Il Frecciarossa cambia destinazione, gli autobus sono scomparsi dalle vecchie rotte e la ferrovia ionica resta a corto di collegamenti. Poi ci parlano di sviluppo e di turismo…
C'è una parola che torna spesso nei discorsi dei nostri politici: sviluppo. Un termine che da decenni viene sventagliato da ogni parte politica, da diventare quasi vomitevole, vuoto, persino irritante. Lo sentiamo durante le campagne elettorali, nei convegni, nelle conferenze stampa, "ad ogni pié sospinto" come direbbe un vecchio professore d'italiano. Ma proviamo a guardare la realtà, quella che ogni giorno devono affrontare i cittadini della Sibaritide e dell'Alto Jonio: chi deve raggiungere un ospedale, lo studente che vuole tornare a casa, la famiglia che deve andare a prendere un figlio che studia o lavora al Nord. E allora la domanda viene spontanea: ma da queste parti abbiamo ancora diritto di viaggiare come gli altri italiani?
L'articolo 16 della Costituzione garantisce la libertà di circolazione. Certo, non promette un treno sotto casa per ciascuno di noi. Ma una cosa dovrebbe essere elementare: vivere in Calabria non può trasformarsi in una condanna a viaggiare peggio, impiegare più tempo e affrontare maggiori difficoltà per raggiungere il resto d'Italia.
Prendiamo il caso del Frecciarossa Sibari–Bolzano. Per anni abbiamo considerato quel collegamento un piccolo, ma importante passo avanti. Ora, con la chiusura programmata della galleria Santomarco, il servizio subirà una riorganizzazione e, secondo quanto annunciato, dal febbraio 2027 dovrebbe ripartire da Sibari con destinazione Milano e Torino, non più Bolzano.
Che i lavori ferroviari siano necessari, nessuno lo mette in discussione. Ma una domanda bisogna pur farla: che cosa c'entra la chiusura temporanea di una galleria con il cambio definitivo della destinazione del treno? Sono due questioni diverse e qualcuno dovrebbe spiegare chiaramente perché vengono fatte coincidere.
C'è poi la questione degli ottanta passeggeri. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, basterebbero circa 80 viaggiatori in più al giorno per rendere economicamente sostenibile il collegamento, evitando alla Regione di doverlo sovvenzionare. Sarà davvero così? Chi ha fatto i calcoli? Dove sono i dati? Se questa possibilità esiste, la si dimostri. Se non esiste, lo si dica. Non stiamo parlando di bruscolini, ma di soldi pubblici e di un servizio che interessa migliaia di persone.
E intanto, mentre discutiamo di treni, ci siamo dimenticati degli autobus.
Prima della pandemia, SIMET e altre aziende di autolinee collegavano la nostra zona con numerose città del Centro e del Nord Italia. Per tanti calabresi erano una salvezza: si saliva a bordo e si arrivava a destinazione senza dover raggiungere una stazione lontana, cambiare treno e trascinarsi dietro valigie e disagi.
Poi è arrivata la pandemia, sono cambiate le strategie aziendali e molti collegamenti sono stati modificati. La storia societaria di SIMET è complessa, ma il problema per i viaggiatori è molto semplice: quali linee sono rimaste? Quali sono state ridotte o soppresse? E chi si è preoccupato di garantire un'alternativa a chi le utilizzava? Non basta annunciare che bisogna puntare sulla ferrovia. Prima bisogna mettere i cittadini nelle condizioni di raggiungerla, quella ferrovia!
Da Sibari e dai paesi della costa ionica servono collegamenti regionali che permettano di raggiungere Taranto e Bari, oppure la direttrice di Metaponto verso Potenza e Battipaglia, con coincidenze utili per Napoli, Roma e il Nord. Servono autobus coordinati con i treni, orari sensati e collegamenti che non costringano il viaggiatore a perdere mezza giornata per un cambio mancato.
E perché non studiare anche il ritorno dei treni notturni di lunga percorrenza? Non tutto deve rendere come un Frecciarossa nelle ore di punta. Ci sono servizi che hanno un valore sociale: per chi lavora, per gli studenti, per chi deve raggiungere un ospedale lontano o semplicemente tornare a casa dalla propria famiglia. Se il mercato non li garantisce, spetta alla politica valutare se e come sostenerli.
Non chiediamo la luna. Chiediamo di poter viaggiare senza sentirci cittadini di serie B.
Regione Calabria, adesso tocca a voi
Vorremmo risposte semplici, documentate, senza promesse e senza comunicati pieni di belle parole.
- Chi ha calcolato gli 80 passeggeri aggiuntivi e quanto risparmierebbe davvero la Regione?
- Che fine hanno fatto i collegamenti su gomma che prima della pandemia servivano tante località calabresi?
- Esiste un progetto concreto per coordinare autobus, treni regionali e collegamenti nazionali?
- Si vuole davvero potenziare la linea ionica, collegandola efficacemente a Taranto, Bari, Napoli e Roma?
- È stata presa in considerazione la possibilità di offrire nuovamente collegamenti notturni di lunga percorrenza?
Sono domande alle quali hanno diritto di ricevere risposta i cittadini, non soltanto gli addetti ai lavori.
Perché il problema non è se il Frecciarossa debba arrivare a Bolzano, Milano o Torino. Il problema è che, mentre altrove si discute di alta velocità, nuove linee e servizi sempre più rapidi, qui siamo ancora costretti a domandarci come raggiungere una stazione e come tornare a casa.
E allora basta con la retorica dello sviluppo, se poi non si riesce nemmeno a garantire una rete di trasporti decente.
La Calabria non chiede privilegi. Chiede di non essere lasciata indietro. E soprattutto chiede che il diritto di viaggiare non rimanga soltanto una bella frase scritta nella Costituzione.






