezzogiorno e della politica speciale degli anni ’60.

Dopo i saluti di rito da parte della presidente dell’associazione Sig.a Rosa Maria Alario i relatori si sono alternati al microfono dando nei loro interventi interessanti spunti di riflessione e discussione ai convenuti che alla fine hanno potuto a loro volta partecipare ad un sano e costruttivo confronto: fra tutti ricordiamo il dott. Giuseppe Aloise ex-parlamentare e assessore regionale proprio negli anni in cui forte era la funzione ed il peso economico degli interventi speciali per il sud.

Siamo riusciti ad avere l’intera relazione della prof.ssa Romano che ha messo sotto la lente tre servizi importanti nei quali il sud è deficitario nei confronti delle regioni del centro-nord: sanità, scuola e trasporti. Speriamo di poter offrire successivamente ai nostri lettori anche quanto detto dagli altri relatori durante il corso dell’interessantissimo incontro. Di seguito la relazione citata. Buona lettura. (La redazione)

“Il divario tra il Nord e Sud a partire dall’Unità d’Italia” di Antonia Romano (nella foto a lato)

romano antonia.pngAMBITO SANITARIO

Unostudio recente dell'Università di Pisa rivela che ogni anno oltre mezzo milione di italiani/e si spostano per cure mediche da una regione all'altra, con un flusso di svariati miliardi di euro dalle regioni meridionali a quelle settentrionali. Tale flusso nel 2019 ha raggiunto 3,7 miliardi di euro andati dal Sud al Nord del Paese per prestazioni non erogate nella regione di residenza sanitaria.

Il team di ricerca ha analizzato il fenomeno della mobilità sanitaria in Italia dal 2002 al 2019. Dai risultati emerge che il Sud è il principale esportatore di pazienti e che il Nord è il grande beneficiario delle risorse sanitarie. Le regioni più colpite dall’emigrazione sanitaria sono Calabria, Campania e Puglia che perdono ingenti somme di denaro per coprire le spese dei propri cittadini e delle proprie cittadine che devono curarsi altrove. Regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si confermano tra le destinazioni più richieste, con guadagni superiori ai 300 milioni di euro annui. Guarda caso le tre regioni che nel 2018, con il governo Gentiloni, avevano firmato il preaccordo per l’autonomia differenziata. Per fortuna poi Bonaccini (ndr - allora presidente della regione Emilia-Romagna)  ha fatto un passo indietro rispetto alle altre due regioni. La mobilità sanitaria contribuisce dunque in maniera importante ad amplificare il divario Nord-Sud, drenando risorse dal Sud a vantaggio delle regioni settentrionali, che migliorano ulteriormente i propri servizi, creando un circolo vizioso di diseguaglianza nel sistema sanitario nazionale

La regionalizzazione della sanità, a mio parere, rende ancora più insanabile questo divario a vantaggio della privatizzazione della stessa sanità. Non si può negare la spinta politica alla privatizzazione della sanità che viene portata avanti da anni e che vede nella nostra regione un costante incremento negli investimenti nella sanità privata. Invito a leggere il report promosso da SVIMEZ “Un Paese, due cure. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute”, perché offre una fotografia delle condizioni territoriali del Servizio Sanitario nazionale (SSN) Sebbene nel panorama mondiale il Servizio Sanitario nazionale si posizioni come una eccellenza soprattutto per la cura di bambini e bambine, sia dal punto di vista delle professionalità che della universalità di accesso alle cure, le disuguaglianze territoriali sono molto accentuate.

Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, il tasso di mortalità infantile (entro il primo anno di vita) è di 1,8 decessi ogni 1000 nati vivi in Toscana, 3,3 in Sicilia e  3,9 in Calabria, più del doppio della Toscana. Per non parlare del declino dei consultori familiari, che già prima della pandemia avevano avuto una pesante riduzione di numero dei consultori familiari, con la conseguente carenza di presidi territoriali di prossimità fondamentali per sostenere la salute e il benessere materno-infantile.

Un problema importante è la povertà diffusa e crescente e tutti i dati consultabili confermano che la condizione di povertà familiare incide fortemente sui percorsi di prevenzione e sull’accesso alle cure da parte dei bambini. Al Sud i servizi di prevenzione e cura sono più carenti, minore la spesa pubblica sanitaria e sono più lunghe le distanze da percorrere per ricevere assistenza, soprattutto per le patologie più gravi. A ciò si aggiunga la carenza di collegamenti in termini di mobilità collettiva, che spesso possono portare a rinunciare all’appuntamento per la difficoltà di raggiungere la sede ambulatoriale se non si ha l’auto propria o non c’è qualche familiare che accompagna. 1,6 milioni di famiglie italiane sono in condizione di povertà sanitaria, e di queste 700mila vivono al Sud. In base alle recenti valutazioni del CREA (Centro per la ricerca economica applicata in sanità), sono il 6,1% le famiglie italiane in povertà sanitaria, perché hanno riscontrato difficoltà o hanno rinunciato a sostenere spese sanitarie. Nel Mezzogiorno la povertà sanitaria riguarda l’8% dei nuclei familiari, una percentuale doppia rispetto al 4% del Nord-Est (5,9% al Nord-Ovest, 5% al Centro).

Anche la speranza di vita è minore al Sud rispetto al Nord, essendo inferiore di 1,5 anni. Più alta è la mortalità per tumore nelle regioni del Sud. Il Mezzogiorno, secondo gli indicatori BES (Benessere Equo e Sostenibile) sulla salute, è l’area del Paese caratterizzata dalle peggiori condizioni di salute: nel 2022, la speranza di vita alla nascita per i cittadini meridionali era di 81,7 anni, 1,3 anni in meno del Centro e del Nord-Ovest, 1,5 rispetto al Nord-Est. Secondo le valutazioni dell’Istituto Superiore di Sanità , nel biennio 2021-2022, in Italia circa il 70% delle donne di 50-69 anni si è sottoposta ai controlli per la prevenzione oncologica: circa due su tre lo ha fatto aderendo ai programmi di screening gratuiti. La copertura complessiva è dell’80% al Nord, del 76% al Centro, scende ad appena il 58% nel Mezzogiorno. Per le patologie oncologiche, 12.401 pazienti meridionali, pari al 22% del totale dei pazienti, si sono spostati per ricevere cure nel Centro o del Nord nel 2022. Solo 811 pazienti del Centro-Nord (lo 0,1% del totale) hanno fatto il viaggio inverso. Si evidenziano numeri crescenti anche nelle migrazioni sanitarie pediatriche da Sud verso il Centro-Nord, segno di carenze o di sfiducia nel sistema sanitario delle regioni del Mezzogiorno: un terzo dei bambini e degli adolescenti si mette in viaggio dal Sud per ricevere cure per disturbi mentali o neurologici, della nutrizione o del metabolismo nei centri specialistici convergendo principalmente a Roma, Genova e Firenze, sedi di Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) pediatrici.

AMBITO SCOLASTICO

Oltre due anni di scuola in meno: a tanto corrisponde in media il divario di apprendimento in matematica tra uno studente della secondaria di II grado del Sud e uno del Nord-Est. Da più di vent’anni rilevati e confermati dall’Invalsi, ma anche da indagini internazionali tra cui quella Ocse-P.I.S.A., i divari di apprendimento degli studenti sono una criticità grave della scuola italiana, con pochi eguali in Europa, un fenomeno che penalizza l’equità del nostro sistema d’istruzione. Già presenti, ma ancora contenuti, nella scuola primaria, i divari di apprendimento crescono nella scuola media e si amplificano nella secondaria di II grado, dove la scuola non è più la stessa per tutti, ma si divide in indirizzi (licei, tecnici, professionali).

I divari di apprendimento si manifestano come divari ‘territoriali’, fra le macroaree del Paese e fra le regioni, in prevalenza secondo il gradiente Nord-Sud, ma non mancano evidenze relative alle differenze correlate a modelli organizzativi, leadership dei dirigenti, capacità di lavorare in team e apertura della scuola a esperienze formative esterne e al coinvolgimento della comunità per promuovere azioni di educazione diffusa.

Tutte le indagini confermano la forte relazione tra condizioni di contesto socioeconomico e culturale delle regioni e risultati di apprendimento in quelle regioni. In pratica spendiamo ogni anno da sei a otto milioni di euro per scoprire che dove le condizioni socio economiche sono migliori, dove il reddito pro capite è più alto, dove gli stimoli culturali sono diffusi e accessibili, gli apprendimenti sono più efficaci.

Consentitemi ora di fare un riferimento al meeting di CL a Rimini. L’attenzione mediatica si è maggiormente focalizzata sull'ovazione ricevuta dal Presidente del Consiglio, meno su cosa è stato dichiarato in merito alla scuola pubblica. Giorgia Meloni prima ha difeso la visione aziendalista dell’istruzione, propugnata già da Valditara, rilanciando l’idea di una «grande alleanza tra scuola e lavoro». Poi è tornata sul tema del finanziamento alle scuole paritarie: «Sull’educazione non dobbiamo avere timore a trovare gli strumenti che assicurino alle famiglie di esercitare pienamente la libertà educativa: l’Italia è rimasta l’ultima nazione in Ue senza una effettiva parità scolastica, credo sia giusto ragionare sgombrando il campo da pregiudizi ideologici» ha detto. Già a novembre dell’anno scorso si tentò con un emendamento, a prima firma del deputato di FdI Lorenzo Malagola, di inserire nella legge di bilancio l’istituzione di un bonus di 1.500 euro per le famiglie con un Isee inferiore a 40mila euro per sostenere i costi delle rette delle scuole paritarie, con una copertura complessiva di circa 65 milioni. Emendamento poi ritirato, nonostante nel 2025 i contributi per le paritarie abbiano toccato la cifra record di 753 milioni, lievitata di 50 milioni dall’anno precedente. All’insediamento dell’esecutivo la cifra era arrivata a 626 milioni per il 2022. In aggiunta a ciò nell’ultima manovra sono stati inseriti ulteriori 60 milioni di euro in favore delle scuole paritarie che accolgono studenti con disabilità, mentre è stato innalzato da 800 a 1.000 euro il tetto per le detrazioni fiscali per le spese scolastiche in questi istituti. Valditara è tornato poi a rilanciare la misura del bonus a marzo, nel corso di un convegno che celebrava i venticinque anni della legge che istituì le scuole paritarie: anche in quel caso, la realizzazione «quanto prima» di un «buono scuola» sarebbe servita a realizzare «un’autentica libertà educativa». Il salto di qualità del voucher starebbe nel concretizzare l’idea di dare il denaro direttamente in mano alle famiglie, sulla scorta del modello anglosassone.

Va ricordato che la scuola paritaria è un’invenzione del centrosinistra, in particolare di D’Alema. La Costituzione vieta di erogare fondi pubblici alle scuole private. Per aggirare l’ostacolo del divieto costituzionale, è stata coniata l’espressione “scuola paritaria” in modo che, per semplice sostituzione lessicale, si è avviata la pioggia di fondi pubblici che negli anni lo Stato ha erogato alle scuole private. La Commissione europea ha da poco pubblicato il report sulla spesa per l’istruzione nell’Ue, aggiornando le cifre al 2023. L’Italia si trova all’ultimo posto, con investimenti che coprono il 7,3% totale della spesa pubblica, due punti sotto la media europea del 9,6%. Guardando al dato in rapporto con il Pil la percentuale si attesta al 3,9%. Cioè si spende meno per la scuola che per le armi e le guerre. A dispetto della retorica governativa, i fatti parlano chiaro: l’istruzione per Meloni non è una priorità, ma un capitolo da sforbiciare.

AMBITO TRASPORTI

La condizione di isolamento rispetto al resto dell’Italia è ciò che maggiormente mi pesa in questo mio essere tornante in Calabria, da dove sono emigrata per quaranta anni e, avendo constatato tornando lo stato delle cose, sono contenta di non aver fatto crescere mia figlia in Calabria. Non sono un’ipocrita e non aderisco alla mielosa retorica del ritorno al paesello natìo. L’isolamento per me è pesante, soffocante. Pesante è il dover prendere l’auto sempre, non avere servizi di mobilità collettiva. Mia madre anziana se deve recarsi nell’ambulatorio del proprio MMG, in orario in cui io sono impegnata a scuola, prende il taxi perché una persona anziana non ha alternative e per fortuna vive a Castrovillari dove c’è questo servizio, sebbene sia privato.

Abbiamo bisogno di potenziare il trasporto ferroviario e di investire in AV. A tal proposito esiste un progetto che prevede l’AV con nodo a Tarsia per consentire il facile raggiungimento dalle zone dell’alto Ionio, dal cosentino, dall’Esaro Pollino. Per tale progetto, quando era presidente Mario Oliverio, era stato condotto uno studio di fattibilità costato 35 milioni di euro. Tutto accantonato, anche l’AV, da chi dice di aver fatto in quattro anni più di quanto è stato fatto in quarant’anni, omettendo che trenta di quei quaranta sono stati ad amministrazione di centro destra. Sento parlare di AV sull’asse Sa-RC, cioè lungo la costa tirrenica. Ebbene, per ragioni oggettive e legate al territorio e all’erosione del mare, non si potrà avere un’AV su quell’asse ma un’alta capacità, quindi si migliorerebbero le condizioni di transito ferroviario per raggiungere più velocemente il ponte sullo Stretto. Una soluzione del genere escluderebbe i due terzi della comunità calabrese soprattutto abitante l’area nord est della provincia di Cosenza e, soprattutto, tradisce una visione politica della nostra regione, considerata terra di transito. La Calabria deve essere attraversata per raggiungere rapidamente un’altra regione, non per farvi sosta. Concludo lasciando una domanda aperta, una domanda a cui non so trovare risposta: che fare?

/Foto: da sin. Aloise, Sarubbo, Romano, Tufaro, Clausi)

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