La denuncia della vicepresidente M5S Vittoria Baldino, le testimonianze dei docenti e le precisazioni del questore. Una vicenda che pone interrogativi inquietanti sul rapporto tra istituzioni, scuola e libertà di manifestazione.
«Ma davvero siamo arrivati al punto di mandare la Polizia nelle scuole per chiedere informazioni sugli studenti che intendono partecipare a uno sciopero?».
È la domanda che si pone Vittoria Baldino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, in un comunicato diffuso nelle ultime ore. Una domanda che, al di là delle appartenenze politiche, merita una risposta seria e circostanziata.
La vicenda riguarda il liceo classico “Pitagora” di Crotone, dove, secondo le testimonianze raccolte da alcuni docenti e riportate dalla stampa locale, tra il 27 e il 28 ottobre si sarebbero presentati esponenti delle forze dell'ordine per chiedere informazioni sulla partecipazione degli studenti alla manifestazione prevista per il 30 ottobre.
Non si tratterebbe, secondo le ricostruzioni giornalistiche, di un episodio isolato all'interno della città. Altre scuole sarebbero state interessate da analoghe visite.
Una notizia che, se confermata nei termini descritti, non può essere liquidata come una semplice curiosità di cronaca.
Due accessi, una domanda
Dalle ricostruzioni pubblicate emerge che il primo episodio si sarebbe verificato il 27 ottobre, quando alcuni Carabinieri si sarebbero presentati al liceo Pitagora, mentre erano in corso le operazioni elettorali per i rappresentanti d'istituto.
Il giorno successivo, secondo quanto riferito, sarebbero arrivati due agenti di Polizia in divisa, che avrebbero chiesto al personale amministrativo una stima del numero di studenti intenzionati a partecipare alla mobilitazione.
A rendere ancora più delicata la vicenda è la precisazione attribuita al questore di Crotone, Renato Panvino, il quale avrebbe dichiarato di non aver disposto alcuna iniziativa del genere all'interno dell'istituto, escludendo inoltre l'esistenza di indagini o attività investigative che potessero giustificare l'accesso della Polizia.
Secondo le ricostruzioni disponibili, in nessuna delle due circostanze gli operatori avrebbero avuto contatti diretti con gli studenti.
È bene precisarlo: non disponiamo di tutti gli elementi per stabilire con certezza quale fosse la finalità degli accessi e chi ne abbia disposto l'iniziativa.
Ma proprio questa incertezza rende necessaria una spiegazione.
Se non vi erano indagini in corso e se il questore non aveva disposto alcuna attività, quale fosse il motivo di quelle visite e perché si ritenesse necessario raccogliere informazioni sulla partecipazione degli studenti a uno sciopero sono domande che non possono restare senza risposta.
La scuola non è un presidio di controllo del pensiero
Il punto, tuttavia, non è soltanto stabilire chi abbia disposto gli accessi e con quale motivazione.
Il problema è anche il messaggio che simili iniziative possono trasmettere ai ragazzi.
La scuola è il luogo in cui si formano i cittadini di domani. È il luogo in cui si dovrebbe imparare che il dissenso non è un reato, che le idee possono essere diverse e che la partecipazione alla vita pubblica rappresenta un elemento fondamentale della democrazia.
Uno studente di sedici o diciassette anni deve poter maturare la consapevolezza che la propria voce conta, che le proprie idee hanno valore e che manifestare pacificamente il proprio dissenso è un diritto.
Se, invece, comincia a chiedersi se la sua partecipazione a uno sciopero possa attirare l'attenzione delle forze dell'ordine, il rischio è che si produca un effetto di intimidazione, anche in assenza di minacce esplicite.
Non è necessario che qualcuno pronunci una parola minacciosa. A volte è sufficiente che un ragazzo percepisca la propria scelta di partecipare a una manifestazione come qualcosa da giustificare o da tenere sotto osservazione.
Ed è proprio questo il rischio che una democrazia dovrebbe evitare.
La sicurezza è una cosa, il controllo del dissenso un'altra
Naturalmente, nessuno mette in discussione il ruolo delle forze dell'ordine nella tutela della sicurezza pubblica.
Le manifestazioni devono svolgersi pacificamente e le autorità hanno il dovere di prevenire eventuali situazioni di pericolo.
Ma una cosa è predisporre le necessarie misure di ordine pubblico per una manifestazione; altra cosa è raccogliere informazioni sugli studenti che intendono parteciparvi.
La differenza non è marginale.
La Costituzione italiana riconosce la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di riunione pacifica. Si tratta di diritti che non possono essere subordinati al gradimento delle istituzioni nei confronti delle idee espresse dai cittadini.
E se i cittadini sono studenti, il dovere di tutela dovrebbe essere ancora più forte.
Perché la scuola non deve insegnare ai ragazzi a temere il dissenso, ma a esercitarlo responsabilmente.
Non è ancora un'inquisizione, ma il rischio va preso sul serio
Quando si apprendono notizie come queste, il pensiero corre inevitabilmente a stagioni della nostra storia nelle quali il controllo delle idee e la sorveglianza dei cittadini rappresentavano strumenti ordinari del potere.
Sarebbe tuttavia prematuro parlare di una deriva inquisitoria sulla base di episodi ancora da chiarire.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare.
Se le forze dell'ordine entrano nelle scuole per raccogliere informazioni su chi intende scioperare, se il personale scolastico viene coinvolto in attività di questo genere e se non emerge una motivazione chiara e trasparente, allora siamo di fronte a una questione che riguarda direttamente la qualità della nostra democrazia.
Non basta affermare che nessuno è stato identificato o che gli agenti non hanno avuto contatti diretti con gli studenti.
La questione è più profonda: perché si è ritenuto necessario chiedere quelle informazioni?
E soprattutto, quale messaggio si è voluto trasmettere?
I chiarimenti non sono più rinviabili
La denuncia di Vittoria Baldino merita dunque di essere approfondita, senza trasformarla in una semplice contrapposizione tra maggioranza e opposizione.
È necessario che i ministri dell'Istruzione e dell'Interno chiariscano quanto accaduto, individuando le responsabilità e spiegando le finalità degli accessi.
È necessario sapere se si sia trattato di iniziative autonome, di richieste provenienti da altri livelli istituzionali o di attività riconducibili a una disposizione specifica.
E sarebbe opportuno conoscere anche la posizione delle dirigenze scolastiche coinvolte.
Perché una cosa deve essere chiara: la democrazia non si difende chiedendo ai giovani di essere obbedienti.
Si difende insegnando loro a essere liberi.
E una Repubblica che teme il dissenso dei propri ragazzi dovrebbe interrogarsi, prima di tutto, sulle ragioni di quella paura.
E nella Sibaritide?
A questo punto, una domanda vorremmo porla anche al nostro territorio.
Ci piacerebbe sapere se, in questi giorni, analoghe richieste di informazioni sulla partecipazione degli studenti allo sciopero del 30 ottobre siano state rivolte anche agli istituti scolastici della Sibaritide.
Qualcuno ha registrato accessi delle forze dell'ordine nelle scuole? Sono state chieste informazioni ai dirigenti scolastici, ai docenti o al personale amministrativo? Sono state raccolte indicazioni sul numero degli studenti intenzionati a partecipare alla mobilitazione?
Se episodi analoghi si fossero verificati anche nel nostro territorio, riteniamo importante che vengano portati a conoscenza dell'opinione pubblica.
InfoSibari è interessata a raccogliere testimonianze e segnalazioni, nel rispetto della riservatezza di chi vorrà contribuire a fare chiarezza.
Riteniamo che il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero non riguarda soltanto Crotone, ma tutti i cittadini, e soprattutto le giovani generazioni.






