Riflessione serotina – seconda puntata ( dopo 20 mesi)
Il 9 febbraio 2025, su queste pagine, pubblicai una riflessione dal titolo «I randagi e i puttani della politica calabrese... e non solo». Il linguaggio era volutamente crudo, ma il concetto mi sembrava, e mi sembra ancora, piuttosto chiaro: esiste una categoria di politici per i quali la coerenza è un optional, la fedeltà un contratto a tempo determinato e la militanza una questione di convenienza.
Allora parlai di randagi politici e di «puttani», richiamando alla memoria un episodio della storia politica napoletana del 1961, quando il giornalista Alberto Giovannini utilizzò quest'ultimo termine per bollare sette esponenti monarchici passati alla Democrazia Cristiana, abbandonando Achille Lauro.
Sono trascorsi mesi da quella riflessione, ma non mi pare che il fenomeno abbia dato segni di cedimento. Al contrario, a giudicare dalle continue migrazioni da uno schieramento all'altro, dalle conversioni improvvise e dalle folgorazioni sulla via del potere, verrebbe da pensare che il mercato delle appartenenze politiche goda di ottima salute.
Ora ritengo che sia il caso di allargare il discorso. Perché il problema non riguarda soltanto chi cambia casacca, ma anche chi gli prepara il vestito nuovo, lo aiuta a indossarlo e poi si affanna a spiegare al pubblico quanto gli stia bene e quì entra in scena un'altra categoria: quella dei pennivendoli.
La parola non è nuova. È antica, ruvida e tutt'altro che lusinghiera. Indica, nel linguaggio polemico, chi vende la propria penna al miglior offerente, rinunciando alla libertà di giudizio in cambio di vantaggi, protezioni o convenienze. Ma il fenomeno merita forse un nome più preciso: pennivendolismo politico.
Non parlo del giornalista che ha idee politiche dichiarate, né di chi sostiene apertamente una parte. Il pluralismo è una ricchezza e nessuno è obbligato a essere neutrale nelle proprie opinioni. La questione è un'altra: riguarda chi presenta come informazione ciò che è, in realtà, propaganda; chi misura le notizie con il metro della convenienza del proprio protettore; chi usa due pesi e due misure a seconda che il protagonista sia amico oppure avversario.
Un fatto scomodo, se riguarda gli avversari, diventa uno scandalo nazionale. Se coinvolge gli amici, si trasforma in un equivoco, una leggerezza, una vicenda da approfondire con calma. Un personaggio politicamente vicino viene raccontato con tutte le attenuanti possibili; quello della parte opposta viene condannato in anticipo, magari sulla base di un'indiscrezione. La notizia non cambia, cambia il padrone della penna.
Naturalmente, non tutti i giornalisti sono così. Esistono professionisti seri, capaci di difendere la propria indipendenza anche quando costa fatica, denaro e isolamento. Proprio per rispetto verso di loro, è necessario distinguere il giornalismo dal suo travestimento interessato.
Il matrimonio d'interesse tra politica e informazione
Politico trasformista e pennivendolo hanno, in fondo, qualcosa in comune: entrambi considerano la propria funzione uno strumento per raggiungere un obiettivo personale.
Il primo cerca il partito che gli garantisca una candidatura, una poltrona o una prospettiva di carriera. Il secondo cerca il centro di potere che possa offrirgli visibilità, incarichi, protezione, pubblicità o altri vantaggi. Non sempre lo scambio è esplicito, né necessariamente illecito. Spesso è sufficiente una convergenza di interessi, un rapporto di dipendenza o la semplice convenienza di non disturbare chi conta.
Si crea così un rapporto di reciproca utilità: il politico ha bisogno di una narrazione favorevole, il narratore ha bisogno di un politico che gli assicuri spazio e accesso. L'uno offre il personaggio, l'altro costruisce il racconto. Il cittadino dovrebbe essere il destinatario dell'informazione, ma rischia di diventare il bersaglio di una rappresentazione confezionata per orientarne il giudizio.
È questo l'aspetto più preoccupante. Il trasformismo di un singolo eletto può essere riconosciuto e giudicato dagli elettori. La manipolazione sistematica dell'informazione, invece, può alterare gli stessi strumenti con cui gli elettori si formano un'opinione. Quando il controllato riesce a condizionare chi dovrebbe controllarlo, il problema non è più soltanto morale. Diventa un problema democratico.
Un particolare mi ha sempre schifato "La convenienza come ideologia" . Non tutti coloro che si mettono al servizio del potere lo fanno perché ne hanno bisogno. Alcuni possiedono già una posizione economica solida, una professione, relazioni e risorse sufficienti per vivere senza chiedere favori a nessuno. Eppure, davanti a un potente di turno, sembrano dimenticare ogni autonomia, ogni dignità e talvolta persino il buon senso.
Lo fanno forse per ambizione, per il gusto di appartenere al gruppo che decide o perché il potere esercita un fascino che non dipende soltanto dal denaro, ma anche dalla possibilità di sentirsi vicini a chi distribuisce riconoscimenti e stabilisce gerarchie. In questi casi, la convenienza diventa quasi un'identità. Non si serve un padrone per necessità: lo si serve perché stare dalla parte del padrone viene considerato un valore in sé.
Ma quando il padrone perde forza, comincia la ricerca del successore. Le vecchie dichiarazioni di fedeltà vengono dimenticate, le nuove alleanze presentate come scelte meditate, le contraddizioni archiviate sotto la voce «evoluzione politica». Una specialità nella quale, bisogna riconoscerlo, alcuni dimostrano una notevole capacità di adattamento.
Il conto, come spesso accade, lo paga chi non partecipa al banchetto. Lo paga il cittadino che si affida a una classe dirigente selezionata non per competenza, ma per fedeltà personale. Lo paga il contribuente quando gli incarichi delicati diventano ricompense politiche. Lo paga il lettore quando non riesce più a distinguere una notizia da un messaggio promozionale. Lo paga, infine, il giornalismo stesso, la cui credibilità viene compromessa da chi confonde la libertà di stampa con la libertà di vendere la propria indipendenza.
Non è necessario immaginare complotti o attribuire intenzioni illecite a chiunque esprima una posizione favorevole a un governo o a un partito. Sarebbe un errore altrettanto grave. Basta osservare i comportamenti, verificare i fatti, confrontare le dichiarazioni di ieri con quelle di oggi e chiedersi se esista un criterio coerente dietro certe improvvise conversioni. Comportamenti, questi, che potrebbero essere anche configurati come “para-mafiosi” se non peggio.
La libertà di opinione comprende anche il diritto di cambiare idea. Ma cambiare idea dopo aver riflettuto non è la stessa cosa che cambiare padrone dopo averne valutato i vantaggi. Informare non significa essere obbligati a condividere tutte le opinioni: significa rispettare i fatti anche quando sono scomodi per la propria parte.
mangiatoie per tutti?
Resta dunque attuale la domanda che mi ponevo nel febbraio 2025: quanti si avvicinano alla politica per servire il Paese e quanti, invece, per servirsi del Paese? Oggi aggiungerei un'altra domanda: quanti si avvicinano all'informazione per raccontare ciò che accade e quanti per raccontarlo nel modo più conveniente a chi può ricompensarli? Non pretendo di avere una risposta numerica. Ma temo che il problema sia abbastanza diffuso da meritare ben più di una battuta sarcastica.
La politica ha bisogno di persone libere, capaci di restare fedeli ai propri principi anche quando cambia il vento. Il giornalismo ha bisogno di professionisti disposti a fare altrettanto, senza trasformarsi in uffici stampa mascherati da osservatori indipendenti.
Quanto ai randagi politici e ai pennivendoli di professione, ciascuno è libero di scegliere il proprio padrone. Sarebbe già un progresso se, almeno ogni tanto, fossimo consapevoli che non è il padrone a pagare davvero il conto: siamo noi.
E poi, lasciatemelo dire, non posso fare a meno di pensare a certi personaggi che per anni hanno gironzolato dalle nostre parti, autentici randagi dell'informazione, sempre alla ricerca di un padrone che li accogliesse e, possibilmente, li sfamasse. Qualcuno, alla fine, la cuccia l'ha trovata e ora se ne sta buono buono, apparentemente soddisfatto, ma sempre guardingo, con un occhio al padrone e l'altro alla strada, nel timore che possa comparire all'improvviso qualcuno più incazzato del solito, oppure che il padrone di oggi perda la pazienza e gli assesti un sonoro calcio sul popò.
Naturalmente, guai a chiamarli pennivendoli! Loro si considerano giornalisti, osservatori imparziali, liberi professionisti dell'informazione. E magari, quando cambierà il vento, saranno i primi a spiegarci che non sono mai stati fedeli a nessuno, che hanno sempre mantenuto la propria indipendenza e che, se oggi si trovano nella cuccia del nuovo padrone, è soltanto per una coincidenza. Del resto, anche il randagio più scaltro sa riconoscere una buona mangiatoia. E il pennivendolo più navigato sa persino trasformare una ciotola in una tribuna stampa.
A noi lettori, però, resta un piccolo diritto: quello di guardare, ricordare e non avere la memoria corta. Perché i padroni passano, le casacche si cambiano, le penne si vendono e si ricomprano. Ma certe tracce, prima o poi, riaffiorano sempre.
E con questo, per stasera, chiudiamo la cuccia e spegniamo la luce
Antonio M. Cavallaro
libero pensatore