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La madre di Leonardo era una schiava? Mancano le prove

scapigliata leonardo parma.jpg(foto: La scapigliata, Leonardo) È notizia di questi giorni la pubblicazione del romanzo di Carlo Vecce in cui presenta i risultati di una sua ricerca a proposito dell’identità di Caterina, la mamma di Leonardo da Vinci. Nella ricostruzione letteraria de Il sorriso di Caterina, la giovane viene rappresentata come una principessa della popolazione dei Circassi fatta schiava sulle montagne del Caucaso. L’idea potrebbe essere un eccellente espediente narrativo per far decollare una storia affascinante.
Va detto innanzitutto che non parliamo dell’opera letteraria, sicuramente tra le più avvincenti degli ultimi tempi. Né tanto meno mettiamo in dubbio l’autorevolezza di Carlo Vecce come studioso. Però non è possibile neppure adottare un approccio basato sull’ipse dixit e sulla fiducia cieca: ogni affermazione
se presentata come dato di realtà va opportunamente dimostrata, ed è fondamentale mantenere uno scetticismo metodologico in ogni fase della verifica della tesi. Separare, insomma, i fatti verificabili dalle opinioni.

Quello che purtroppo è accaduto in fase di presentazione del libro è stato che lo studioso (di cui non mettiamo in dubbio la buona fede) è stato forse frainteso, e la notizia della pubblicazione di un romanzo è stata recepita come la notizia di una “scoperta” a proposito di Leonardo. Questo, pur se comprensibile nell’ottica promozionale e di lancio di un prodotto narrativo (chapeau!), pone la vicenda su un piano molto pericoloso: quello della commistione tra fiction e scienza, tra mondo narrativo e metodo scientifico. Si tratta di un sistema di procedere a livello metodologico molto debole: la storia ha dei metodi piuttosto rigorosi, che non possono essere mescolati arbitrariamente con quelli della narrativa.
Ovviamente uno storico può dedicarsi alla produzione letteraria, e molti accademici sono anche brillanti scrittori di fiction. Però l’importante è non sovrapporre mai i due livelli, che devono essere ben netti e distinti. E questo dev’essere chiaro in fase di lancio dell’opera narrativa e nella seguente divulgazione da parte degli organi di stampa. In certi casi all’indicativo sarebbe preferibile utilizzare il condizionale.
Cosa possiamo dire dunque oggi su Caterina? Mettiamo in campo un po’ di fact checking.

La proposta avanzata da Carlo Vecce sull’identità di Caterina non è nuova e ha qualche spunto di interesse. Già Mike Lankfordne parla (come ipotesi) proprio all’inizio del suo eccellente Becoming Leonardo del 2017 (Melville House, ancora purtroppo non tradotto in italiano). Secondo lo studioso Stefano G. Casu, il fatto che Ser Piero da Vinci avesse rogato l’atto di liberazione di almeno una schiava di nome Caterina, di proprietà di Ginevra d’Antonio Redditi, è cosa nota da almeno trent’anni. All’interno del volume delle Ricordanze di Francesco di Matteo Castellani a cura di Giovanni Ciappelli, edito da Leo S. Olshki, Firenze, 1992, (cfr. pag. 63), è possibile leggere il contenuto dei documenti relativi. Inoltre Casu evidenzia come l’atto sia stato redatto a Firenze e non a Vinci, un dato tutt’altro che secondario per l’epoca.
Victor Rafael Veronesi, un esperto che ha approfondito le vicende di San Francesco Grande, luogo in cui secondo Vecce potrebbero trovarsi i resti di Caterina, ricorda come l’ipotesi di una schiava orientale era già circolata nel 2008 con la pubblicazione del volume La mamma di Leonardo era una schiava?, che vantava addirittura l’introduzione di Carlo Pedretti. Veronesi ricorda come l’autore del libro, Francesco Cianci, abbia in quell’occasione ricostruito le ricerche bibliografiche del padre Renzo, direttore della Biblioteca Leonardiana di Vinci. Renzo Cianci concluse che la madre di Leonardo era proprio quella “caterina schiava” che compare nel testamento di Vanni di Niccolò di Ser Vanni. L’esecutore testamentario e amico, ricorda acutamente Veronesi, fu proprio Ser Piero da Vinci. Non sorprende che sia stato proprio un notaio come Ser Piero, d’altra parte, a redigere un testamento. Curiosa invece la coincidenza che tale schiava sia stata legata dall’eredità allo stesso Piero da Vinci: questo ha suggerito a Cianci l’elaborazione della sua tesi. Il nome di Caterina, evidenzia Veronesi, era particolarmente diffuso per via della Devotio Moderna che era particolarmente radicata in ambito toscano per via della figura di Santa Caterina da Siena. Un riassunto efficace di queste proposte è quello redatto da Elisabetta Ulivi nella conferenza del 2017 dal titolo Su Caterina madre di Leonardo: vecchie e nuove ipotesi.

Leonardo-da-Vinci-La-Gioconda (2).jpg(Leonardo-da-Vinci-La-Gioconda) Esistono però altre teorie piuttosto ben documentate a proposito dell’identità di Caterina. Alcune sono decisamente convincenti. In una pubblicazione del 2017, Mona Lisa. The People and the Painting, edita dalla Oxford University Press, Martin Kemp, considerato uno dei più autorevoli studiosi di Leonardo da Vinci al mondo, propone gli esiti di una ricerca da lui compiuta assieme all’italiano Giuseppe Pallanti. Secondo i documenti da loro rinvenuti, la madre di Leonardo sarebbe stata una contadina locale di nome Caterina di Meo Lippi. La teoria di Kemp e Pallanti è sostenuta da numerose prove ben circostanziate. Qualunque studioso che seriamente si proponga di avanzare una spiegazione alternativa ha l’onere di provare innanzitutto le fallacie della proposta dei due studiosi. Questo però non è l’approccio che adotta Carlo Vecce nel suo romanzo. Raggiunto telefonicamente dal New York Times, Vecce ha affermato che stava lavorando alla realizzazione di un articolo accademico: ha evidentemente dato la precedenza al racconto letterario. Attendiamo con ansia di conoscere quali sono, secondo Vecce, i problemi della ricostruzione di Kemp e Pallanti.
Artribune invece ha avuto modo di chiedere un’opinione allo stesso Kemp, che ha così commentato la vicenda: “Carlo Vecce è un ottimo studioso. È una sorpresa che abbia pubblicato quei documenti nel contesto di una ricostruzione ‘romanzata’. Ci sono state alcune affermazioni in passato a proposito dell’ipotesi che la madre di Leonardo fosse una schiava. Questo si adatta perfettamente alla necessità di trovare qualcosa di eccezionale ed esotico nel retroterra di Leonardo, e un legame con la schiavitù si adegua perfettamente alle tendenze attuali. Caterina era un nome molto comune per le schiave ‘convertite’ al Cristianesimo. Francesco del Giocondo, il marito di Monna Lisa, trafficava con schiavi (e con ogni altra cosa che gli permettesse di realizzare dei profitti), e trafficò con ben due ‘Caterine’ in un solo anno. Continuo a preferire una ‘madre rurale’: Caterina di Meo (vedasi il libro che ho scritto con Giuseppe Pallanti), una orfana più o meno indigente di Vinci, ma ammetto che questa non è una storia così grande come se si fosse trattato di una ‘madre schiava’”.

LA NON-SCOPERTA DI CARLO VECCE

Purtroppo non è concesso piegare i dati di realtà alle preferenze personali. È tuttavia concesso e anzi auspicabile in fase narrativa stringere con il lettore un patto implicito noto come “sospensione dell’incredulità”: nel corso della lettura del romanzo, il lettore deliberatamente mette da parte il suo scetticismo e crede a quello che gli viene raccontato. In cambio lo scrittore si prende cura di fornire stimoli alla sua fantasia, di emozionarlo e di prenderlo per mano. Il problema metodologico nel corso della presentazione de Il sorriso di Caterina è stato proprio la sovrapposizione dei due piani.
Non si tratta di una “scoperta” perché per essere tale avrebbe dovuto essere pubblicata su riviste di settore serie dopo un’attenta revisione nota come “peer-reviewing”. Un tale articolo avrebbe dovuto essere in seguito frutto di attenta disamina da parte degli studiosi, e solo dopo un processo di condivisione di conferme si sarebbe potuto parlare di “scoperta”. Occorrono pertanto una certa cautela e un certo rispetto per le procedure attraverso le quali una teoria predice dei risultati, viene messa alla prova e in seguito viene accettata dalla comunità scientifica. Questo non vuol dire che Caterina non possa essere stata una schiava: tutt’altro, avrebbe potuto essere benissimo quella “filia Jacobi eius schlava sue serva de partibus circassie”.
Però occorre provarlo, e allo stato attuale resta una semplice congettura, più che una “scoperta” tout-court. Il salto logico è evidente se si considera il fatto che Ser Piero da Vinci, di professione notaio, stilava atti per professione: chiunque avesse avuto bisogno di redigere un atto di liberazione avrebbe dovuto ricorrere a un notaio come Piero. Non esistono allo stato attuale delle conoscenze prove su una relazione tra Piero, incaricato della scrittura di un atto legale, e Caterina. La ricostruzione del rapporto tra Piero e la schiava Caterina di proprietà di Ginevra d’Antonio Redditi, per la quale stilò l’atto di liberazione, è piuttosto libera e manca di solidi punti d’appoggio documentari. Tanto più che, come argutamente rilevato da Victor Rafael Veronesi e dallo stesso Kemp, erano numerose le schiave a cui veniva dato il nome di Caterina. E numerosi furono gli atti relativi al possesso degli schiavi a cui ebbe modo di lavorare Ser Piero.
In realtà abbiamo a disposizione qualche elemento che potrebbe portare a far pensare (pur con le dovute cautele) che Caterina non fosse una schiava proveniente dal Caucaso. Nella ricostruzione che Vecce fa dell’itinerario di Caterina filia Jacobi, la giovane sarebbe stata catturata sulle montagne della catena montuosa del Caucaso, in prossimità (o possibilmente anche all’interno) di quello che al tempo era il territorio controllato dall’Impero Ottomano. Dopo essere stata trasferita ad Azov, sulle rive del Don, venne portata a 
Costantinopoli, dove fu acquistata da mercanti veneziani. Costantinopoli cadde in mano ottomana nel 1453, l’anno dopo la nascita del piccolo Leonardo in quel di Vinci.

LEONARDO E IL SULTANO BAYEZID II

Le origini della madre in un’area in seguito occupata dall’Impero Ottomano, per di più se si fosse trattato di una figura nobile, sarebbero state qualcosa di molto importante per Leonardo. Secondo una ricostruzione generalmente accettata, Leonardo ebbe modo di scrivere al Sultano Bayezid II in persona una lunga ed estesa lettera. In quell’occasione curiosamente non fa menzione alcuna alle origini materne: questo potrebbe costituire un problema esiziale per la ricostruzione di Vecce. Ma andiamo per ordine e ricostruiamo passo a passo la vicenda.
Nel 1502 Leonardo, dopo la caduta di Milano, è alla ricerca di un nuovo, potente mecenate. Il genio toscano decide così di contattare il Sultano Bayezid II. Il sovrano aveva un sogno ambizioso da realizzare: l’edificazione di un grandioso ponte che unisse le due sponde del Corno d’Oro di Costantinopoli, coprendo una distanza di 350 metri. Era l’impresa giusta per Leonardo, che scrisse al Sultano offrendo i suoi servigi come ingegnere civile, in maniera non diversa da come fece con il suo celebre curriculum che inviò al Moro nel 1482.
Leonardo da Vinci, Codice L, folio 66 recto. Institut de France, Parigi.jpg (Leonardo da Vinci, Codice L, folio 66 recto. Institut de France, Parigi) Una lettera rinvenuta a Istanbul al Topkapi Sarayi ed inviata allo studioso Franz Babinger nel 1951 sembra essere proprio la traduzione in arabo della missiva scritta da Leonardo. Ecco un brano di quella lettera inviata da Genova il 3 luglio del 1502: “Io, vostro fedele servitore, ho compreso che è vostra intenzione erigere un ponte da Galata a Stambul [sic], ma che non siete riusciti a farlo perché non avete trovato un esperto. Io, vostro fedele servitore, so come farlo. Io farò costruirlo come un arco alto al punto che nessuno potrà camminarci sopra data l’altezza”. Lo stile è esattamente lo stesso impiegato vent’anni prima per la lettera inviata al Moro (il celeberrimo Curriculum Vitae). Eppure Leonardo non fa menzione alcuna delle sue origini caucasiche o circasse, nonostante la lettera abbia una lunghezza piuttosto considerabile e permetta un certo margine di dettaglio.
I Circassi, la popolazione da cui proveniva Caterina filia Jacobi, erano una popolazione estremamente diffusa nelle catene montuose del Caucaso e in territori direttamente controllati dal Sultano come la penisola Anatolica, e un suo legame con l’area controllata da Bayezid II avrebbe dovuto essere quantomeno menzionata.

Esiste anche un disegno conservato all’Institut de France di Parigi, nel Manoscritto L. Sul folio 66 recto del taccuino si trova infatti un progetto per un ponte che unisce “Pera a Costantinopoli, largo 40 braccia, alto dall’acqua braccia 70, lungo braccia 600, cioè 400 sopra del mare e 200 posa interra, faciendo di sé spalle a se medesimo”. Il progetto, che presenta una forma arcuata straordinariamente moderna, è stato oggetto di una interessantissima monografia del 2019 scritta da Gabriella Airaldi, Il ponte di Istanbul: Un progetto incompiuto di Leonardo da Vinci, edito da Marietti. Anche qui non si trova alcun ricordo autobiografico, né alcuna menzione delle origini materne.

UNA QUESTIONE DI PROVE

Ovviamente, l’assenza di prove non vuol dire in alcun modo prova dell’assenza: potrebbero essere rinvenuti in futuro dei documenti che provino in maniera inequivocabile che la Caterina madre di Leonardo e la Caterina filia Jacobi sono la stessa persona. E contestualmente dovrebbe provare anche che Caterina di Meo Lippi non era identificabile con la madre del genio. Però non siamo ancora a questo punto. Non è ancora dato sapere se quella di Carlo Vecce sia o meno una scoperta oppure una semplice suggestione letteraria. Mancano le prove.
Se sua madre fosse stata collegata in qualche modo ad una cultura sottoposta o prossima al dominio del Sultano, non avrebbe dovuto menzionarlo nella lettera a Bayezid II?”, chiediamo a Martin Kemp. “Forse sì, se lei fosse stata di sufficiente importanza”, chiosa l’eminente studioso. E secondo la ricostruzione di Vecce, infatti, Caterina filia Jacobi avrebbe potuto essere una principessa circassa. Un dato piuttosto importante da menzionare.
L’importanza di una teoria epistemologicamente ben formulata è quella di fornire ipotesi verificabili. Attendiamo dunque impazientemente la pubblicazione dell’articolo di Vecce, sperando poi in un’inattesa scoperta di una tomba all’interno delle tracce archeologiche di San Francesco Grande a Milano presso il Palazzo dei Veliti a Sant’Ambrogio che possa consentirci di realizzare analisi dettagliate sul corredo genetico
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Thomas Villa

Fonte: Artribune.com

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