Il 4 ottobre abbiamo ricordato l'ottocentesimo anniversario della morte di san Francesco d'Assisi. In tutta Italia, e credo nell'intero mondo cattolico, si è parlato del suo straordinario carisma, della sua spiritualità e di quel messaggio di fraternità che continua ad attraversare i secoli.
È passato invece quasi sotto silenzio il santo che si commemora il 6 ottobre: san Bruno di Colonia, fondatore dell'Ordine certosino, che concluse la sua vita in Calabria, nell'eremo da lui fondato nei pressi dell'attuale Serra San Bruno, dove morì il 6 ottobre 1101.
Eppure Bruno dovrebbe interessare particolarmente noi calabresi, perché la nostra terra custodisce uno dei luoghi più significativi della sua vicenda umana e spirituale.
Ho avuto occasione, negli anni in cui mi occupavo di turismo, di accompagnare a Serra San Bruno numerosi visitatori, molti dei quali tedeschi. Ricordo in particolare un paio di gruppi germanici che, dopo aver visitato il museo all'interno del complesso monastico, vollero vivere un'esperienza diversa dalla consueta visita turistica. Scelsero un angolo del bosco, in un ambiente di straordinaria quiete, dove praticarono la meditazione olistica sotto la guida esperta della loro organizzatrice, che mi aveva chiesto di predisporre ogni cosa.
Anche per me fu un'esperienza particolare. Mi resi conto, ancora una volta, di quanto quel luogo sia naturalmente predisposto alla meditazione: il silenzio del bosco, la luce filtrata dagli alberi, il senso di raccoglimento che avvolge il monastero sembrano invitare a rallentare, a fermarsi e ad ascoltare se stessi.
Non è difficile comprendere perché Bruno abbia scelto proprio questi luoghi per vivere la sua vocazione contemplativa. Dopo aver rinunciato a prestigiosi incarichi ecclesiastici, trovò nella solitudine calabrese lo spazio per dedicarsi alla preghiera e alla ricerca spirituale. Attorno a lui nacque una comunità che avrebbe dato origine a una delle più rigorose esperienze monastiche della cristianità.
A ricordarci la sua figura c'è anche un magnifico dipinto del Guercino (nella foto), realizzato nel 1647, nel quale san Bruno è raffigurato in adorazione della Vergine con il Bambino. Ai suoi piedi compaiono la mitra e il pastorale, simboli della dignità ecclesiastica alla quale rinunciò. Un'immagine che racconta, senza bisogno di molte parole, la scelta di una vita lontana dagli onori e vicina al silenzio.
Bruno, nato a Colonia intorno al 1030, si formò e insegnò a Reims, in Francia, dove acquistò grande fama come maestro di teologia. Fu poi protagonista di una scelta radicale: allontanarsi dalle ambizioni e dagli incarichi ecclesiastici per abbracciare la vita contemplativa. Dopo aver fondato la prima comunità certosina nelle Alpi francesi, fu chiamato a Roma da papa Urbano II, suo antico allievo. Riuscì tuttavia a tornare alla vita solitaria in Calabria, dove, con il sostegno del conte Ruggero d'Altavilla, fondò una nuova comunità monastica.
Ma che cosa ci ha lasciato, concretamente, san Bruno attraverso i suoi scritti?
Non molto, almeno rispetto alla fama che ebbe come maestro e guida spirituale. La sua eredità letteraria è costituita soprattutto da testi di carattere biblico e da due lettere di grande interesse per comprendere la sua spiritualità.
Tra le opere a lui attribuite figurano un'elegia giovanile in latino, dedicata alla caducità delle cose terrene, e due commenti biblici: l'Expositio in Psalmos, dedicata ai Salmi, e l'Expositio in Epistolas Pauli, relativa alle lettere di san Paolo. A questi scritti si aggiungono due lettere fondamentali per conoscere direttamente il suo pensiero.
La prima è indirizzata a Rodolfo il Verde, suo amico e prevosto di Reims, al quale Bruno racconta la gioia profonda che gli procura la vita contemplativa. La seconda è rivolta ai monaci rimasti nella Grande Certosa, nelle Alpi francesi. In essa il fondatore incoraggia i confratelli a perseverare nella solitudine, nella preghiera e nella ricerca di Dio, illustrando il valore di quella particolare forma di vita monastica che unisce il raccoglimento individuale a una sobria vita comunitaria.
Sono testi preziosi perché, al di là delle successive narrazioni agiografiche, ci permettono di avvicinarci alla voce dello stesso Bruno e di comprendere che cosa significasse, per lui, scegliere il silenzio senza trasformarlo in isolamento sterile, ma facendone una via di conoscenza e di comunione spirituale.
Quanto alla loro conservazione, non è corretto affermare che tutti questi scritti si trovino esclusivamente in Francia. La tradizione certosina si è sviluppata soprattutto nelle certose francesi, ma le opere di Bruno sono state tramandate e pubblicate attraverso raccolte e successive edizioni di testi medievali. Per individuare i manoscritti e le singole edizioni occorre distinguere tra le opere esegetiche, le lettere e gli altri testi attribuiti al santo.
Forse dovremmo riscoprire maggiormente questa figura e il patrimonio spirituale rappresentato dalla Certosa di Serra San Bruno. Non necessariamente per ragioni di fede, ma anche per il valore universale della meditazione, della sobrietà e della ricerca interiore.
In un tempo in cui tutto sembra richiedere velocità, rumore e visibilità, Bruno ci ricorda che esiste anche un'altra dimensione dell'esistenza: quella del silenzio, della contemplazione e dell'essenzialità.
E la Calabria, con i suoi boschi e con la Certosa che custodisce la memoria del santo di Colonia, ha ancora molto da raccontare.
Allegato – Gli scritti di san Bruno: due lettere
A testimonianza del pensiero e della spiritualità di san Bruno, riportiamo due sue lettere, nelle quali il fondatore dei certosini espone le ragioni della propria scelta di vita.
1. Lettera a Rodolfo il Verde
Bruno scrisse al suo amico Rodolfo, prevosto di Reims, per raccontargli la propria esperienza di vita contemplativa in Calabria e invitarlo a riflettere sul valore della solitudine, del silenzio e del distacco dalle ambizioni mondane.
2. Lettera ai fratelli della Grande Certosa
Bruno si rivolse ai confratelli rimasti nella comunità certosina delle Alpi francesi per esprimere il proprio affetto, incoraggiarli nella perseveranza e ricordare loro il valore della vita solitaria, della preghiera e della comunione spirituale.
A cura di Antonio M. Cavallaro
Il dipinto del Guercino: San Bruno è raffigurato inginocchiato, vestito con il saio bianco dei certosini, con le mani raccolte sul petto e lo sguardo rivolto verso la Vergine e il Bambino, che gli appare in gloria. Accanto a lui un altro religioso partecipa alla preghiera. Ai piedi del santo si distinguono una mitra preziosa e un pastorale dorato, simboli della dignità episcopale alla quale Bruno rinunciò. Secondo la guida della Pinacoteca, questi particolari furono dipinti dal fratello del Guercino, Paolo Antonio Barbieri, specializzato nelle nature morte. Il messaggio è eloquente: Bruno rinuncia agli onori ecclesiastici per privilegiare la vita contemplativa e la ricerca di Dio.







