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Nella Pinacoteca di Brera terranno banco Sybaris e Thurii. Nuove ipotesi e necessità di rigore scientifico

brera.pngNei giorni scorsi ho ricevuto il gentile invito dell’ing. Nilo Domanico a partecipare a un evento che si terrà presso la prestigiosa Pinacoteca di Brera: la “Prima Giornata Nazionale di Studi su Sybaris e Thurii”.

Non è semplice stabilire se si tratti effettivamente della prima iniziativa di carattere nazionale dedicata alle due antiche città della Magna Grecia. Già a partire dagli anni Cinquanta, infatti, numerosi convegni e incontri scientifici hanno affrontato il tema di Sybaris e della successiva Thurii. È tuttavia significativo che questa iniziativa si svolga a Milano, in una sede di grande rilievo culturale, elemento che contribuisce certamente ad accrescerne la visibilità.

In un articolato intervento pubblicato sul proprio profilo Facebook, l’ing. Domanico ha illustrato finalità e contenuti dell’iniziativa. L’evento viene presentato come un momento di confronto volto a riportare l’attenzione su quella che è stata definita, in modo suggestivo, “l’Atlantide della Magna Grecia”. È inoltre previsto che la giornata milanese si inserisca in un progetto più ampio, con appuntamenti annuali distribuiti tra la Pinacoteca di Brera e il territorio della Sibaritide.

Uno dei punti centrali del convegno sarà la riproposizione di una questione fondamentale: non soltanto cosa siano state Sybaris e Thurii, ma anche dove esse si trovino con precisione. Si tratta, come noto, di un tema già ampiamente indagato dalla ricerca archeologica, ma che continua a suscitare interrogativi e ipotesi alternative.

In questo quadro si inserisce il riferimento a una “sfida al sapere tradizionale”. Un’espressione che, da un lato, può rappresentare un legittimo invito al confronto critico, elemento essenziale in ogni ambito scientifico, ma che, dall’altro, richiede particolare cautela. Il rischio, infatti, è che il necessario spirito innovativo possa sconfinare in letture non sufficientemente supportate da evidenze verificabili, soprattutto quando ci si confronta con un ambito, come quello archeologico, fondato su metodi rigorosi e consolidati.

Tra i temi annunciati figurano lo studio di alcuni tumuli finora poco attenzionati, presentati dall’archeologa Rossella Scavello nell’ambito di un approccio definito “archeologia senza scavi”, la ricostruzione del paesaggio antico proposta da Nilo Domanico e diversi contributi di carattere storico e religioso. L’ampiezza degli argomenti trattati testimonia senza dubbio la volontà di offrire una lettura articolata e multidisciplinare, ma rende al tempo stesso ancora più necessario un solido ancoraggio metodologico.

Accanto agli aspetti più strettamente scientifici, l’iniziativa si propone come momento di riflessione sul valore culturale e simbolico della ricerca archeologica. Le considerazioni conclusive degli organizzatori richiamano temi quali l’identità, la memoria e il rapporto tra passato e presente, attribuendo alla ricerca su Sybaris e Thurii anche una funzione di rilancio culturale e territoriale.

Si tratta di una prospettiva condivisibile, purché non si perda di vista un punto essenziale: la valorizzazione identitaria e lo sviluppo culturale trovano la loro base più solida nella qualità e nell’affidabilità dei risultati scientifici. Senza questo presupposto, il rischio è quello di sovrapporre suggestioni interpretative a dati ancora incerti.

Da parte mia, pur non potendo partecipare all’evento, ho voluto esprimere interesse per un tema che ho avuto modo di conoscere da vicino nel corso di quasi quarant’anni di attività nel settore turistico, durante i quali una parte significativa dei programmi culturali è stata dedicata alle aree archeologiche della Calabria e ai musei ad esse collegati. Resta dunque l’auspicio che il confronto tra studiosi possa tradursi in contributi solidi, verificabili e condivisibili, capaci non solo di arricchire il dibattito, ma anche di stimolare una rinnovata e più incisiva attenzione da parte delle istituzioni verso un patrimonio di indubbio valore storico e culturale.

Antonio Michele Cavallaro

 

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