Spul
ciando i quotidiani nazionali e locali che giungono copiosi in redazione mi sono imbattuto ieri sera, in un bell'articolo del vaticanista Matteo Matzuzzi sul sinodo, apparso sulla prima pagina de "Il Foglio" (di ieri 28 ottobre), giornale fondato dal battagliero Giuliano Ferrara ed ora diretto diligentemente da Claudio Cerasa. L'articolo offre una visione molto interessante riguardo alle decisioni prese e da prendere in base ai risultati del lungo lavoro sinodale svolto nella Chiesa un po' a tutti i livelli.
Leggendo il lungo articolo, (allegato in coda a questa nota) ad un certo punto viene citato il nostro presule mons. Francesco Savino e, riprendendo un'esternazione dello stesso riportata sul quotidiano "La Stampa" (segnalata l'altro ieri su questo sito) definisce "loquace e barricadero" il vice-presidente della CEI. Non nascondo che un sorriso spontaneo mi ha allargato il viso leggendo i due aggettivi, anche perché Matzuzzi ha indovinato perfettamente il primo, mentre sul secondo avanzerei qualche dubbio avrei usato un aggettivo più soft, magari "veemente" o meglio ancora "battagliero". Le barricate lasciamole stare dove sono, in cantina o in soffitta, in Italia ed in Calabria in particolare, per indurre il popolo a salire sulle barricate dovrebbe avere la lingua "in fin di vita", l'unico muscolo che sa usare spesso impunemente e, in alcuni casi, a sproposito. Certamente non é il caso di mons. Savino che di solito "non gliele manda a dire", ma non ce lo vedo con la sciabola in mano ad aizzare tumultuosi dimostranti in cima ad una barricata. Abbiamo avuto ben altri esempi dalle nostre parti, in tempi vicini e lontani, di qualcuno che si é atteggiato a paladino del popolo, ma non ha ottenuti risultati soddisfacenti, a parte il proprio personale interesse. Di seguito propongo la frase che mi ha stimolato e poi, nell'allegato l'intero articolo. Grazie per l'attenzione.

Antonio Michele Cavallaro
Libero osservatore






