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Vangelo del 5 Aprile, Domenica delle Palme

palme Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 21,1-11

 1 Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Betfage verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli 2 dicendo loro: Andate nel villaggio che vi sta di fronte subito troverete un’asina legata e con essa un puledro; scioglieteli e conduceteli a me. 3 Se qualcuno poi vi dirà qualche cosa, risponderete: Il Signore ne ha bisogno; ma li rimanderà subito. 4 Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunciato dal profeta: 5 Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina con un puledro, figlio di una bestia da bestia da soma. 6 I discepoli, andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù, 7 condussero l’asina e il puledro, misero su di essi mantelli, ed egli vi si pose a sedere. 8 La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. 9 La folla che andava avanti e quella che veniva dietro gridava: Osanna al Figlio di David! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli! 10 Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: Chi è costui? 11 E la folla rispondeva: Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea!

Lectio di don Alessio De Stefano

Ora si assiste all’uscita allo scoperto di Gesù che non si nasconde più ma si fa conoscere apertamente come il messia davidico. Questo svelamento segna anche il termine di una serie di polemiche tra Gesù e i rappresentanti del giudaismo del suo tempo, che equivale ad una forte rottura. Una rottura non definitiva però: il messia sta per andarsene ma verrà ancora. In questo lasso di tempo è sempre possibile il ritorno e la riconciliazione. Il cap. 21 inaugura una sezione, dai toni fortemente po­lemici, che si concentra sulla natura profetica del ministero di Gesù. Egli non solo parla ma compie gesti significativi, simili a quelli dei profeti di Israele: l’ingresso a Gerusalemme a cavallo di un asino; la cacciata dei venditori dal tempio; la maledizione del fico. I capp. 21-23 sono inseriti in una grande inclusione co­stituita da una benedizione ispirata al Sal 118,26, che appare in Mt 21,9 e 23,39. Essa si indirizza a «colui che viene nel nome del Signore», acclamato al suo ingresso nella città, poi rifiutato, disposto ancora a farsi vedere, in prospettiva di un ravvedimento. Dopo la salita, finalmente la meta. Gesù e i Dodici giun­gono nelle vicinanze di Gerusalemme. Arrivano a Betfage, villaggio vicino al monte degli Ulivi, scenario di un impor­tante discorso di Gesù (quello escatologico in Mt 24,3-51) e di un importante evento (la veglia che precede la cattura e la cattura stessa in Mt 26,30-56). Il testo registra la modalità con cui Gesù sceglie di entrare a Gerusalemme e iltipo di accoglienza che riceve nella città. La pericope si divide in due parti: un comando di Gesù in vista della preparazione del suo ingresso nella città, contenente una citazione scritturistica, e l’esecuzione del comando da parte dei discepoli (vv. 1-7) e la reazione della folla che contiene un motivo salmico (vv. 8-11). Un re che non ama i cavalli (vv. 1-7) - Il comando che Gesù rivolge a due dei suoi discepoli, una volta giunto a Gerusa­lemme, suona alquanto strano: egli chiede loro di entrare nel villaggio per trovare subito un’asina e ilsuo puledro, scioglierli e portarglieli. La motivazione appare priva di significato: ne ha bisogno il Signore. Da dove questa necessità? Il proprietario che vedrà portare via i suoi animali (o chi perlui) dovrà accontentarsi di una spiegazione molto asciutta, ma comunque pazientare solo un poco perché la restituzione avverrà subito. La ripetizione dell’avverbio «subito» rivela l’urgenza che soggiace alla richiesta. Gesù ha fretta. Una spiegazione più convincente o almeno un po’ più consistente di quella fornita da Gesù viene proposta invece dal testo stesso che mostra lo stretto legame tra ilcomando del Maestro e ilcontenuto di una profezia veterotestamentaria relativa alla venuta del messia. L’azione richiesta da Gesù ai suoi discepoli compie una profezia che annuncia alla figlia di Sion l’arrivo del suo re, connotato dal tratto della mitezza, che giunge seduto su un’asina e su un puledro, figlio di bestia da soma. Il testo richiama alla memoria dei lettori la profezia diIs 62,11 e Zc 9,9, riprese in modo originale con opportune modifiche. Il testo elimina alcuni elementi e aggiunge altri. Un dettaglio è per esempio la compresenza di due animali mentre iltesto di Zaccaria parla soltanto di un asino descrivendolo come «puledro, figlio d’asina», iltesto matteano aggiunge al puledro anche l’asina, riferendo che ilre è seduto «su un’asina e su un puledro». Ciò si potrebbe spiegar con la tendenza del primo vangelo a raddoppiare i personaggi (come i ciechi che in Mt 20,30 sono due, diversamente Mc 10,46). La formula di citazione mostra che il comando di Gesù si colloca nel solco di tutte le parole, di tutti i gesti o gli eventi che spiegano che l’attesa del messia si compiecon la sua persona. Nella profezia emerge iltratto della regalità. Alla regalità di Gesù rimanda la genealogia dove si indica la sua origine regale (Mt 1,1-17), il racconto della visita dei Magi che lo riconoscono re (Mt 2,2), la parabola del giudizio finale (Mt 25,34.40) e il titolo con cui Gesù è chiamato nei racconti della passione «re dei giudei»/«re d’Israele(Mt 27,11.29.37.42). Il messia viene descritto come un re, un re dai tratti molto particolari. Non è un re che si caratterizzaper gli attributi che contraddistinguono abitualmente i sovrani, egli non fa sfoggio di ricchezza, né di potere. Non viene con i cavalli (simbolo di forza), ma con l’asina. È un redisarmato che non muove guerra, ma viene a guidare il popolo.Non ha la tracotanza di chi vuole prevaricare sugli altri ma è «mite», come la categoria di Mt 5,5. L’asina su cui sale rappresenta quindi la cavalcatura che inaugura il tempo della pace. Nel discorso fatto ai discepoli, dopo la richiesta della madre di Giacomo e Giovanni, Gesù aveva spiegato che la sua signoria è diversa da quella degli altri regnanti della terra e si chiama diakonia, cioè servizio (Mt 20, 26-28). Ora, all’atteggiamento umile proprio del servizio, il testo aggiunge quello della mitezza, cogliendo un tratto che Gesù stesso ha applicato a sé in Mt 11,29. Gesù che sale a Gerusalemme, sapendo che lì scriverà la pagina “ultima”della sua esistenza terrena, si presenta così come il Re-messia che - stando al seguito della parola profetica - spazzerà via i cavalli da Gerusalemme, romperà gli archi di guerra e annuncerà pace alle genti (Zc 9,10). Ecco la novità: una regalità che instaura la pace e non la guerra; una signoria che non schiaccia. Segue la pronta esecuzione del comando: i discepol­i non fanno domande e non cercano di capire; colgono l’urgenza e si rendono immediatamente operativi. L’accoglienza festosa della folla davanti al re mite che viene (vv. 8-11) - Segue l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e la reazione della folla che accorre numerosa stendendo i man­telli a terra. Il gesto ricorda la cerimonia di intronizzazione regale di Ieu durante la quale questi fu unto re da uno dei discepoli di Eliseo e i suoi ufficiali stesero a terra i loro mantelli (2Re 9,13). La folla che accoglie Gesù inoltre fa un altro gesto - tagliare dei rami per adornare la strada - che pare inconsueto senza l’esclamazione del v. 9: «Osanna ... Bene­detto colui che viene nel nome del Signore». Essa riprende il Sal 118,25.26, cantato in occasione della festa delle Tende, che conferisce all’ingresso di Gesù in Gerusalemme una coloritura messianica. Osanna è un’invocazione mutata poi in ovazione che significa «dona la salvezza». I rami preparati lungo ilpercorso attraversato da Gesù richiamano «il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare» del Sal 118,27, fatto proprio in onore di «colui che viene nel nome del Signore». Costui è assimilato nel testo al «Figlio di Davide». La folla dunque, sia con le parole che con le azioni, rico­nosce in Gesù il suo Re-messia. La città invece si sconvolge. Il verbo séio, «sconvolgere», appare anche in Mt 27,51 a proposito della terra che trema dopo la morte di Gesù e in Mt 28,4 per descrivere la reazione delle guardie al sepolcro. Oltre al verbo, nel primo vangelo appare anche il sostantivo seismés, «sisma», «terremoto», fenomeno che si registra al momento della morte di Gesù in Mt 27,54 e al momento della sua risurrezione in Mt 28,2. La città di Gerusalemme reagisce al passaggio di Gesù anticipando il segno cosmico del terremoto che si verificherà alla sua morte e risurrezione, segno cosmico che attesta ai destinatari del vangelo che la morte in croce di Gesù e la sua risurrezione rappresentano il vertice narrativo e teologico del primo vangelo (e di tutti i vangeli canonici!). Lo sconvolgimento all’ingresso di Gesù richiama anche un altro evento: lo sconvolgimento del re Erode e di tutta Gerusalemme dinanzi ai Magi che cercano il re dei giudei (Mt 2,2-3). Il turbamento attuale è legato all’i­dentità di Gesù: «Chi è costui?». Mentre la folla riconosce in Gesù «il profeta», Gerusalemme non sa chi egli sia. Una non-conoscenza che porterà il popolo di Gerusalemme a rifiutarlo e a ucciderlo.

 

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