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30° anniversario dell’uccisione di don G. Puglisi: un Prete Innamorato del Maestro

puglisiI sogni della madre-Chiesa nell’attuale stagione. «Conosciamo il sogno solo attraverso il ricordo. Innanzitutto, il sogno è ricordo».

Tutte le mattine all’alba, per cinquant’anni, tra il 1894 e il 1945, Paul Valéry scrisse pagine che poi diedero vita a Somnia, I sogni in cui, osservava Valéry, il ricordo della realtà, non è annullato, ma sopravviene in forma di difesa, di obiezione contro un falso presente. Anche la Chiesa sogna. Il papa ai giovani radunati per la GMG al Parque Tejo di Lisbona, il giorno della Festa della Trasfigurazione del Signore, Domenica, 6 agosto 2023, ha comunicato ai piccoli il sogno di pace di un vecchio.

Sognare il prete di domani. Fondamentale, in ciò, è il ruolo del clero. In una stagione di crisi quantitativa del clero in Occidente e di triste emergere di prassi di abuso anche tra i preti, le religiose e le suore, la Chiesa non soltanto intensifica la sua preghiera al padrone della messe (cf Lc 10,2), ma aggiorna periodicamente la propria Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, raccogliendo analiticamente tutte le indicazioni dell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis (25.3.1992).

Sogno o son desto? Il sogno talvolta è un racconto contro, che non significa necessariamente essere contro qualcosa o qualcuno. Il racconto contro è quello del resiliente. Non era forse resiliente, ad esempio, il Vangelo che don Pino Puglisi portava sempre in mano, fino all’ultimo giorno, quando i tre sicari gli si pararono davanti fingendo una rapina, mentre il quarto membro del commando gli sparava alla nuca da dietro con un sol colpo di pistola tirato dal basso verso l’alto? Si chiude così la parabola terrena di un martire. Nel 1943, il capofamiglia Puglisi era sotto le armi, la famiglia sfollata a Villafrati. Quando si ritorna a Palermo nel 1945, nel quartiere Romagnolo, Pino può partecipare alle attività pastorali e liturgiche della parrocchia di san Giovanni Bosco, frequentare la scuola elementare e secondaria di primo grado, portare a termine con profitto i primi due anni di Istituto magistrale “De Cosmi”, tra il 1951 ed il 1953; Poi chiede ed ottiene dal cardinale di Palermo, arcivescovo Ernesto Ruffini, di proseguire gli studi e la formazione in Seminario, dove viene ammesso il 10 settembre 1953, fino all’ordinazione diaconale ed a quella presbiterale, avvenuta il 2 luglio 1960.

I pastori rappresentano il vero volto di un territorio. Dipinto a volte unilateralmente, come documentato da mons. Francesco Conigliaro, quale negatore delle mafie, Ruffini in realtà era un pastore che aveva impresso un forte indirizzo socio-pastorale alla diocesi palermitana e avrebbe voluto sempre difenderne la “sicilianità” da qualsivoglia generalizzazione criminale e banalizzazione, fino a spingersi per questo non sui terreni della negazione del fenomeno. Ne “Il vero volto dell’isola” (1964), il cardinale denuncia la mafia come uno “Stato nello Stato” e, dunque, come un pericoloso sistema di potere antagonista nei confronti dello Stato, di cui peraltro all’epoca non c’era ancora comprensione piena neppure tra magistrati e forze dell’ordine, bensì contro la vulgata del “siamo tutti mafiosi”. Dal canto suo Puglisi, nominato - il primo ottobre 1970 (vi rimarrà fino al 31 luglio 1978) - parroco di Godrano (per l’altezza sul livello del mare del piccolo Comune, si autodefinisce scherzosamente “il parroco più altolocato della diocesi di Palermo”!), opera perché la parola evangelica di pace aiuti a superare una sanguinosa faida tra alcune famiglie, fino ad allora dilaniate dalla violenza. Quando, dal 20 settembre 1990, sarà mandato parroco a Brancaccio, nella parrocchia “San Gaetano-Maria SS. del Divino Amore”, comincerà fin da subito ad attuare quanto padre Rivilli aveva già scritto fin dal marzo 1947: “L’irruzione del male non ci scoraggia, ma potenzia la nostra forza e provoca il nostro spirito con più ardore alla lotta…”.

Sognare lo stile di don Pino. Senza spettacolarismi e senza protagonismi, Puglisi è un prete così. Mentre la pseudo-religiosa mafia produce una cultura apparentemente devota, ma di fatto atea e antitetica al vangelo, Puglisi predica il Dio di Gesù Cristo e ne pratica l’amore misericordioso sia sul piano materiale che spirituale. Esiste un esempio da seguire in tutto ciò. Di più: un metodo. Quello incarnato da padre Puglisi, uno che non contrastava le cosche con altri strumenti che non fossero il Vangelo, alla luce del sole, per educare persino i mafiosi ed i loro figli alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori dello studio e della cultura. Questo il prete che i fratelli Graviano - le cui figure sono ritornate prepotentemente al centro delle cronache proprio nelle ore dell’arresto di Messina Denaro - decisero di togliere di mezzo.

La Chiesa sogna un prete così. Quel prete c’è già: si chiama don Pino. Martire, assassinato dalle mafie in odium fidei il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno.

p. Vincenzo Bertolone SdP

Arcivescovo emerito di Catanzaro Squillace                                    

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