Agentic AI (o AI agentica) è l’ultima frontiera dell’intelligenza artificiale: può essere spiegata come una serie di sistemi autonomi, chiamati “agenti”, capaci di prendere decisioni e di eseguire compiti senza un intervento umano costante. A differenza dell'AI tradizionale che si basa su logiche preprogrammate, o dell'AI generativa che si concentra sulla creazione di contenuti, l'AI agentica è proattiva, orientata all'azione e alla risoluzione di problemi. Si può dire che ha un comportamento più simile a quello umano, nel senso che è in grado di definire obiettivi, pianificando i vari passaggi necessari a raggiungerli, utilizzando gli strumenti più idonei e adattando la propria strategia in base ai risultati. Questa autonomia operativa e decisionale dell’Agentic AI, se da una parte lascia intravvedere potenzialità enormi dal punto di vista produttivo, dall’altra sta sollevando interrogativi etico-filosofici altrettanto significativi.
Se l’AI è in grado di effettuare calcoli complessi a una velocità migliaia di volte superiore a quella della più brillante delle menti umane (e siamo solo agli inizi del suo sviluppo), quello che potrà fare una volta entrata nella sua fase matura è addirittura difficile da immaginare. Il problema che ci si comincia a porre è: sarà in grado di sostituire l’uomo in tutto? Potrà creare realtà distopiche nelle quali riuscirà a surrogare in tutto o in parte l’umanità stessa? Dibattito affascinante. Ma, nonostante le sue immense potenzialità, l’AI ha limiti ben precisi. Manca completamente di autocoscienza, della capacità di provare emozioni e dare un senso ed un significato all’esistenza umana. Per esempio, pur potendo elaborare enormi quantità di dati sull’universo, sulla biologia e sulla storia umana, non potrà mai fornire una risposta al “perché” dell’esistenza umana, al significato ultimo della vita, dell’essere. Non è nemmeno in grado di capire questo tipo di problemi. Inoltre, può analizzare i modelli di interazione umana, suggerire compatibilità e persino generare testi che imitano le emozioni. Tuttavia, non può provare amore, empatia, compassione o gelosia. È anaffettiva. L’AI può generare musica, arte e testi che imitano stili esistenti o creano nuove combinazioni, ma la vera creatività artistica nasce da un’esperienza interiore, da una visione o da un desiderio di comunicare qualcosa di profondamente personale. L’AI non ha un’anima o un’esperienza interiore da esprimere; le sue creazioni sono il risultato di algoritmi e pattern. L’AI può essere programmata con regole etiche, può identificare comportamenti considerati giusti o sbagliati in base a dataset. Tuttavia, la capacità di discernere il bene dal male in situazioni nuove e complesse, di affrontare dilemmi morali senza risposte predefinite, di provare rimorso o di prendere decisioni basate su un profondo senso di giustizia, richiede una coscienza che l’AI non può avere. I valori di fondo che in qualche modo guidano l’esistenza umana non possono essere trasformati in algoritmi. Infine, l’intelligenza artificiale non può avere un’esperienza di fede in un essere superiore, trascendente, che dia significato all’esistenza umana. Queste dimensioni dell’esperienza umana, senza le quali l’uomo si ridurrebbe a un robot, gli sono precluse in modo categorico. Per quanto l’Agentic AI stia segnando un balzo in avanti notevole nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, il robot più efficiente che riuscirà a produrre non sarà mai un essere umano. E questo, se da una parte può generare un senso di sollievo, dall’altra ci mette di fronte a enormi responsabilità.
Marino Longoni
(Fonte: "Italia Oggi" di Lunedì 30 giugno 2025)






