Giorni fa, discutendo con alcuni cari e stimati amici di Villapiana su ciò che sta succedendo nel mondo — quasi «sotto i nostri occhi» in Palestina, in alcuni territori africani, nelle Americhe, in Oriente, ma anche in Europa — abbiamo esternato alcune riflessioni sull'involuzione del concetto di politica.
La politica, almeno nella sua concezione più nobile, dovrebbe essere la prassi attraverso la quale gli uomini organizzano la propria convivenza, migliorano le condizioni di vita delle comunità e cercano di rendere il mondo sempre meno conflittuale.
Eppure, osservando ciò che accade intorno a noi, abbiamo avuto la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa che sembra andare nella direzione opposta.
Da una politica intesa come cura della vita sembra emergere progressivamente una politica nella quale la vita stessa può diventare strumento di potere; una politica nella quale, in determinate circostanze, qualcuno arriva a stabilire chi debba sopravvivere e chi, invece, possa essere lasciato soccombere.
Nel corso della nostra conversazione è comparso, inevitabilmente, anche il pensiero di Michel Foucault e la sua riflessione sul rapporto tra potere, società e vita. Ma proprio questa considerazione mi ha fatto pensare a quanto profondamente possa essersi trasformato il rapporto tra politica e vita umana.
Dopo quell'incontro amichevole, continuando a riflettere, mi è tornata alla mente una mia recente lettura di Achille Mbembe, lo storico e teorico politico camerunese, e in particolare il suo concetto di necropolitica.
È stato allora che ho provato a mettere in relazione quel concetto con una frase pronunciata durante la nostra conversazione da uno dei miei amici:
«L'esercizio del potere in modalità cannibalica».
Una frase che mi è rimasta dentro.
Perché cannibalica è una parola forte, forse persino inquietante, ma contiene un'immagine immediata: quella di un potere che non si limita a dominare o a reprimere, ma sembra nutrirsi di ciò che distrugge.
Da lì, quasi naturalmente, sono riemerse alcune reminiscenze di antichi studi e una parola che avevo già incontrato da qualche parte: thanatocrazia.
Tre parole, dunque, che non sono sinonimi e che non appartengono neppure tutte allo stesso linguaggio: necropolitica, thanatocrazia, potere cannibalico.
E proprio da queste tre parole è nata la riflessione che segue.
Mbembe e la necropolitica
Achille Mbembe è uno storico e teorico politico camerunese, nato nel 1957 e oggi docente presso l'Università del Witwatersrand, in Sudafrica. La sua ricerca si è concentrata soprattutto sul colonialismo, il postcolonialismo, il razzismo, la sovranità e le forme contemporanee del potere. Nel 2024 ha ricevuto l'Holberg Prize, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali nel campo delle scienze umane e sociali.
Il concetto che lo ha reso particolarmente noto è quello di necropolitica, elaborato nel saggio Necropolitics, pubblicato nel 2003.
Mbembe parte, tra l'altro, dalla riflessione di Michel Foucault sulla biopolitica.
Foucault aveva analizzato il modo in cui il potere moderno fosse diventato sempre più capace di amministrare la vita: la salute, la popolazione, la sessualità, il lavoro, la sicurezza.
Mbembe introduce una domanda ulteriore e, per certi versi, inquietante:
che cosa accade quando il potere non consiste soltanto nel governare la vita, ma anche nel decidere chi può essere esposto alla morte?
È questo il cuore della necropolitica.
Per Mbembe, la sovranità può manifestarsi anche attraverso la capacità di determinare chi può vivere e chi può essere lasciato morire, oppure attraverso la creazione di condizioni nelle quali alcune popolazioni vengono sistematicamente esposte alla precarietà, alla violenza e alla morte a vantaggio di altre.
La necropolitica, quindi, non coincide semplicemente con l'uccisione.
È qualcosa di più ampio: è il potere di organizzare le condizioni dell'esistenza in modo tale che alcune vite risultino maggiormente esposte alla morte di altre.
La Palestina
È anche in questo contesto che Mbembe analizza la Palestina.
Nella sua riflessione sull'occupazione, il controllo del territorio, della mobilità e dello spazio diventa parte integrante dell'esercizio del potere. Barriere, posti di controllo, frammentazione territoriale, militarizzazione e limitazioni della mobilità vengono analizzati non soltanto come strumenti militari o amministrativi, ma come dispositivi capaci di determinare concretamente le condizioni nelle quali una popolazione può vivere.
Mbembe ha utilizzato il caso palestinese come uno degli esempi attraverso i quali comprendere il funzionamento del necropotere, arrivando a definirlo una delle forme più compiute di necropotere.
È importante, tuttavia, non confondere la teoria originaria di Mbembe con le successive interpretazioni degli avvenimenti di Gaza. Il concetto di necropolitica nasce molto prima del 7 ottobre 2023; sono stati poi numerosi altri studiosi ad applicarlo alla situazione contemporanea.
Ma proprio qui il pensiero di Mbembe torna a interrogarci.
Perché la domanda non riguarda soltanto la Palestina.
Riguarda il modo stesso nel quale intendiamo il potere ed è a questo punto che ritorna quella parola riemersa dalle mie reminiscenze: thanatocrazia.
Dal greco thánatos, morte, e krátos, potere.
Letteralmente: il potere della morte.
Non è un termine che si può attribuire a Mbembe, né possiede nella letteratura contemporanea un significato altrettanto preciso e consolidato quanto necropolitica. Ma può essere utilizzato come una categoria interpretativa per indicare una forma di potere nella quale la morte non è più soltanto una conseguenza della violenza, ma diventa uno strumento attraverso il quale il potere stesso si esercita.
Se la necropolitica ci interroga sul potere di decidere quali vite possano essere esposte alla morte, la thanatocrazia ci porta un passo oltre: ci fa immaginare un sistema nel quale la morte entra strutturalmente nella grammatica del potere.
Non più soltanto il potere di governare la vita, ma il potere esercitato attraverso la morte.
Il potere cannibalico
E infine c'è quella frase del mio amico:
«L'esercizio del potere in modalità cannibalica».
È forse la definizione che più mi ha colpito.
Cannibalico non è un concetto di Mbembe. È una metafora.
Ma è una metafora terribilmente efficace.
Il cannibalismo non consiste semplicemente nell'eliminare l'altro. Significa consumarlo, farne alimento.
Applicato al potere, il termine suggerisce dunque qualcosa di ancora più radicale: un potere che sembra alimentarsi della sofferenza, della distruzione e persino della morte di coloro sui quali viene esercitato.
Ed è qui che le tre parole possono incontrarsi.
Necropolitica: il potere di decidere quali vite possano essere esposte alla morte.
Thanatocrazia: un potere nel quale la morte diventa strumento strutturale di dominio.
Potere cannibalico: un potere che, nella sua rappresentazione più estrema, sembra nutrirsi della distruzione dell'altro.
Non sono sinonimi.
Sono tre modi diversi di guardare lo stesso abisso.
E noi, di fronte a tutto questo?
Forse la domanda dalla quale eravamo partiti durante quella conversazione tra amici era, in fondo, molto semplice: che cosa è diventata la politica?
La politica dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale gli uomini cercano di convivere, risolvere i conflitti, distribuire risorse, garantire diritti e proteggere la vita.
E invece, guardando ciò che accade in tante parti del mondo, siamo costretti a interrogarci su una trasformazione inquietante: quando la politica smette di avere come orizzonte la protezione della vita e comincia a considerare alcune vite sacrificabili, che cosa rimane della politica stessa?
Forse è questa la domanda che Mbembe ci consegna.
E forse è anche la ragione per cui quella frase del mio amico — l'esercizio del potere in modalità cannibalica — mi è rimasta così impressa.
Perché dietro parole apparentemente astratte come necropolitica e thanatocrazia rimane una realtà terribilmente concreta.
Ci sono esseri umani che vivono e altri che vengono lasciati morire.
E quando questa distinzione diventa una scelta consapevole del potere, il problema non è più soltanto politico, diventa un problema profondamente umano.
Pensiero finale
Ciò che più sconvolge è che, a soli ottant'anni dalla conclusione di una guerra terribile che ha sconvolto il mondo intero, possiamo assistere quasi supinamente a questa autentica involuzione del concetto di convivenza, progressivamente sostituito da quello, brutale, della sopravvivenza di alcuni a danno di altri, di categorie di esseri umani considerate inutili, sacrificabili, destinate a soccombere.
Verso cosa stiamo andando? Verso quali abissi ci stiamo incamminando?
È forse questa la domanda più inquietante che mi porto dietro dopo quella conversazione.
Perché il pericolo non sta soltanto nella violenza che vediamo, nelle guerre che si combattono, nelle città distrutte, nelle vite spezzate. Il pericolo è anche nella nostra capacità di assuefarci all'orrore, di trasformarlo in una successione di immagini, di numeri, di notizie alle quali reagiamo per qualche istante e poi torniamo alle nostre occupazioni quotidiane.
Ed è qui che torna alla mente la riflessione di Hannah Arendt sulla «banalità del male», richiamata durante il nostro incontro da uno degli amici.
Forse la banalità del male non consiste soltanto nella possibilità che persone comuni possano compiere azioni mostruose. Forse, oggi, dovremmo interrogarci anche sulla possibilità che il male diventi banale agli occhi di chi lo osserva, che la ripetizione dell'orrore finisca per renderlo familiare, quasi normale, e che ciò che ieri ci avrebbe sconvolto oggi riesca appena a sorprenderci.
È questo che dovrebbe farci paura.
Non soltanto l'uomo che esercita il potere sulla vita e sulla morte degli altri, ma una società che, lentamente, si abitua a guardarlo senza più indignarsi.
Proprio in quel momento la necropolitica può trasformarsi in thanatocrazia e il potere può assumere quella forma che abbiamo chiamato, quasi provocatoriamente, cannibalica: quando la vita dell'altro non viene più riconosciuta come un valore in sé e la sua sofferenza diventa soltanto una variabile della nostra tranquillità e allora la domanda iniziale ritorna, ancora più inquietante:
che cosa accade a una società quando smette di chiedersi chi ha il diritto di vivere e comincia ad accettare, quasi senza accorgersene, che qualcuno possa essere lasciato morire?
Forse l'abisso non comincia quando il male appare davanti ai nostri occhi.
Comincia quando smettiamo di riconoscerlo come male.
Tonino Cavallaro
Libero pensatore






