La morte di Silvana Sibarelli riaccende i riflettori. Ma la legalità si difende ogni giorno, non soltanto dopo il sangue
Ci sono fatti di cronaca che, per la loro gravità, riescono a rompere improvvisamente il silenzio. L'agguato di contrada Lattughelle, nel quale ha perso la vita Silvana Sibarelli mentre il marito Damiano Pepe è rimasto gravemente ferito, è uno di questi. Una vicenda che ha riportato la Sibaritide sulle pagine dei giornali nazionali, riaprendo interrogativi inquietanti sulla presenza della criminalità organizzata e sugli equilibri che da anni attraversano questo territorio.
Le ricostruzioni pubblicate dalla stampa locale parlano di una possibile ripresa della faida tra gruppi criminali e di una rottura degli equilibri che in passato avrebbero unito le famiglie Abbruzzese-Pepe e Forastefano. Sono ipotesi che dovranno trovare riscontro nelle indagini. Non spetta a noi anticipare conclusioni che competono agli investigatori e alla magistratura. Spetta però a tutti interrogarsi sul significato di quanto accaduto e, soprattutto, su ciò che questo ennesimo fatto di sangue ci dice della condizione del nostro territorio.
L'indignazione non può essere a intermittenza
C'è una questione che ritengo meriti particolare attenzione. Nella Sibaritide sembra che, troppo spesso, siano necessari episodi di violenza eclatanti per risvegliare l'opinione pubblica e richiamare l'attenzione della politica e delle istituzioni. Finché non si spara, finché non ci sono morti e feriti, il problema rischia di restare sullo sfondo, confinato nelle conversazioni private, nelle paure individuali e in quella rassegnazione che finisce per diventare un'abitudine.
Non intendo mettere in discussione il lavoro delle forze dell'ordine. Sono convinto che sul territorio venga svolta un'attività di controllo e monitoraggio che spesso non conosciamo nella sua interezza e che non sarebbe corretto giudicare dall'esterno. Ma è evidente che la prevenzione incontra limiti e difficoltà, e che il contrasto alla criminalità organizzata richiede strumenti, risorse e una presenza dello Stato adeguati alla complessità del fenomeno.
Il punto, tuttavia, è anche un altro: che cosa accade tra un agguato e quello successivo? Che cosa succede nei mesi in cui i riflettori si spengono e la comunità riprende la propria vita quotidiana?
La prepotenza quotidiana non fa notizia, ma prepara il terreno
La criminalità organizzata non si manifesta soltanto attraverso le armi, gli agguati e gli omicidi. Esiste anche una zona grigia, più difficile da individuare e da raccontare, nella quale la prepotenza può insinuarsi nei rapporti quotidiani, nelle relazioni sociali e persino nel modo in cui si cerca di risolvere un problema.
Penso a chi ritiene necessario rivolgersi a questo o a quel personaggio per ottenere un appoggio, accelerare una pratica, risolvere una controversia o, peggio ancora, indurre qualcuno a smettere di disturbare. Naturalmente, chiedere l'intervento di un amministratore o di un rappresentante politico è del tutto legittimo. Il problema nasce quando il diritto viene percepito come insufficiente e si cerca una protezione personale, una mediazione informale o un potere capace di ottenere ciò che dovrebbe essere garantito dalle regole uguali per tutti.
È in questo passaggio che la legalità rischia di indebolirsi: quando il favore sembra più efficace del diritto, quando la conoscenza personale appare più utile di una procedura trasparente, quando la prepotenza viene tollerata perché non ci riguarda direttamente o perché, in fondo, è più comodo non immischiarsi.
Non ogni episodio di maleducazione, abuso o prevaricazione è criminalità organizzata. Sarebbe sbagliato confondere fenomeni diversi. Ma una comunità che si abitua a tollerare le piccole sopraffazioni rischia di perdere, poco alla volta, la capacità di riconoscere e respingere quelle più gravi.
Non si può chiedere protezione soltanto quando è troppo tardi
Dopo un fatto di sangue, giustamente, si invoca una maggiore presenza dello Stato, si chiedono interventi straordinari, si reclama sicurezza. Ma dovremmo domandarci se la sicurezza possa essere considerata soltanto una prestazione che le istituzioni devono garantire quando l'emergenza è già esplosa.
La risposta dello Stato è indispensabile. Indagini efficaci, prevenzione, controllo del territorio, giustizia, servizi pubblici e opportunità per i giovani sono componenti essenziali di una strategia credibile. Nessuna comunità può sostituirsi alle forze dell'ordine, né può essere lasciata sola davanti alla violenza.
Ma lo Stato, per essere davvero presente, ha bisogno anche della collaborazione dei cittadini: di persone disposte a denunciare, di testimoni che non vengano lasciati soli, di amministratori che non cerchino soltanto il consenso immediato e di una società civile che non consideri la legalità un tema da affrontare esclusivamente nelle giornate dell'emergenza.
Il silenzio, naturalmente, non ha sempre lo stesso significato. A volte è paura concreta, e non sarebbe giusto condannare chi teme per sé o per la propria famiglia. Proprio per questo, però, le istituzioni devono creare condizioni nelle quali denunciare sia possibile e sicuro, e nelle quali chi collabora non venga abbandonato al proprio destino.
L'appello del vescovo e del sindaco: e dopo lunedì?
Le parole di monsignor Francesco Savino sono un richiamo forte a non permettere che la paura si trasformi in rassegnazione. Il suo invito a non considerare questi fatti come semplici regolamenti di conti «fra di loro» mette al centro una questione fondamentale: la violenza criminale ferisce l'intera comunità, perché mina la libertà, la fiducia e la possibilità di vivere senza intimidazioni.
Anche il sindaco Gianpaolo Iacobini ha chiesto una reazione collettiva, rivolgendo un appello particolare ai giovani. Il Partito Democratico, attraverso il commissario provinciale Claudio Stefanazzi, ha richiamato la necessità di una presenza costante dello Stato e di investimenti nella scuola, nel lavoro e nei servizi.
Sono dichiarazioni che indicano una direzione condivisibile. L'incontro pubblico convocato per lunedì 26 ottobre al Teatro comunale di Cassano all'Ionio, alle ore 16, può rappresentare un'occasione importante. Ma la partecipazione, per quanto significativa, non sarà sufficiente se resterà soltanto una manifestazione di dolore e indignazione.
La domanda da porsi è semplice: che cosa verrà dopo?
Quali impegni concreti saranno assunti? Come si darà continuità al confronto tra istituzioni, associazioni, scuole, parrocchie e cittadini? Come si renderà più semplice segnalare intimidazioni e abusi? Quali strumenti saranno messi a disposizione delle persone che si trovano in difficoltà e temono di esporsi?
È su queste risposte che dovremo misurare la capacità di trasformare una tragedia in un'occasione di cambiamento.
La Sibaritide non è condannata alla rassegnazione
Non sappiamo ancora quale sia il movente dell'agguato di Lattughelle, né possiamo dare per certa la ricostruzione di una nuova faida. Lo stabiliranno le indagini. Sappiamo però che una donna è morta e che un territorio si trova ancora una volta a fare i conti con la violenza armata.
Non vorrei che, tra qualche settimana, tutto tornasse come prima: le dichiarazioni archiviate, le promesse dimenticate e i cittadini nuovamente soli davanti ai problemi di ogni giorno. Perché il rischio più grande non è soltanto quello di assistere a un altro episodio di sangue. È quello di convincersi che, in fondo, non ci sia nulla da fare fino al prossimo.
La legalità non si difende soltanto con le operazioni di polizia, pur indispensabili. Si difende anche rifiutando il favore quando sostituisce il diritto, respingendo la prepotenza quando sembra innocua, pretendendo trasparenza da chi amministra e solidarietà concreta per chi trova il coraggio di parlare.
La responsabilità non può essere scaricata interamente sui cittadini, così come non può essere attribuita indistintamente a un'intera comunità. Ognuno, però, è chiamato a fare la propria parte, secondo il ruolo che ricopre e le possibilità di cui dispone.
La morte di Silvana Sibarelli non deve diventare soltanto l'ennesima notizia destinata a essere sostituita dalla successiva. Se da questa tragedia nascerà una presa di coscienza duratura, allora l'appello a non consegnare la Sibaritide alla paura avrà cominciato a tradursi in qualcosa di concreto.
Altrimenti, passata l'indignazione, resterà soltanto l'attesa. Fino al prossimo agguato.






