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San Valentino - Preludi d’amore

sabio-serapia-sanvalentino.jpgChi bene ama, tardi dimentica. Così si esprimeva Geoffrey Chaucer (+ 1400), ricordando un motto che ha sentito dalla imperatrice natura nel corso del sogno del suo viaggio poetico nel tempio sotterraneo dell’amore. «'Saynt Valentyn, that art ful by on-lofte;/ Thus singen smale foules for thy sake –» (vv. 683-684 di The Parliament of Fowles): così cantano, invocando san Valentino, gli uccellini per amor tuo... Questi versi immaginifici in inglese medievale orecchiano la ciceroniana opera Somnium Scipionis ed anche un po’ la Commedia dantesca. Raccontano quanto un Veggente ha potuto vedere, e soprattutto ascoltare, nell’oltretomba, proprio il giorno di san Valentino (v. 309). È il momento assembleare degli uccellini, che il poeta ha ascoltato, rapito in sogno oltre le porte del tempio di Venere, la dea dell’amore.

Vari animali, tra cui gli uccellini, invocano appunto san Valentino alle prime avvisaglie delle gemme di primavera, quando iniziano le loro danze d’amore, che essi vorrebbero organizzare sotto la guida sapiente dei ritmi di Natura. È lo stesso Scipione che conduce il vecchio sognatore in una sorta di universo parallelo, facendogli passare le porte del tempio affinché possa ascoltare gli interventi del parlamento degli uccellini. Ovviamente, alle prime gemme di primavera, essi discutono sul modo migliore di accoppiarsi con le proprie compagne, per realizzare la legge naturale dell’amore. Nell’assemblea, però, ci sono i soliti uccelli prepotenti, come le aquile e i corvi, che vorrebbero invece imporre la legge del più forte e del desiderio sfrenato, invece di osservare i consueti ritmi cosmici. Ma la imperatrice Natura, proprio per onorare il «seynt Valentynes day» (v. 386), rinvia tutto di un anno, affinché la decisione sia condivisa da tutti i volatili di quel parlamento immaginario. Bisognerà attendere con amore il tempo opportuno, nella consapevolezza che chi bene ama, tardi dimentica. L’anno dopo è perciò la Natura stessa a dettare le riflessioni e lo fa rivolgendosi in primo luogo alle femmine, alle quali ha concesso ciò che più che ai maschi saper valorizzare il genuino senso del libero arbitrio senza cedere alla prepotenza e alla sopraffazione.

Sarà capitato questo poema nelle mani degli amanuensi benedettini, che nel Medioevo custodivano a Terni una basilica dedicata a san Valentino? O, all’inverso, il poema fantastico di Chaucer non fa che registrare la prima diffusione del culto di San Valentino nei monasteri benedettini di Francia e Inghilterra, dove ebbe storicamente origine anche il famoso patronato del santo sui fidanzati e o chi si ama? Comunque siano andate le cose, potremmo ripetere per noi, oggi, il motto: chi bene ama, tardi dimentica. E sulla medesima corda emotiva della favola, potremmo aggiungere che il vero amore non è mai frutto di protervia o imposizione, come quella delle aquile e dei corvi, bensì arte di avvicinarsi ed entrare in relazione: un segreto che il poeta ascrive ai ritmi della natura e principalmente all’arte e alla capacità delle donne.

Nel Martirologio romano troviamo inventariati due santi con il nome Valentino. Del primo, martirizzato alla fine del terzo secolo al secondo miglio della via Flaminia, si legge: “14 febbraio, in Roma, sulla via Flaminia, natale di San Valentino, presbitero e martire, che dopo aver operato varie guarigioni, insigne per cultura, fu ucciso e decollato sotto Claudio Cesare”. Del secondo, invece, ucciso circa 70 anni dopo, anch’egli decapitato al secondo miglio della via Flaminia, si legge: “14 febbraio, in Terni, fasto di San Valentino, che dopo essere stato a lungo percosso fu imprigionato e, non potendosi vincere la sua resistenza, a metà notte, segretamente trascinato fuori dal carcere, venne decollato dal prefetto di Roma, Placido”. Forse il luogo del martirio sdoppia in due una sola figura, quella di un prete e quella di un vescovo, quasi a significare che la dinamica dell’amore è sempre duplice, mai ad una sola direzione. Non è un caso che anche nella liturgia, come leggiamo nella nuova edizione del Messale romano, la Chiesa si esprime in termini amorosi circa la comunità (femminile, come la sposa) che attende il suo Sposo Gesù Cristo «attende con fervente amore la sua venuta… vive il mistero con amore intenso e generoso…». È insieme amore filiale, amore materno, amore divino verso l’umanità e viceversa: «Crediamo con amore di figli… gustiamo il grande amore con il quale ci ha amato».

Il gelo della pandemia globale, con alte percentuali di malati e di morti inaccettabili, rischia di congelare questo gusto del grande amore facendoci obliare i preludi d’amore che le prime gemme e i primi accoppiamenti di volatili sembrano voler evocare già dalla metà di febbraio. In nome del no agli assembramenti e dell’interposizione di mascherine tra i volti umani, le gemme dell’amore umano e delle relazioni, non soltanto tra adolescenti e giovani, ma anche tra adulti e anziani, diventano spesso mani che suonano la tastiera del cinismo e dell’indifferenza, anziché quella delle carezze e dei gesti d’affetto: «Ci sono, infatti, mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Ci sono mani tese ad accumulare denaro con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E ci sono anche mani tese che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano…» (papa Francesco, Messaggio per la IV giornata mondiale dei poveri, 15 novembre 2020).

Proprio a metà del mese di febbraio, la natura comincia a risvegliarsi dal letargo invernale, come gli uccellini di Chaucer che discutono sul come amare al meglio, perché chi bene ama, non dimentica mai. Soprattutto non dimentica mai la luminosità che viene nell’esistenza da una carezza e dalla tenerezza, come ben ci ricordano le mamme o le ragazze innamorate. San Valentino si trasformò un po’ alla volta nel santo che annuncia la primavera imminente, e non a caso viene talvolta raffigurato con il sole nella mano, per ricordare quel raggio di sole che scioglie il ghiaccio delle piante e dei cuori. Impareremo mai quella che papa Francesco definisce «la “scienza della carezza”», che «manifesta due pilastri dell’amore: la vicinanza e la tenerezza»? (Meditazione di Venerdì, 7 giugno 2013). Perfino il corvo, nella vecchia favola di Chaucer, ritrovava la voce della cura, cioè dell’amare perché l’altro/a mi sta a cuore: «the crow with vois of care» (v. 365). E noi?

  P. Vincenzo Bertolone S.d.P

Arcivescovo di Catanzaro - Squillace

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