Ben trovati nel mio angolo dei ricordi, amiche e amici carissimi.
A una certa età succede una cosa curiosa: la memoria fa di testa sua. I ricordi arrivano senza bussare, si siedono un attimo… e se non li acchiappi al volo, spariscono peggio dei treni in orario. Per questo tengo sul comodino un piccolo arsenale: notes e matita, pronti all’uso come un pronto intervento della nostalgia. Appunto qualche parola nel cuore della notte, spesso in condizioni non proprio eroiche, e poi, la mattina, con più dignità e meno sonno, passo tutto sulla tastiera del PC.
Il “fatterello” che mi è venuto a trovare la scora notte, tra una corsa e l’altra verso il bagno, perché anche il corpo ormai ha le sue opinioni, non è esattamente da catechismo. Però, visto che sono passati più di sessant’anni, direi che la prescrizione morale è scattata da un pezzo.
Confido quindi nella vostra benevolenza… e, se proprio non nel perdono, almeno in un sorriso.
Ecco a voi una breve avventura capitatami nel lontanissimo 1965.
Ventun anni, militare, sei mesi di caserma e una sola certezza: avevo più esperienza con le marce forzate che con le donne. la mia esperienza con l’altro sesso era stata fino a quel momento più teorica che pratica, fatta eccezione per qualche visita in “istituti specializzati”. Tornavo a casa con la valigia leggera e i pensieri pesanti, soprattutto quelli.
Il treno partiva da Bologna diretto al Sud, e lo scompartimento era quello classico: otto posti, aria densa e nessuna via di fuga. Accanto al finestrino, una coppia di sposini freschi di nozze — lui già con l’aria di chi ha dato tutto, lei con quella di chi deve ancora capire. Io seduto vicino a lei, naturalmente: il destino, quando vuole divertirsi, non perde occasione.
Di fronte, una nonna vestita di nero rigoroso, con un bambino addormentato in grembo e uno sguardo che non prometteva niente di buono. Una di quelle donne che, se solo tossisci, ti fanno sentire in colpa per tutta la famiglia. Verso mezzanotte, il treno cominciò a fare il suo mestiere: dondolare la gente fino allo svenimento. Il marito crollò senza preavviso, il bambino già russava, e la nonna… la nonna sembrava dormire, ma con la stessa convinzione con cui un carabiniere “fa finta di niente”.
La sposina invece si muoveva, cercava una posizione, sistemava lo scialle, scopriva un ginocchio, lo ricopriva… e io, che avevo ventun anni e poche distrazioni nella vita, cominciai a seguire la situazione con crescente interesse civico. Ora, il treno è una cosa strana: traballa, spinge, avvicina. E a un certo punto non sai più se sei tu che ti muovi o se è il vagone che ti incoraggia. Fatto sta che tra me e la signora si creò una certa… collaborazione tecnica. Senza parole, ma molto efficace, tra uno strusciamento e una toccatina leggera.
Poi arriva il momento decisivo. Lei si alza, passa accanto a me e sussurra:
“Bagno.”
Così. Senza introduzioni, senza allegati. Io resto lì. Penso. Rifletto. Valuto.
Poi faccio quello che qualsiasi giovane soldato con poco giudizio e molto entusiasmo avrebbe fatto: eseguo.
Quello che succede dopo dura poco, ma abbastanza da farmi capire che la vita, ogni tanto, accelera senza chiedere il permesso. Un episodio rapido, silenzioso e decisamente fuori orario ferroviario.
Rientriamo. Tutto come prima. Il marito continua a dormire come se fosse in licenza permanente, il bambino pure, e la nonna… sempre lì. Immobile. Nera. Presente. Inquietante.
Lei si sistema e si addormenta con un’aria da santino. Io invece resto nel corridoio a guardare il buio, cercando di capire se sono stato protagonista o comparsa. Quando torno dentro e mi rimetto a sedere, succede l’unica cosa veramente pericolosa della notte:
incrocio lo sguardo della nonna. Due occhi spalancati. Fissi. Non un gesto. Non una parola.
E lì capisco che la situazione è grave. Perché in Italia, nel dubbio, la nonna sa sempre tutto.
La mattina dopo scendo a Bari. Il treno riparte verso Lecce. Lei mi guarda dal finestrino per un attimo, uno sguardo breve, come a dire: “È successo. Basta così.”
E finisce lì. Non l’ho mai più rivista.
Ma ogni volta che salgo su un treno… la prima cosa che faccio non è cercare il posto.
È cercare la nonna.
(Foto in alto, tipico scompartimento ad 8 posti di 2.a classe degli anni '60)
(Foto in basso scompartimento a 6 posti di 1.a classe anni '70)







