Le divisioni, le presunte superiorità ideologiche e il rischio di non capire ciò che sta accadendo
Ho letto su Contropiano l'appello di alcune organizzazioni studentesche che rivendicano l'indipendenza dello sciopero del 20 novembre dalla CGIL e dal cosiddetto Campo largo. Ho letto anche le successive considerazioni e le obiezioni di chi, pur collocandosi a sinistra e condividendo molte delle critiche rivolte al sindacato confederale e al PD, manifesta preoccupazione per l'eventualità che un'alternativa all'attuale governo finisca per riproporre, su questioni fondamentali, politiche non molto diverse da quelle che oggi contestiamo.
È un confronto che merita attenzione, perché mette in luce una contraddizione che da troppo tempo attraversa la sinistra italiana.
Partiamo da una considerazione: le critiche alla CGIL sono legittime. Come lo sono quelle rivolte al PD, alle sue scelte politiche, alle sue ambiguità, alle sue responsabilità quando ha governato. Nessuno può pretendere che chi ha una storia di militanza nella sinistra radicale debba improvvisamente dimenticare anni di contrapposizioni, battaglie sindacali e divergenze politiche.
Ma una cosa è rivendicare la propria autonomia, un'altra è trasformare questa autonomia in una sorta di patente di purezza ideologica, sulla base della quale tutti gli altri diventano automaticamente interlocutori inaffidabili, se non addirittura nemici.
È proprio questo atteggiamento che mi preoccupa.
Attenzione a non fare sempre i primi della classe. Ricordiamoci che i primi della classe erano sempre pochini.
Questa mia battuta contiene, in fondo, il senso della mia preoccupazione.
Una sinistra che passa più tempo a misurare le distanze che la separano dalle altre componenti del proprio mondo, piuttosto che a individuare ciò che può unirle, rischia di condannarsi all'irrilevanza politica.
Non possiamo continuare a dividerci tra chi si considera più radicale, più coerente, più rivoluzionario, più autenticamente antifascista o più vicino agli interessi dei lavoratori. Non possiamo trasformare ogni manifestazione, ogni sciopero, ogni mobilitazione in una competizione per stabilire chi abbia il diritto di rappresentare meglio il dissenso.
Il problema non è stabilire chi abbia ragione su tutto. Il problema è capire se siamo ancora capaci di riconoscere un terreno comune sul quale combattere battaglie comuni.
Naturalmente, questo non significa mettere sotto il tappeto le differenze. Le questioni della guerra, del riarmo, della politica estera, del sostegno all'Ucraina, del rapporto con Israele e con gli Stati Uniti non sono dettagli trascurabili. Sono questioni sulle quali la sinistra deve discutere apertamente, senza ambiguità e senza pretendere che il semplice cambio di maggioranza risolva ogni problema.
Anche il dubbio sollevato nella discussione sul PD e sul Campo largo è tutt'altro che infondato: siamo davvero sicuri che, su questi temi, un eventuale governo alternativo farebbe scelte radicalmente diverse da quelle dell'attuale esecutivo?
Non lo sappiamo. E sarebbe sbagliato dare per scontato che ciò accada.
Ma proprio per questo bisogna battersi affinché quelle differenze emergano, affinché le forze sociali, sindacali e politiche che si riconoscono nei valori della democrazia, della giustizia sociale, della pace e della difesa dei diritti possano incidere sulle scelte future.
Non è necessario pensarla allo stesso modo su tutto per riconoscere la necessità di contrastare insieme determinate politiche.
E qui entra in gioco la storia.
Non voglio fare paragoni semplicistici tra l'Italia di oggi e quella degli anni Venti del Novecento. I contesti storici, sociali e istituzionali sono differenti e sarebbe scorretto sovrapporli.
Ma c'è una lezione che non dovremmo dimenticare.
Il fascismo non si affermò soltanto per la violenza delle sue squadre e per la debolezza delle istituzioni liberali. Si affermò anche in un Paese attraversato da profondissime divisioni sociali e politiche, nel quale le forze che avrebbero potuto opporsi alla sua avanzata non riuscirono a costruire una risposta comune.
Le divisioni tra socialisti e comunisti, le contrapposizioni interne al movimento socialista, l'incapacità di costruire intese più ampie con le altre forze democratiche e la sottovalutazione della minaccia fascista contribuirono a creare le condizioni favorevoli alla conquista del potere da parte di Mussolini.
Ognuno continuava a difendere la propria identità, le proprie convinzioni, la propria linea politica. Intanto, però, il fascismo avanzava.
Quando ci si rese conto della portata di ciò che stava accadendo, era ormai troppo tardi.
Non sostengo che la storia si ripeta necessariamente negli stessi termini. Ma sarebbe imperdonabile non trarne alcun insegnamento.
Oggi il rischio è quello di commettere un errore analogo: confondere la legittima battaglia per la propria identità politica con l'incapacità di riconoscere una priorità comune.
Non sto chiedendo a nessuno di rinunciare alle proprie idee, di assolvere il PD dalle sue responsabilità o di considerare la CGIL un'organizzazione immune da critiche. Sto chiedendo qualcosa di diverso: un po' di realismo politico e, soprattutto, la consapevolezza del momento storico che stiamo attraversando.
Se l'obiettivo è contrastare le politiche dell'attuale governo, bisogna anche interrogarsi su quali condizioni siano necessarie per costruire un'alternativa credibile. E un'alternativa non nasce dalla somma di tante piccole certezze identitarie, ma dalla capacità di mettere insieme forze diverse attorno a obiettivi condivisi.
Le battaglie sindacali possono continuare a essere autonome. I movimenti studenteschi devono poter conservare la propria indipendenza. Le organizzazioni politiche devono poter esprimere le proprie posizioni, anche quando sono scomode per gli alleati.
Ma autonomia non deve significare isolamento. Critica non deve significare rifiuto del confronto. Coerenza non deve diventare un alibi per sottrarsi alla responsabilità collettiva.
Perché, alla fine, c'è una domanda alla quale nessuno può sottrarsi: siamo disposti a correre il rischio di lasciare ancora una volta campo libero a una destra che ha dimostrato di voler imprimere una direzione ben precisa al Paese, soltanto perché non riusciamo a trovare un accordo tra noi?
Io credo che sarebbe un errore gravissimo.
Non possiamo aspettare di avere tutti le stesse idee, gli stessi programmi e la stessa visione del mondo prima di decidere di contrastare ciò che non condividiamo.
Se vogliamo evitare che questa destra continui a governare indisturbata, dobbiamo smettere di consumare le nostre energie nelle beghe interne e imparare, quando necessario, a marciare nella stessa direzione.
Non occorre diventare tutti amici, né rinunciare alle proprie convinzioni. Occorre capire che ci sono momenti nei quali le differenze vanno difese senza permettere che diventino un ostacolo alla difesa di interessi e valori comuni.
Altrimenti rischiamo di ritrovarci, un domani, a recriminare sulle occasioni perdute e sulle responsabilità di chi non ha saputo guardare oltre il proprio recinto.
E allora sì, potremmo ritrovarci davanti a un altro ventennio.
E questa volta i conti da pagare sarebbero ancora più salati.
Antonio Michele Cavallaro
socialista alla Gaetano Salvemini
«Ormai credo solo nel Critone e nel Discorso della Montagna. Questo è il mio socialismo e me lo tengo inespresso nel mio pensiero, perché ad esprimerlo mi pare di profanarlo» (Gaetano Salvemini)






