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Intelligenza artificiale: Macchine intelligenti o intelligente uso delle macchine?

the-robot.jpgCervello umano e calcolatori. «Soltanto il nostro cervello umano può prestare un significato alla cieca capacità dei calcolatori di produrre verità».

L’efficace battuta del filosofo della scienza Karl Popper individuava, già nel Novecento, il possibile discrimine tra cervello umano e calcolatore, come pure tra produzione di significato e produzione di verità. Come a dire che intelligente è l’essere umano, non l’artificio da lui escogitato e tradotto in tecnologia. Il test di A. Turing - una macchina può essere considerata intelligente se il suo comportamento, osservato da un essere umano, fosse considerato indistinguibile da quello di una persona – fu da lui proposto nel 1956, al Darmouth College, nel New Hampshire. Egli non mirava tanto a stabilire se le macchine informatiche potessero pensare o produrre dei significati, bensì a comprendere il gioco d’imitazione mediante il quale noi esseri umani riusciamo a capirci l’un l’altro, analogamente a quanto può avvenire nell’interazione tra essere umano e computer. Ormai, giunti alla terza decade del terzo millennio, non soltanto si prova a inserire nel cranio umano un microchip digitale, come si è già fatto nei primati e in altri animali non umani, allo scopo di “potenziare” la realtà da percepire e da pensare (si parla di enhancement o potenziamento), ma si progetta consapevolmente, a livello Unesco, la via verso il 2050, anno in cui i nostri attuali anni venti del nuovo millennio saranno certamente obsoleti e sarà inaugurata l’era tecnologica.

Potenzialità affascinanti per l’educazione. Un cambiamento è possibile, ci si dice, immaginando nuove strade non soltanto per gestire migrazione, cambiamento climatico e comunicazione, ma soprattutto tecnologia. Ogni gestione del cambiamento non potrà che avvenire, però, che attraverso l'educazione, nei cui processi gli attuali difetti, problemi e fallimenti, vengono narrati come eutopie o distopie, ovvero posti in continuità/contrasto con i possibili scenari futuri. Di qui la domanda, rilevante secondo il cardinale Wilhelm Jacobus Eijk, su quale impatto l’intelligenza artificiale avrà sempre più sulle nostre vite umane. Una domanda con notevoli implicazioni etiche, che riguarda sia i produttori sia gli utilizzatori finali delle tecnologie d’intelligenza artificiale che, dal 1982, fu subito utilizzata in ambito commerciale, dove ci si accorse subito della rilevanza economica di una AI strategy (Strategia d’Intelligenza Artificiale).

Il “nodo” del cervello umano. In ogni caso, è pur sempre il pensante umano a rendere pensante la macchina, in maniera che essa apprenda a comprendere e interagire con gli esseri umani, ovvero ri-elabori il cosiddetto linguaggio naturale, con la conseguenza che la tecnologia delle macchine acquisisca una certa capacità di apprendimento, analoga all’intelligenza non artificiale. Parallelamente al potenziamento delle macchine, la ricerca attuale punta molto sullo studio del cervello umano. Il progetto Human Brain conta attualmente oltre 100 istituzioni-partner, tra cui, in Italia, il CNR, il Cineca, l’Istituto superiore di sanità. La Fondazione danese Lundbeck distribuisce ogni anno più di 500 milioni di corone alla ricerca scientifica sanitaria, principalmente con un focus sul cervello umano. Il premio per il 2023 è stato assegnato a tre ricercatori, i quali hanno rivoluzionato la comprensione su come i neuroni regolino le migliaia di diverse proteine, ovvero dei mattoni della vita, necessari per supportare lo sviluppo, la plasticità e il mantenimento del cervello.

La vera sfida del XXI secolo. Intanto, il Rapporto della Commissione europea sul Progetto di ricerca sul cervello umano dichiara che siamo ormai di fronte alla vera sfida del XXI secolo, che ci consentirà di capire cosa significhi essere umani, come sviluppare nuovi trattamenti per le malattie del cervello e costruire nuove rivoluzionarie tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Si tratta di attese con un certo spessore speculativo ed etico, che chiamano in causa pensatori e teologi, che non possono limitarsi a enunciare spartiacque tra apocalittici e integrati.

No al macchinismo. «Non è la scienza, come si sarebbe portati a credere, a imporre agli uomini, per il solo fatto del suo sviluppo, dei bisogni sempre più artificiali. Se così fosse, l’umanità sarebbe condannata ad un sempre crescente materialismo, poiché il progresso della scienza non è destinato ad arrestarsi. La verità è che la scienza ha dato ciò che le si chiedeva e non ha preso l’iniziativa in questo campo; è lo spirito d’invenzione che non ha sempre servito al meglio gli interessi dell’umanità. Esso ha creato una folla di nuove esigenze e non si è abbastanza preoccupato di assicurare alla maggior parte degli uomini, o meglio a tutti, la soddisfazione degli antichi bisogni. Più semplicemente: senza trascurare il necessario, ha pensato troppo al superfluo». L’affermazione è di Henry Bergson, che nel 1932 pubblicò Le due fonti della morale e della religione. Come a dire che se le macchine hanno cominciato a manifestare le loro immense potenzialità solo a partire dal giorno in cui hanno potuto utilizzare non più lo sforzo muscolare, o la forza del vento o di una cascata d’acqua, è per mezzo della macchina che l’essere umano è stato comunque alleggerito di tanti fardelli.

Il ritorno a un tipo di esistenza da cui sia stata soppressa la macchina è davvero impossibile. Non si può, dunque, che andare avanti. Ma a quali condizioni e con quali rischi?

p. Vincenzo Bertolone SdP

Arcivescovo emerito di Catanzaro Squillace                                    

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