L’ho scritto anche in altre occasioni, ma vale la pena ribadirlo: in Germania, chi dimostra un’indole servile viene bollato con un’espressione tanto elegante quanto tagliente, “Braune Zunge”, letteralmente “lingua marrone”.
Qualcuno, poco avvezzo alle metafore, potrebbe equivocare e pensare: “che c’è di male? Avrà semplicemente gustato del buon cioccolato svizzero, magari offerto con generosità dal padrone, dal capufficio, dal sindaco, dall’onorevole o dall’assessore”. Certo, volendo, si potrebbe persino scomodare un parallelo con una qualche bontà divina. Ma qui sulla terra, di quella bonomia celestiale, non si trova più traccia — nemmeno nelle sagrestie, dove pure abbondano, ahimè, le “lingue marroni”.
A questo punto la metafora dovrebbe risultare chiara anche ai più distratti, senza costringermi a scendere in dettagli poco eleganti — che, peraltro, molti praticano con sorprendente disinvoltura. Siamo circondati da individui che della “lingua” hanno fatto uno strumento di carriera. E no, non parlo di idioma: in tedesco la distinzione è limpida — “Sprache” è ciò che si parla, “Zunge” è ciò che si usa. E qualcuno la usa fin troppo.
Ciò che talvolta mi strappa un sorriso — o forse sarebbe più onesto dire un ghigno — è vedere certi individui che, facendo di tale pratica un’arte, riescono a occupare ruoli che non spetterebbero loro e, anziché mostrare pudore, se ne vantano.
Resta una verità semplice: chi è servo per scelta, e non per necessità, servo rimane.
La poesiola che ho dedicato a questa nobile categoria è allegata in PDF. Molti si riconosceranno, pochi avranno il fegato di dirselo allo specchio.
Per chi avesse ancora dubbi — il che sarebbe già un indizio — sono disponibile a chiarire anche a voce.
Grazie per l’attenzione. E, mi raccomando, lingua pulita. O almeno, dignità.
Tonino Cavallaro






