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Vangelo del 5 Giugno 2022 - Pentecoste

pentecoste.jpgVangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 14,15-26

15 Se mi amate osserverete i miei comandi 16 e io pregherò il Padre, e vi darà un altro Consolatore, affinché sia con voi in eterno, 17 lo Spirito della verità che il mondo non può accogliere, perché non lo vede né conosce. Voi, lo conoscete, perché dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, vengo da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vede più, ma voi mi vedete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi conoscerete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21 Chi ha i miei comandi e li osserva, quegli è chi mi ama. Ma chi ama me sarà amato dal Padre mio e io amerò lui e a lui manifesterò me stesso. 22 Gli dice Giuda, non l’Iscariota: Signore, che cosa è accaduto che stai per manifestare te stesso a noi e non al mondo? 23 Rispose Gesù e gli disse: Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo da lui e faremo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole. E la parola che ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha inviato. 25 Di queste cose vi ho parlato dimorando presso di voi, 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome, Egli vi insegnerà tutte le cose e vi farà ricordare tutte le cose che vi dissi io.

Lectio di don Alessio De Stefano

Amare ed essere amati (14,15-26) - L’invito che viene fatto ai discepoli, posta la fede costante in Dio e in Gesù, è quello di continuare ad amare (vv. 15.21.23.24). Diversamente dal credere (v. 1), l’amare non è direttamente comandato. L’a­more, anzi, è un presupposto sicuro della relazione di Gesù con i suoi (cf 16,27), anche se mai prima, nel vangelo, è stato predicato dei discepoli nei confronti di Gesù. L’intera storia di relazione con lui è stata per loro una storia di amore. Ora vengono chiarite con nettezza le condizioni di possibi­lità e i frutti dell’amare autentico. Condizione di possibilità perché la relazione d’amore col Maestro continui, dopo la Pasqua, è «osservare i suoi comandamenti» o la «sua parola» (vv. 15.21.23.24), che coincidono col comandamento nuovo dell’amore reciproco (13,34-35). Se l’amare fino alla fine sintetizza e riassume l’intera vita, azione e predicazione di Gesù (13,1), amarsi reciprocamente, secondo il suo coman­damento, è l’unica condizione per continuare ad amarlo e, così, a lasciarsi amare da lui. Frutto dell’obbedienza al suo comandamento, infatti, è l’esperienza di essere amati da Gesù e dal Padre (vv. 21.23) e, in questo amore, l’esperienza della rivelazione intima e personale di Gesù stesso (v. 21). Nello spazio scavato dall’assenza di Gesù, andato a preparare un posto nella casa con «molte dimore», il vero spazio della comunione viene in realtà aperto nell’intimo dei discepoli in atto di amarsi reciprocamente: essi stessi, obbedendo all’amore, diventeranno «dimora» permanente del Padre e di Gesù (v. 23) e faranno un’esperienza di rivelazione non accessibile al «mondo», inteso come quella forma di esistenza umana, personale e collettiva, che «ama» solo «ciò che gli appartiene» (7,7; 15,19) e non è in grado di accogliere l’alterità divina. La verità della rivelazione messianica, dunque, non è smentita e invalidata dal fatto che il «mondo» non ne sia ancora interamente e pubblicamente coinvolto (vv. 19.22); essa, d’altra parte, non è nemmeno una realtà esoterica e privata perché spinge i discepoli a vivere l’amarsi reciproco proprio nel mondo, atteso, a sua volta, all’appuntamento della fede e dell’incontro con la rivelazione dell’amore (cf 17,11.15.18.21.23). Il dono dello Spirito Santo, Spirito di verità agli antipodi del mondo, «altro paraclito» dopo Gesù (cf lGv 2,1), chiama­to a fianco dei discepoli per sostenerli nella testimonianza che davanti al mondo dovranno svolgere a favore di Gesù e della sua rivelazione, è l’altro frutto dell’amare (vv. 16-18.26) e, al contempo, maestro nell’amare. La preghiera che Gesù eleva al Padre per i discepoli, sicuro di essere esaudito, ha come contenuto proprio il dono dello Spirito, la cui presenza e la cui azione determineranno e qualificheranno esattamen­te lo spazio ecclesiale, quello del «dimorare» divino «con», «presso» e «nei» discepoli, comunione che non conosce lace­razione né fine temporale perché espressione della vita stessa di Dio donata loro dal Risorto. Nello Spirito Gesù «verrà» a loro, ancora più intimo e custode come prima della fragilità dei discepoli-figli (v. 18). Il tempo ormai breve del «rimane­re» di Gesù con i suoi prima della morte (v. 25) è funzionale alla parola che garantisce loro che il tempo che dopo inizierà non segnerà la fine del rapporto col loro Maestro, ma l’ini­zio di una storia nuova di cui essi saranno protagonisti nel mondo insieme allo Spirito che continuerà a perpetuare in loro la memoria di Gesù e a insegnarne la parola. La morte del Servo, dunque, non è che la via perché la sua vita sia la vita dei molti e il suo Spirito lo Spirito sempre presente sulla sua discendenza a segno dell’alleanza perenne del Signore con il suo popolo redento (cf Is 59,21).

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