Ci sono viaggi che si fanno per lavoro, altri per amore, altri ancora per curiosità. Il nostro lo facemmo per risparmiare novecentomila lire. Partimmo dalla Calabria, attraversammo mezza Italia, dormimmo a Zurigo, arrivammo fino in Germania… e alla fine non comprammo niente. La colpa, naturalmente, non fu del computer. Fu di Alduccio.
Ma procediamo per ordine.
Era il 1984. Qualche mese dopo il mio ritorno in patria, dopo un’assenza di circa vent’anni, tornai ad abitare nel mio paese d’origine in Calabria sullo Ionio cosentino. Avevo da poco superato i quarant’anni e non avevo ancora deciso definitivamente di cosa occuparmi. Qualche idea, a dire il vero, ce l’avevo, ma diciamo che mi trovavo in una fase di stallo: di quelle in cui ti vengono in mente cento progetti e non sai da quale cominciare.
Cominciai così a visitare i paesi vicini, soprattutto quelli dove avevo lasciato qualche amico o compagno di studi. Fu in questo modo che conobbi Marcello, un giovane ingegnere di qualche anno più giovane di me, brillante e pieno di entusiasmo (più tardi mi dovevo purtroppo ricredere). Aveva alle spalle qualche vicissitudine amorosa, ma sembrava averle ormai superate, visto che frequentava una talentuosa musicista.
Tra noi nacque subito una forte simpatia e cominciammo a frequentarci abbastanza assiduamente, anche se la sua residenza distava alcune decine di chilometri dalla mia.
Fu lui a presentarmi Alduccio.
Alduccio era uno studente universitario piuttosto particolare. Aveva superato abbondantemente i quarant’anni e frequentava con grande orgoglio una università romana nella categoria che lui stesso definiva, con aria solenne, dei siderea extracursus, che voleva significare semplicemente che era un fuoricorso.
In pratica studiava per hobby. La sua famiglia era molto benestante e questo gli permetteva di coltivare passioni accademiche tardive con lo stesso spirito con cui altri coltivano l’orchidea o il bonsai. Aveva però una passione autentica: i computer.
Bisogna ricordare che eravamo nei primi anni Ottanta. I personal computer erano ancora oggetti misteriosi, quasi esoterici. Internet non esisteva e chi possedeva un PC lo usava soprattutto per grafica, calcoli o scrittura. Alduccio era affascinato dalla grafica digitale ed era sempre alla ricerca di nuove schede e programmi.
Un giorno, mentre sorseggiavamo qualcosa nel piccolo bar del suo paese, mi disse che avrebbe voluto acquistare una scheda grafica molto innovativa che però in Italia aveva un prezzo proibitivo. A suo dire, esagerato, perché un suo amico gli aveva riferito che lo stesso componente in Germania si poteva acquistare a un prezzo dieci volte inferiore.
Io ero da poco tornato proprio dalla terra dei teutoni e conoscevo un rivenditore di componenti per PC. Così promisi che mi sarei informato per verificare se ciò che aveva saputo corrispondeva al vero.
Dopo qualche giorno riuscii a contattare telefonicamente il mio amico tedesco e venni a sapere che effettivamente quel tipo di scheda grafica costava meno di cento marchi, circa centomila lire italiane, contro il milione che era stato richiesto in Italia. L’unica piccola differenza stava nella sigla del componente: in Germania ne aveva un’altra, ma mi fu assicurato che si trattava solo di una differenza commerciale e non tecnica.
Riferii tutto ad Alduccio e per qualche giorno non ci vedemmo.
Circa una settimana dopo, lui e Marcello vennero a trovarmi a casa. Mi dissero che avevano intenzione di affrontare il viaggio fino a Waldshut per acquistare la scheda grafica e mi chiesero se potessi accompagnarli, visto che non conoscevano né la lingua né il posto. Avrebbero pensato loro alle spese di viaggio e di soggiorno.
Non ci pensai molto. Ero tornato da poco e conoscevo bene il rivenditore tedesco; bastò una telefonata per sapere se avesse disponibilità del componente desiderato. Avuta risposta affermativa, accettai la loro proposta.
Partimmo così una mattina presto alla volta della Svizzera. Era settembre e il tempo era ancora gradevole. L’autovettura di Marcello era comoda e potente; avevo calcolato che saremmo arrivati nei pressi di Zurigo verso sera.
Per loro avevo prenotato una camera doppia in un albergo di mia conoscenza, mentre io avrei dormito da alcuni parenti che vivevano nei dintorni.
Il primo segnale che qualcosa non funzionava arrivò dopo circa seicento chilometri, quando ci fermammo a fare benzina nei pressi di Pescara. Fu allora che scoprii una cosa curiosa.
I due giovani imprenditori della modernità viaggiavano senza una lira in tasca. Erano equipaggiati con carte di credito, naturalmente. Ma all’epoca alcuni distributori non avevano ancora ricevuto la notizia del progresso. Così pagai io. Loro si scusarono molto, promettendo di restituirmi tutto appena possibile. La cosa curiosa è che, in quel momento, non ebbi neppure il sospetto che quel viaggio stesse già prendendo la direzione sbagliata.
Come previsto giungemmo a Zurigo in serata. Li accompagnai all’hotel — che naturalmente accettava carte di credito — e li lasciai lì per la cena e il pernottamento, mentre io raggiunsi un mio cugino a casa sua.
Il mattino successivo avevamo appuntamento in Germania, nella città di Waldshut, proprio al confine con la Svizzera. Non c’era fretta, quindi me la presi con calma per permettere a loro di fare colazione e prepararsi; avevamo deciso di partire intorno alle nove.
Quando arrivai in hotel chiesi di loro alla reception. Mi dissero che non si erano ancora fatti vedere e, con un sorrisetto malizioso, il receptionist mi confidò che la sera prima avevano noleggiato un paio di film porno della famosa “Teresa Orlowski” da guardare in camera. Lo disse con aria complice, come per dire: “Che tipi”.
Rimasi un po’ interdetto. Salii al piano, bussai alla porta e dopo qualche minuto sentii un flebile:
— Chi è?
— Sono io, Tonino — risposi. — Muovetevi che si fa tardi.
Finalmente scesero con due facce da pesce lesso, trangugiarono in fretta un espresso “alla svizzera” che non gradirono affatto e partimmo.
Intorno alle undici eravamo davanti all’emporio del mio amico, che ci accolse calorosamente. Prese la scheda grafica tanto desiderata e la mostrò ad Alduccio. Il prezzo era quello che già sapevamo: bastava pagare, incartare e andare via.
Il mio amico, però, con grande disponibilità, aveva montato la scheda su un suo computer per farne vedere il funzionamento. Così Alduccio poté verificarne le prestazioni. I due si misero a giocherellare con il PC, mentre io chiacchieravo con il mio vecchio conoscente.
Quando finalmente tornarono da noi, mi aspettavo che concludessero l’acquisto. Invece, con mia grande sorpresa, Alduccio dichiarò che non se la sentiva di comprarla perché non era sicuro che sul suo computer avrebbe funzi
onato bene.
Dopo la storia della carta di credito, era la seconda sorpresa.
— Come sarebbe a dire? — gli dissi. — Abbiamo fatto millequattrocento chilometri per risparmiare un milione e adesso non spendi centomila lire perché forse potrebbe non funzionare? Non potevi pensarci prima?
Ero furibondo, soprattutto per il mio amico tedesco che si era preso la briga di montarla e provarla. Ma non ci fu verso di convincerlo. A quel punto capii che la logica, in quella spedizione, non era stata invitata.
Tornammo così in Svizzera, e decidemmo di fermarci un’altra notte. La sera li portai a fare un giro per Zurigo, città che conoscevo bene.
Avevano sentito parlare di una strada frequentata da “donnine” disponibili e mi chiesero di passarci. Li accontentai. Arrivati sul posto, cominciarono a osservare con interesse le ragazze in attesa, ma rimasero presto delusi: le richieste, secondo loro, erano troppo elevate.
Allora mi chiesero se potevamo trascorrere il resto della serata in uno dei locali un po’ osé della zona. Spiegai che in Svizzera gli spettacoli troppo spinti erano vietati, ma che si poteva comunque passare del tempo in compagnia di entreneuse, sicuramente più eleganti delle passeggiatrici.
Li avvertii più volte di non esagerare con le ordinazioni: sapevo bene che quei locali erano perfetti per spennare i polli. Ma erano come due ragazzini al primo lecca-lecca.
Entrammo in un locale che conoscevo bene. Il maître — un siciliano — mi accolse con grande cordialità e ci fece accomodare. Io ordinai subito il drink meno costoso, un Martini dry, segnale che volevo essere lasciato in pace. I due, invece, esitavano.
Poco dopo il maître tornò proponendo di far sedere al nostro tavolo due ragazze appena entrate, “per tenerci compagnia”. Tentai inutilmente di far capire ai miei amici di stare attenti.
Le due acchiappagonzi si sedettero e subito partì il rituale delle ordinazioni. Le ragazze chiesero uno “champagnino” suggerito con nonchalance dal maître, e i due abboccarono immediatamente.
Io fingevo di non interessarmi, guardando un mago che faceva giochi di prestigio sul piccolo palco, ma tenevo d’occhio la scena.
A un certo punto Marcello fece la domanda inevitabile: se fosse possibile appartarsi.
La risposta arrivò subito.
- Five hundred.
Cinquecento franchi ciascuno.
Quando capirono, mi guardarono imploranti.
Intervenni subito e dissi alle ragazze in tedesco che avevamo un altro appuntamento e che magari saremmo tornati la sera successiva. Dopo aver finito lo champagne, se ne andarono.
Subito arrivò il maître a proporre altre due ragazze. Questa volta lo fermai subito e chiesi il conto, precisando che volevo il mio separato.
I due aspiranti conquistatori pagarono in silenzio il conto salato.
Uscimmo e tornammo all’albergo. Io raggiunsi di nuovo mio cugino.
Il mattino seguente avremmo dovuto partire presto per tornare in Calabria. Naturalmente, quando arrivai alla hall, erano ancora in camera.
Quando mi dissero che non sarebbero stati pronti prima di un’ora, capii definitivamente che con quei due non c’era nulla da fare.
Partimmo infine e, durante il viaggio verso il confine svizzero, Marcello ci informò con grande nonchalance che avremmo dovuto arrivare a Salerno entro le tre o quattro del pomeriggio: la sua fidanzata era lì per un convegno e sarebbe tornata con noi in Calabria.
A quel punto capii che la nostra spedizione tecnologica aveva ormai esaurito ogni possibile utilità.
Arrivati nei pressi di Como, chiesi a Marcello di fare una piccola deviazione verso la stazione ferroviaria.
Scendemmo.
Presi il mio bagaglio e li salutai con un sonoro:
- Andate a farlo in quel paese dove c’è già tanta gente.
Non dissero una parola. Mi restituirono i soldi che avevo anticipato e se ne andarono.
Più tardi presi un treno per Genova, dove dovevo visionare alcuni hotel per un mio progetto.
Trascorsi così alcuni giorni tranquilli, lontano da giovani imbecilli, danarosi e “tardivi” come certi agrumi di Trebisacce.
Tonino Cavallaro
NOTA: La storia è vera. Per prudenza — e per evitare vendette tardive — nomi e alcune località sono stati cambiati.






