Ho scovato sul web una lettera-dichiarazione della segretaria del PD, Elly Schlein, indirizzata alla premier Giorgia Meloni, riguardante la crisi climatica, il caro-carburanti e altri temi legati alla situazione energetica del Paese. Pur apprezzando lo sforzo della politica nell'affrontare questioni così importanti, mi sono permesso di esprimere alcune mie considerazioni sul suo intervento, dopo uno scambio di opinioni con un paio di amici di diversa estrazione politica. In coda all'articolo trovate anche il comunicato integrale di Schlein. (Tonino Cavallaro)
La lettera di Elly Schlein a Giorgia Meloni, con le proposte del Partito Democratico per la prossima legge di Bilancio, arriva in un momento nel quale il tema dell'energia è tornato prepotentemente al centro dell'attenzione. Il costo delle bollette, la dipendenza italiana dalle importazioni di gas e petrolio, gli effetti del cambiamento climatico e la necessità di modernizzare il sistema energetico sono questioni che non appartengono a una sola parte politica. Riguardano il Paese nel suo complesso.
Schlein mette sul tavolo una cifra precisa: 14 miliardi di euro da destinare, entro il 2028, a una serie di interventi per accelerare la transizione energetica. La proposta del PD individua cinque priorità: pompe di calore e riqualificazione delle abitazioni, edilizia popolare, elettrificazione dei processi industriali, trasporto pubblico e autobus elettrici, potenziamento delle reti elettriche e dei sistemi di accumulo.
Il programma ha una sua logica. Ridurre il consumo di gas e petrolio significa intervenire contemporaneamente sulla dipendenza energetica dall'estero, sulle emissioni e, almeno nelle intenzioni, sui costi sostenuti da famiglie e imprese: quì comincia la parte più interessante della discussione.
La cifra indicata non è un assegno già pronto da distribuire. La possibilità di utilizzare maggiori margini di spesa deriva dalle nuove regole europee e dalla flessibilità concessa agli Stati per determinati interventi. Occorre quindi capire quali siano le somme effettivamente utilizzabili, quali condizioni le accompagnino e soprattutto quali risultati possano produrre.
La politica italiana ha una lunga consuetudine con gli stanziamenti annunciati e una storia più complessa con la loro realizzazione.
Una cosa è destinare 2 miliardi alla riqualificazione energetica delle abitazioni, un'altra è riuscire concretamente a intervenire sugli edifici. Una cosa è mettere 4 miliardi a disposizione delle imprese per l'elettrificazione dei processi produttivi, un'altra è convincere un'azienda a modificare i propri impianti quando deve fare i conti con costi, tempi, autorizzazioni e disponibilità di energia elettrica. Una cosa è acquistare autobus elettrici, un'altra è avere nelle città le infrastrutture necessarie per utilizzarli.
Il problema, dunque, non è soltanto quanto spendere. È soprattutto capire cosa si riesce a ottenere attraverso questa spesa.
La transizione energetica richiede infatti una trasformazione dell'intero sistema. Se aumentano le pompe di calore, le auto elettriche, gli autobus elettrici e i processi industriali alimentati dall'elettricità, aumenta anche la domanda di energia elettrica. Servono quindi reti più efficienti, sistemi di accumulo, produzione adeguata e una strategia capace di tenere insieme tutti questi elementi.
La stessa riduzione della tassazione sull'energia elettrica, proposta nella lettera, merita una discussione separata. Se l'obiettivo è spostare consumi dal gas all'elettricità, rendere quest'ultima più competitiva può certamente favorire il processo. Ma anche in questo caso bisogna considerare gli effetti sui conti pubblici e sull'equilibrio complessivo del sistema fiscale.
C'è poi un aspetto che va oltre la contrapposizione tra governo e opposizione.
L'Italia ha davanti una trasformazione energetica che non si esaurirà con una legge di Bilancio e nemmeno con una legislatura. Richiede continuità, programmazione e scelte che possano essere mantenute nel tempo, indipendentemente da chi si trova al governo.
Per questo la lettera di Schlein può essere letta anche come un'occasione per aprire una discussione più ampia. Non tanto sul fatto che le risorse debbano essere spese secondo il programma del PD, quanto sul modo migliore per utilizzare gli eventuali margini finanziari disponibili.
Quali interventi producono il maggiore risparmio energetico? Quali riducono maggiormente la dipendenza dall'estero? Quali aiutano concretamente le famiglie più esposte al costo delle bollette? Quali rafforzano la competitività delle imprese italiane? Quali possono essere realizzati in tempi ragionevoli?
Sono queste le domande che dovrebbero accompagnare qualsiasi programma di spesa pubblica.
Il titolo politico scelto per la lettera — «Nessun inciucio!» — appartiene alla normale dialettica tra maggioranza e opposizione. La sostanza della proposta, invece, merita di essere valutata separatamente dalla polemica politica.
Se esiste uno spazio finanziario europeo che l'Italia può utilizzare, la questione fondamentale è capire come trasformarlo in interventi capaci di produrre risultati misurabili. Su questo terreno maggioranza e opposizione possono certamente avere idee diverse. Il confronto avrebbe però un valore maggiore se si concentrasse sui numeri, sui tempi e sui risultati attesi, lasciando sullo sfondo le accuse reciproche.
La partita energetica, del resto, non riguarda né Schlein né Meloni. Riguarda l'Italia dei prossimi dieci o vent'anni e una somma di questa consistenza è abbastanza importante da non poter essere utilizzata soltanto per dimostrare chi ha avuto l'idea migliore.
Tonino Cavallaro
LETTERA DI SCHLEIN (estratto)
Le proposte del PD in vista della legge di Bilancio. Nessun inciucio!
Siamo nel pieno di una crisi climatica che incide già profondamente sulle nostre vite, sulla nostra salute e quella del pianeta.
Nell’estate più calda di sempre abbiamo visto famiglie chiuse in casa per il caldo, ospedali sotto pressione, la sicurezza dei lavoratori ancora più fragile, campi bruciati dalla siccità, danni enormi da eventi estremi, e le immagini del Nepal devastato.
Le stime in Europa parlano di 35.000 morti premature per le ondate di calore, e di una perdita di 180 miliardi, l’1% del PIL europeo.
Il 12 agosto scorso il nuovo premier inglese Andy Burnham ha convocato una riunione d’emergenza sul clima, mentre il governo italiano continua a ignorare la portata della crisi e preferisce autocelebrarsi per la propria durata.
Da sei mesi la crisi dello Stretto di Hormuz sta provocando un forte aumento della quotazione del petrolio e ha più che raddoppiato quella del gas.
I prezzi alla pompa della benzina e del diesel sono saliti ai massimi storici e la bolletta energetica delle famiglie e delle imprese è aumentata, secondo alcune stime, di quasi 12 miliardi di euro.
Di fronte a questo disastro, la risposta del governo Meloni è stata totalmente inadeguata, con un susseguirsi di debolissime misure tampone, fino all’ultima mini-proroga del taglio dell’accisa sul gasolio che scadrà il prossimo 10 settembre.
Il nostro Paese è tra quelli maggiormente colpiti dalla crisi climatica ed energetica perché il Mediterraneo è una delle aree più vulnerabili del pianeta rispetto al riscaldamento globale e l’Italia è fortemente dipendente dal gas e dal petrolio che importiamo dall’estero.
Ogni tensione internazionale si scarica subito sulle bollette delle famiglie e sui costi di chi ha un negozio, un laboratorio, una fabbrica.
Mai come oggi è chiaro il legame tra clima, energia e geopolitica.
Ridurre i nostri consumi di gas e petrolio è la via maestra non solo per abbattere le emissioni di Co2 ma anche per tagliare i costi delle bollette e aumentare la nostra autonomia strategica.
A giugno la Commissione europea ha previsto per gli Stati membri la possibilità di usare fino allo 0,6 per cento del PIL in tre anni, in deroga ai vincoli di bilancio, per investimenti che accelerino la transizione energetica e ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili.
È una finestra temporanea da usare al meglio per costruire soluzioni durature, capaci di cambiare davvero il modello energetico del Paese e la vita delle persone.
Per l’Italia, questi spazi di flessibilità si traducono in circa 14 miliardi di euro di investimenti da finanziare entro il 2028.
Come Pd avanziamo oggi al governo una proposta di utilizzo di queste risorse, da concentrare su poche, importanti misure di carattere strutturale.
Il primo intervento è lo stanziamento di 2 miliardi per raddoppiare la dotazione di risorse del Conto Termico, il contributo a fondo perduto a favore dei privati, delle pubbliche amministrazioni e del terzo settore per la sostituzione degli impianti di climatizzazione a combustibili fossili con pompe di calore elettriche.
Aiuterebbe a ridurre la povertà energetica che colpisce il 9% delle famiglie italiane.
La seconda proposta è ampliare di 3 miliardi le risorse destinate dal Piano Casa per l’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), consentendo la riqualificazione energetica di 100 mila case popolari, dove vivono le famiglie più esposte al caro bollette, spesso costrette a scegliere tra riscaldare la casa e pagare le altre spese.
Terzo punto: stanziare 4 miliardi per incentivare le imprese nell’elettrificazione dei processi industriali a bassa e media temperatura, aiutandole a ridurre i consumi di gas naturale (e sostenendo la filiera delle pompe di calore industriali, di cui l’Italia è il primo produttore in Europa).
Quarta misura: 3 miliardi per rifinanziare il Fondo unico per il potenziamento delle reti metropolitane e del trasporto rapido di massa e per l’acquisto di autobus elettrici, con l’obiettivo di rendere il sistema di trasporto pubblico nelle nostre città più moderno e meno inquinante.
Quinta misura: 2 miliardi per l’efficientamento delle reti elettriche, lo sviluppo di sistemi di batteria e accumulo e delle colonnine di ricarica.
Per sfruttare pienamente gli investimenti in eolico e fotovoltaico e per accelerare l’elettrificazione del parco auto.<
A queste misure andrebbe associata immediatamente una riduzione della tassazione dell’energia elettrica, sollecitata anche dalla Commissione europea, perché è assurdo che sia tassata più del gas.
La nostra proposta è ambiziosa ma pienamente fattibile, anche perché in molti casi fa leva su strumenti già esistenti.
Per attuarla servono volontà politica e la capacità di guardare oltre l’emergenza.
Mentre altri Paesi europei si muovono con una visione di lungo periodo, l’Italia rischia di restare ferma, con un governo che di clima non parla e di energia si occupa solo per tamponare la situazione immediata.
Il tempo per cambiare rotta e proteggere davvero le famiglie e le imprese italiane c’è ancora, ma bisogna fare in fretta e noi ci siamo.






