La scomparsa di Jean Ziegler (In una foto recente), avvenuta a Ginevra all'età di 92 anni dopo una lunga malattia dovuta al morbo di Parkinson, chiude una delle pagine più significative della cultura politica europea del secondo Novecento. Il suo nome rievoca in me momenti esaltanti vissuti durante la mia lunga permanenza in terra elvetica, quando mi occupavo di politica nelle file di quel socialismo ispirato dai grandi protagonisti del passato ai quali noi giovani guardavamo quasi con devozione: Gaetano Salvemini, Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Pietro Nenni e, lì, quasi a due passi da noi, Jean Ziegler.
Per molti è stato un sociologo, uno scrittore, un parlamentare socialista e un funzionario delle Nazioni Unite. Per altri, soprattutto negli ambienti conservatori e finanziari svizzeri, è stato un provocatore, un contestatore irriducibile, una voce scomoda. In realtà Jean Ziegler è stato soprattutto una coscienza critica che per oltre mezzo secolo ha denunciato le contraddizioni di un sistema economico mondiale capace di produrre immense ricchezze accanto a povertà e fame.
Ho avuto il piacere di incontrarlo personalmente durante il mio soggiorno in Svizzera, quando ricoprivo l'incarico di segretario della sezione del PSI di Baden. Fu in occasione di una manifestazione del Primo Maggio a Berna, uno di quei momenti in cui la politica si intrecciava ancora con la partecipazione popolare e con l'impegno ideale.
Ricordo un uomo appassionato, diretto, capace di parlare con la stessa intensità ai militanti come agli intellettuali. Qualche tempo dopo, quando aprii la libreria italiana "L'Aretina", ebbi modo di seguire da vicino il successo del suo libro più celebre, Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto. Ne distribuimmo decine di copie tra i lettori italiani residenti in Svizzera. Quel volume suscitò un dibattito acceso perché metteva in discussione l'immagine rassicurante della Confederazione Elvetica, denunciando il ruolo delle multinazionali, il segreto bancario e i rapporti privilegiati tra finanza e potere economico.
Ma per gli italiani emigrati in Svizzera Jean Ziegler rappresentò anche qualcosa di più. Egli mostrò attenzione concreta ai problemi delle comunità straniere e alle difficoltà vissute quotidianamente dai lavoratori immigrati e dalle loro famiglie.
Negli anni Settanta, la Federazione del Partito Socialista Italiano in Svizzera, guidata dal segretario Giuseppe Fabbretti, ebbe modo di incontrarlo in diverse occasioni. Anch'io partecipai a quegli incontri, nel corso dei quali affrontammo soprattutto il problema della disparità di trattamento riservata ai figli degli immigrati italiani nel sistema scolastico svizzero. Molti di quei ragazzi, pur dimostrando capacità e rendimento scolastico pari o superiori a quelli dei loro coetanei svizzeri, incontravano notevoli ostacoli nell'accesso ai percorsi di studio più qualificati. L'ammissione ai licei o alle Bezirkschulen, le scuole medie di livello superiore che aprivano la strada agli studi universitari, risultava spesso molto più difficile per i figli degli emigrati.
Ziegler (nella foto del 1971) seguì con attenzione queste problematiche, comprendendo che la vera integrazione non poteva limitarsi al lavoro ma doveva passare anche attraverso l'uguaglianza delle opportunità educative. Ricordo che in una di quelle occasioni a Zurigo, credo nel 1976, fu presente anche il senatore cassanese Gino Bloise, membro della Commissione Scuola del Senato italiano, a conferma dell'importanza che la questione rivestiva per le comunità italiane all'estero e per le istituzioni del nostro Paese.
Pubblicato nel 1976, Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto trasformò Ziegler in una figura di rilievo internazionale. La sua critica era severa: dietro la facciata di neutralità, prosperità e umanità che la Svizzera amava mostrare al mondo, egli individuava meccanismi economici che contribuivano allo sfruttamento dei Paesi più poveri. Una denuncia che gli procurò notorietà ma anche numerose ostilità.
Nato a Thun, nel Canton Berna, il 19 aprile 1934, in una famiglia protestante e conservatrice, figlio di un giudice e colonnello dell'esercito, Ziegler compì presto una radicale scelta di campo. Gli studi universitari a Parigi lo avvicinarono agli ambienti anticolonialisti e della sinistra internazionale. Decisivo fu l'incontro con Che Guevara nel 1964 a Ginevra. Ziegler avrebbe voluto seguirlo a Cuba, ma il rivoluzionario argentino gli suggerì di combattere il "mostro" nel cuore stesso dell'Europa, nella sua Svizzera. Un consiglio che avrebbe segnato l'intera sua esistenza.
Da allora la sua produzione intellettuale fu vastissima. Pubblicò oltre venti saggi dedicati ai temi della fame nel mondo, del neocolonialismo, della finanza internazionale e delle disuguaglianze sociali. Tra i suoi libri più noti figurò anche La Svizzera lava più bianco, opera che gli procurò procedimenti giudiziari e persino la revoca dell'immunità parlamentare.
Parallelamente all'attività accademica, insegnò sociologia all'Università di Ginevra dal 1977 al 2002 e rappresentò per decenni il Partito Socialista nel Consiglio Nazionale svizzero. Dal 2000 al 2008 fu relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all'alimentazione, incarico dal quale denunciò con forza le responsabilità delle grandi istituzioni economiche internazionali. Non esitò a definire il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio i "tre cavalieri dell'Apocalisse", accusandoli di perpetuare un sistema che condannava milioni di persone alla fame.
Anche negli ultimi anni non aveva smesso di interrogarsi sul destino dell'umanità. A novant'anni pubblicò un nuovo libro, significativamente intitolato Où est l'espoir? ("Dov'è la speranza?"), nel quale invitava a non cedere alla rassegnazione di fronte alle guerre, alle carestie e all'aumento delle disuguaglianze.
Per questo, nel ricordare Jean Ziegler, non penso soltanto al celebre sociologo, al parlamentare socialista o al funzionario delle Nazioni Unite. Ricordo anche l'uomo che seppe ascoltare le preoccupazioni degli emigrati italiani e dei loro figli, comprendendo che la lotta contro le disuguaglianze comincia spesso dai diritti negati nella vita quotidiana.
Con la sua morte scompare una delle figure più originali e controverse della sinistra europea, ma rimane intatto il valore delle domande che ha lasciato in eredità alle generazioni future.
Antonio Michele CAVALLARO






