Ogni anno, con l'avvicinarsi del 31 ottobre, puntualmente si riaccendono le polemiche su Halloween. C'è chi la considera una festa innocua, un'occasione di divertimento soprattutto per i più giovani, e chi invece la guarda con sospetto, vedendovi una manifestazione estranea alla nostra cultura, se non addirittura un'espressione di superstizione.
Come spesso accade, il dibattito finisce per dividersi in due schieramenti contrapposti, lasciando poco spazio a una riflessione più pacata. Eppure, forse, Halloween meriterebbe qualche considerazione in più.
Mi è capitato di leggere un contributo pubblicato su Missione Catechista, a firma di Pietro Calore, docente di filosofia e fondatore di «Fantascienza cattolica», dal titolo Esistono i fantasmi? Alla luce della Fede contro la superstizione.
L'autore affronta la questione da una prospettiva religiosa, invitando i catechisti a non alimentare polemiche con le famiglie e con i ragazzi che partecipano alle iniziative legate ad Halloween. Suggerisce, piuttosto, di trasformare questa ricorrenza in un'occasione di catechesi, affrontando temi come la morte, il purgatorio, la preghiera per i defunti e il rapporto tra il mondo terreno e quello ultraterreno.
È un approccio che merita attenzione. Al di là delle convinzioni religiose di ciascuno, l'invito a non fermarsi alla polemica e a utilizzare un fenomeno culturale come occasione di confronto è condivisibile.
Ma proprio il testo di Calore offre lo spunto per allargare il discorso.
La morte trasformata in intrattenimento
Halloween, nella sua versione contemporanea, è soprattutto una festa dell'immaginario. Scheletri, fantasmi, streghe, zombie e mostri popolano le vetrine, i locali, le feste e i programmi televisivi. La paura viene messa in scena, trasformata in divertimento e, non ultimo, in un'occasione commerciale.
Non c'è nulla di necessariamente problematico nel travestirsi da fantasma o nel raccontare una storia paurosa. Il gioco e la fantasia fanno parte della cultura umana da tempi remoti.
La questione, tuttavia, è un'altra: che cosa accade quando la morte, anziché essere affrontata come una realtà fondamentale dell'esistenza, viene ridotta a un elemento di consumo?
La nostra società sembra avere un rapporto contraddittorio con la morte. Da una parte tende a rimuoverla, a nasconderla, a relegarla nei luoghi del lutto; dall'altra la esibisce continuamente attraverso immagini di violenza, spettacoli horror e rappresentazioni sempre più elaborate dell'orrore.
Halloween si inserisce in questa contraddizione. La morte diventa una maschera, la paura un gioco, il macabro un'occasione commerciale.
Non è necessariamente un male divertirsi con queste rappresentazioni. Ma forse sarebbe opportuno chiedersi se, dietro il divertimento, non si nasconda anche una progressiva banalizzazione di ciò che per l'essere umano ha sempre rappresentato una delle esperienze più profonde e difficili da comprendere.
I fantasmi tra fede, fantasia e superstizione
Nel suo articolo, Pietro Calore pone una domanda precisa: esistono i fantasmi?
La risposta che propone è affermativa, ma collocata all'interno della dottrina cattolica. L'autore sostiene che Dio possa permettere agli spiriti di manifestarsi ai vivi, precisando che ogni comunicazione tra l'aldilà e l'aldiquà sarebbe comunque subordinata alla volontà divina.
È una posizione che appartiene alla sua prospettiva teologica e che va rispettata nella sua specificità.
Da un punto di vista laico, tuttavia, occorre distinguere tra una convinzione religiosa, una rappresentazione immaginaria e un fatto dimostrabile.
L'esistenza di fantasmi, intesi come apparizioni di persone morte, non è stata dimostrata attraverso prove scientifiche affidabili. Questo non significa negare il valore delle esperienze personali di chi racconta di aver vissuto fenomeni che non riesce a spiegare. Significa, più semplicemente, riconoscere che un'esperienza soggettiva e la sua interpretazione sono due cose differenti.
La fantasia, del resto, non è superstizione. Un bambino che si traveste da vampiro non crede necessariamente ai vampiri, così come chi guarda un film horror non pensa che ciò che vede sullo schermo corrisponda alla realtà.
Il problema nasce quando il confine tra immaginazione e realtà si confonde, quando la paura viene alimentata senza strumenti critici e quando fenomeni che non comprendiamo diventano terreno fertile per credenze prive di fondamento.
Halloween e le nostre tradizioni popolari
C'è un altro aspetto che merita di essere considerato. Halloween viene spesso presentato come una festa americana, estranea alle nostre tradizioni e importata attraverso il cinema, la televisione e i social network. Ma è davvero così semplice?
Basta guardare alla storia delle tradizioni popolari europee per accorgersi che il mondo delle maschere, degli spiriti, delle streghe e delle figure mostruose non è affatto estraneo alla nostra cultura.
Mi vengono in mente i Mamuthones di Mamoiada in Sardegna, con le loro maschere scure, le pelli e i pesanti campanacci, rappresentano una delle espressioni più suggestive del carnevale tradizionale. Figure dall'aspetto inquietante, che sembrano emergere da un immaginario arcaico.
Ancora in Sardegna, in occasione della commemorazione dei defunti, sopravvive la tradizione di Is Animeddas: i bambini girano per le case chiedendo doni per le «piccole anime». Un'usanza che, pur mantenendo un significato proprio, ricorda da vicino il moderno «dolcetto o scherzetto».
E la Calabria? Qui il discorso diventa ancora più interessante.
A Serra San Bruno si tramanda il Coccalu di muortu, una tradizione legata alla commemorazione dei defunti. I bambini svuotavano le zucche, le intagliavano a forma di teschio e vi inserivano una candela accesa, portandole in giro per il paese e chiedendo offerte.
Una scena che, a guardarla oggi, sembra quasi sovrapporsi alle immagini di Halloween.
E non possiamo dimenticare la “Nuremma” e le “Cattive” di Cassano Ionio, figure cupe che comparivano durante il Carnevale, né la Coremmë di Alessandria del Carretto, personificazioni della Quaresima. Sono tradizioni diverse, che non hanno necessariamente un legame diretto con Halloween, ma che testimoniano la persistenza di un patrimonio simbolico nel quale il grottesco, il misterioso e il soprannaturale hanno sempre avuto un posto importante.
Non si tratta di stabilire una discendenza diretta tra queste usanze e Halloween, né di ricondurle tutte a un'unica origine pagana. Ma è difficile sostenere che il gusto per il mostruoso, per il mistero e per ciò che suscita paura sia un'invenzione americana.
Halloween andrebbe considerato anche sotto un'altra prospettiva: non soltanto come una festa importata, ma come una rielaborazione moderna, spettacolare e commerciale di un immaginario che appartiene da secoli a molte culture europee e non solo.
L'America ha certamente contribuito a trasformare queste immagini in un fenomeno globale. Ma i mostri, le streghe, le zucche illuminate e il rapporto simbolico con i morti non sono nati tutti oltreoceano.
Una festa che ci interroga
Non credo che sia necessario demonizzare Halloween, né tantomeno trasformare una festa popolare in una battaglia ideologica.
Le culture cambiano, le tradizioni si incontrano, si contaminano e talvolta si trasformano. La diffusione di Halloween in Italia è anche il risultato di questi processi, ai quali contribuiscono il cinema, la televisione, i social network e, non ultimo, il mercato.
Ma proprio perché si tratta di un fenomeno ormai diffuso, sarebbe utile affrontarlo con maggiore consapevolezza.
Il testo di Pietro Calore, pur partendo da una prospettiva confessionale, ci ricorda che una ricorrenza può diventare occasione di educazione e di confronto. E questo è un principio che può essere condiviso anche da chi non si riconosce nella fede cattolica.
La questione, dunque, non è stabilire se Halloween sia una festa buona o cattiva, né pretendere che tutti la celebrino o la rifiutino.
La domanda è un'altra: siamo ancora capaci di distinguere il divertimento dalla superstizione, la fantasia dalla realtà, il ricordo dalla paura?
Prima di accendere una zucca o di organizzare una festa in maschera, sarebbe opportuno concederci qualche minuto per riflettere.
Non per rinunciare al divertimento, ma per non perdere di vista il significato delle cose: la morte, comunque la si interpreti, è qualcosa di troppo importante per essere ridotta soltanto a una maschera.
Michele Sanpietro






