Le rubriche, un po’ come i salotti di una volta, vivono degli ospiti che riescono a far sedere intorno al tavolo. E la nostra, nata da poche settimane e ancora in fase di arredamento, oggi accoglie una presenza che nel panorama letterario italiano non ha certo bisogno di presentazioni: Marisa Fasanella, scrittrice cassanese da anni apprezzata da lettori e critici.
Delle sue opere parlerà lei stessa nell’intervista che segue. Io, invece, mi concedo il piccolo privilegio di una divagazione personale. Perché, a volte, la letteratura passa anche attraverso le pieghe impreviste della memoria.
Il padre di Marisa, il caro Peppino, scomparso troppo presto quando lei era ancora bambina, fu uno dei pochi amici “adulti” della mia giovinezza. Gli anni tra noi non erano pochi, ma non sempre l’anagrafe decide le amicizie. Nel suo tabacchino avevo trovato una specie di osservatorio privilegiato sul mondo e, soprattutto, un rifugio strategico.
La ragione era semplice e, come spesso accade a quell’età, sentimentalmente complicatissima: aspettavo il passaggio di una ragazza che, nei miei progetti romantici, avrebbe dovuto accorgersi della mia esistenza proprio mentre transitava davanti alla sua rivendita. Lui capiva perfettamente la situazione. Con quel sorriso un po’ ironico di chi conosce bene i copioni della vita di paese, mi lasciava cadere qualche frase breve, mezza battuta, uno sguardo complice. Piccole pillole di saggezza popolare che, a vent’anni, suonavano come sentenze filosofiche. La verità è che Cassano già allora cominciava a starmi stretta. Così, di lì a poco, partii anch’io per le mie peregrinazioni. E quando, nel 1969, seppi della sua improvvisa scomparsa, mi trovavo lontano, in procinto di lasciare la Svizzera per un’altra destinazione.
Marisa, naturalmente, non l’avevo mai conosciuta: era troppo piccola. Ma il destino, ogni tanto, ama chiudere i cerchi con calma e senza fretta. Anni dopo, tornato dalle mie scorribande geografiche, mi capitò tra le mani, in un’edicola di Cassano, il suo libro Gineceo. Bastarono poche pagine per capire che quella voce aveva qualcosa di particolare: uno sguardo lucido e senza indulgenze sulle contraddizioni del mondo femminile dentro una società ancora molto patriarcale. Nel suo ultimo romanzo, Madri, questo sguardo torna con la stessa forza, mettendo sotto la lente un maschilismo che, specie nelle terre di antica civiltà come la Calabria, dimostra una sorprendente capacità di sopravvivenza. Insomma, nella nostra piccola, ma ambiziosa, costellazione di stelle letterarie, Marisa Fasanella non poteva mancare.
In attesa di incontrarla di persona, lasciamo che siano le sue parole a parlarci.
Perché, in fondo, ogni buona conversazione con uno scrittore comincia sempre da una domanda. (Tonino Cavallaro)
Come descriveresti te stessa?
Sono nata a Cassano all’Ionio, il giorno della mia nascita rimane sconosciuto insieme all’anno, pare non fosse quello dichiarato all’anagrafe, così raccontava mia madre negli anni della sua vita. Se non fosse la mia vita, potrebbe diventare un romanzo, così nascono le storie… Ho smesso di contare gli anni, in certi giorni potrei averne cento, in altri potrei ricominciare a pianificare il futuro.
Il luogo dove sono nata è la mia scrittura, racconto le storie che ho vissuto, che ho ascoltato: il passaggio delle anime nell’ottava dei morti, le donne sedute a gambe larghe sulle seggiole di paglia nello slargo adiacente la nostra casa, il lamento della pialla del falegname alla controra nei pomeriggi assolati. Ma ancora, la storia di Lena: si affacciava dal suo balcone e gridava alle ragazze sulla via larga, ogni nostro sguardo era innamoramento per suo figlio, che si affacciava insieme ad Alfredo, suo padre, e la riportava nella casa. La follia, da noi, non era segregazione, un luogo di confine, era un modo per stare al mondo, per difendersi dalla vita, e Lena scendeva con le altre a vivere altre storie, all’imbrunire. Ognuna di queste storie è la mia scrittura, difficile ora citare gli sguardi che ho raccolto nei vicoli e nelle piazze. Mia nonna Angela era la vera affabulatrice, ogni sera raccontava una nuova storia, allora non c’era per i bambini l’attenzione di oggi, non li si separava dalla vita degli adulti, le donne che raccontava Angela vivevano con uomini orchi, spesso. Le mie storie nascono dal luogo dove sono nata, che porto con me, sempre. Ciò che sono me lo ha insegnato il vicolo, i bassi con le porte spalancate, l’unica stanza con i letti e la cucina. Ciò che sono diventata sono le storie che ho letto.
So che hai vissuto anche in altre città italiane, cosa ti ha lasciato ognuna di queste?
Sono andata via presto, ho lavorato all’Università della Calabria per quarant’anni, avevo diciotto anni, forse. Ho vissuto tra Rende e Cassano all’Ionio, ma nello slargo sono tornata ogni sabato, nella casa che a lungo è rimasta la mia vera unica casa. Le mie figlie sono cresciute e sono andate via, come tanti nella nostra terra. Vivono a Milano, lavorano, tornano, partono, spesso siamo noi ad andare da loro, ci fermiamo a lungo in questa città. Le case non sono muri ma le persone che le abitano, mi dico spesso, ma anche i muri mancano, gli sguardi di chi ha accompagnato la nostra vita, torniamo dove siamo vissuti. Un mio amico arabo mi dice sempre di allungare rami e lasciare le radici ben piantate nella terra. Mia madre ci ha cresciute orfane di padre ma mai orfane del vicinato, il paese è comunità, è conoscenza, è afflato. La madre non vive più la casa ma posso ritrovarla nelle stanze, nella forma del mare che dai balconi guardo oltre la Piana. Nelle montagne che si affacciano sulle case: le cime storte del Dolcedorme, il monte a forma di sella. Il paese, da dove io guardo, è simile a un teatro greco. I comignoli di pietre a forma di case sui tetti di tegole guardo, cantano ancora, come quando ero bambina, raccontano le stesse storie di monaci bambini, che la notte scendevano a grattare i piedi allo zio con i capelli rossi, addormentato nella stanza che confinava con il sottotetto.
Perché ti sei avvicinata al mondo della scrittura?
Gli orfani bambini, parliamo del 1969, l’anno che mio padre ci ha lasciato, il lutto lo vivevano come gli adulti, per anni ho indossato solo abiti neri. I televisori venivano oscurati, il silenzio accompagnava i nostri passi nella casa. Scrivevo diari, ne conservo molti, ma i libri sono sempre stati il mio occhio sul mondo. Non ne possedevo molti, spesso rileggevo le stesse storie. C’era la biblioteca della scuola, potevo prenderli leggerli e poi riportarli, potevo chiederli alle amiche di mia madre, alle signore che la biblioteca l’avevano nelle case e venivano a cucirsi gli abiti da mia madre. Il mio primo libro, che ho riletto più volte, persino da adulta, è “Piccole donne” di Louisa May Alcott, il personaggio di Josephine "Jo" March mi commuove ancora oggi.
La lettura è sempre stata il mio passaporto, potevo visitare luoghi che altrimenti mi sarebbero rimasti sconosciuti. E poi c’erano le storie di mia nonna Angela, la sua voce era la casa. La scrittura nasce dalle sue storie. Sono cresciuta e ho scelto i libri che volevo leggere: i classici, ma anche molti autori italiani e stranieri. Leggo le voci di questa nostra terra, mi interessa conoscere il loro punto di vista. Le donne calabresi per secoli hanno trasmesso memoria attraverso la parola, oggi le donne sciolgono inchiostro, non siamo più terra di silenzio. Scrivo la notte, le storie le vivo, vedo i personaggi. Ho sempre avuto bisogno di vedere il mondo che Angela mi raccontava, che continua a raccontarmi.
Che rapporto hai con i tuoi lettori?
La scrittura è un miracolo, ti mette in relazione con persone che altrimenti non avresti mai avuto occasione di conoscere. Le Associazioni culturali sono cibo per l’anima, le librerie. Ho avuto in dono molte donne straordinarie, che hanno apprezzato le mie storie. Ho conosciuto molti lettori proprio grazie ai librai e alle associazioni culturali, soprattutto femminili. Penso all’Associazione culturale femminile “I Fili di Arianna” di Marcellinara, nata grazie alle donne che hanno tessuto trame, che si sono associate con paesi vicini, Tiriolo. L’Associazione Donne di Carta di Roma, ma hanno sedi in quasi tutto il Paese, imparano i libri a memoria e li raccontano. E ancora, l’Associazione Qultura di Carrara. Il mio rapporto con i lettori non è legato molto ai social ma alla presenza viva nei luoghi. Tornare da loro con un nuovo libro è un po' tornare a casa.
Quanti libri hai pubblicato?
Ho pubblicato sette libri, il mio romanzo d’esordio, Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce (Edizioni Periferia, 1994) è stato scelto dalla giuria del Premio Letterario Nazionale “Donna e scrittura. Inedito nel cassetto”, e poi L’ombra lunga dei moroni (Rubbettino Editore, 2004), che ha vinto il Premio Nazionale “Crati” (sezione Narrativa). Con l’editore Tullio Pironti sono usciti Gineceo. Undici crudeli racconti nel 1996 e Rimorsi. Undici racconti (con Prefazione di Stefano Giovanardi) nel 2010; quest’ultima opera ha vinto numerosi premi: Premio Letterario Istmo di Marcellinara “Le Parole di Arianna” (sezione Narrativa); Premio Letterario Nazionale “Corrado Alvaro” XI edizione (Premio del Presidente). Nel 2019 ho dato alle stampe Nina (Editori Riuniti, 2014, riedito da Prospero editore nel 2017). Con Castelvecchi ho poi pubblicato Il male in corpo (2019), e Madri nel (2021). Alcuni miei racconti sono stati editi dalla rivista «Il primo amore». Infine, la giuria del Premio Nazionale “Vincenzo Padula”, VI edizione, mi ha conferito un riconoscimento speciale per la narrativa. Giuseppe Lupo, nel suo saggio, “La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli”, Rubbettino 2021, ha inserito “Il male in corpo.” Su OBLIO VII, 26-27, Nicola Merola, “La passione di Stefano Giovanardi per la critica e le sue circostanze”, ha citato la mia scrittura.
Come trascorri il tempo libero?
Il tempo libero è scrittura, lettura, ascolto. Nella mia casa ricevo gli amici, sono legati al mondo che mi abita, alla scrittura, alle letture. È occhio sull’umanità, il mondo diventa sempre più un luogo invivibile. I fatti di questi giorni sono atti contro l’umanità.
Progetti per il futuro
Due nuovi libri. Usciranno il prossimo anno, spero. Sull’ultimo sto ancora lavorando. Un progetto che mi porto dietro da un po' riguarda la casa dove abbiamo vissuto bambine, vorrei renderla un luogo aperto, portare lì dei libri, e non solo per gli adulti, per i bambini, discutere di futuro, mantenere vive le tradizioni, rileggere memoria.
(Foto in alto: Marisa durante la presentazione di un suo libro)






