TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA
La parola di Papa Leone
XIV VEGLIA CON I GIOVANI IN FRANCIA MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE
Non siamo soli nel cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova.
Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura.
Questa pace, il Signore la realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La «buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm 6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.
In questa luce, guardiamo le due reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
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Beati quelli che pensano?
Una lettura laica del Vangelo di Matteo – 1° novembre
Commentare in chiave laica il Vangelo di questa domenica, dedicato alle Beatitudini, non è certamente facile. Siamo di fronte a uno dei testi più conosciuti e, al tempo stesso, più permeati di significati teologici dell'intera tradizione cristiana.
Eppure, qualcosa da dire credo ci sia.
Vorrei partire da una delle Beatitudini che ho già avuto modo di commentare in passato: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Se per poveri in spirito dobbiamo intendere coloro che accettano supinamente le interpretazioni umane dei testi considerati parola di Dio, allora qualcosa non mi torna. Se Dio ci ha dotati di un cervello pensante, perché non dovrebbe essere felice di constatare che lo utilizziamo, anche nel tentativo di dipanare la matassa, spesso assai intricata, dei dogmi elaborati nel corso dei secoli?
Non pretendo di sapere che cosa pensi Dio, né di possedere risposte definitive ai misteri che accompagnano l'esistenza umana. Ma proprio per questo ritengo che la ragione, il dubbio e la ricerca debbano essere considerati strumenti preziosi, non ostacoli alla fede. Nel corso della storia, una selva di profeti, teologi, filosofi e interpreti delle Scritture ha prodotto infinite pagine, spesso presentate come ispirate direttamente dalla divinità. Ma l'ispirazione dichiarata non può esonerare nessuno dalla verifica, dal confronto e dalla critica. Un'affermazione non diventa vera soltanto perché qualcuno sostiene di averla ricevuta da Dio.
La storia, del resto, ci offre esempi straordinari di uomini che hanno avuto il coraggio di pensare, dubitare e mettere in discussione le verità del proprio tempo. Penso a Tommaso Campanella, che pagò duramente la propria libertà intellettuale; a Giordano Bruno, condannato al rogo dall'Inquisizione; a Gioacchino da Fiore, le cui riflessioni sulla storia e sul futuro della Chiesa suscitarono un enorme interesse e furono oggetto di discussione,
Penso a Tommaso Campanella, che pagò duramente la propria libertà intellettuale; a Giordano Bruno, condannato al rogo dall'Inquisizione; a Gioacchino da Fiore, le cui riflessioni sulla storia e sul futuro della Chiesa suscitarono un enorme interesse e furono oggetto di discussione, a Baruch Spinoza, che ebbe il coraggio di affrontare criticamente le Scritture e di rivendicare la libertà di pensiero e di filosofare, senza riconoscere alle autorità religiose il monopolio della verità. E penso, naturalmente, a Francesco d'Assisi, la cui scelta radicale di povertà e di vicinanza agli ultimi rappresentò una profonda critica ai privilegi e alle ricchezze del suo tempo.
Sono figure molto diverse tra loro, e non tutte hanno avuto lo stesso rapporto con la Chiesa e con la Fede. Ma ciascuna, a suo modo, ci ricorda che la storia del pensiero umano è fatta anche di uomini che non si sono accontentati delle risposte già confezionate.
E allora, tornando alle Beatitudini, mi domando: dobbiamo necessariamente leggerle soltanto come promesse di una ricompensa ultraterrena?
«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati».
Questa affermazione può parlare anche a chi non crede in un regno dei cieli. La fame di giustizia è una condizione profondamente umana. È la protesta di chi non accetta che la ricchezza di pochi si costruisca sulla povertà di molti, di chi non si rassegna alle discriminazioni, di chi ritiene che ogni essere umano debba poter vivere con dignità.
E ancora: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
Anche qui, al di là della prospettiva religiosa, possiamo riconoscere un principio che riguarda tutti. La pace non è soltanto assenza di guerra, ma capacità di costruire rapporti fondati sul rispetto, sulla comprensione e sulla giustizia. Non basta invocarla: bisogna praticarla, anche quando richiede di rinunciare a interessi personali o collettivi.
Naturalmente, non tutte le Beatitudini possono essere tradotte senza difficoltà in un linguaggio laico. Il loro significato religioso rimane centrale per chi crede. Ma questo non impedisce a chi non crede di interrogarsi sui valori umani che esse esprimono.
Personalmente, ritengo che il vero problema non sia stabilire se la ragione possa spiegare ogni mistero dell'esistenza. Probabilmente non potrà farlo. Il problema è capire perché dovremmo rinunciare a utilizzarla proprio quando ci troviamo davanti a qualcosa che non comprendiamo.
Il dubbio non è necessariamente una forma di negazione. Può essere il primo passo verso una conoscenza più profonda. E l'umiltà, quella autentica, non consiste nel rinunciare a pensare, ma nel riconoscere che le nostre conoscenze sono limitate e che nessuno possiede il monopolio della verità.
Se Dio esiste e ci ha dotati di ragione, non vedo perché dovremmo considerare il suo utilizzo una mancanza di rispetto nei suoi confronti, allora, probabilmente, potremmo formulare anche una beatitudine laica:
Beati coloro che non smettono di pensare, perché non avranno mai paura di cercare la verità.
E, aggiungerei, beati coloro che, pur non avendo la certezza di trovare tutte le risposte, continueranno a cercarle senza rinunciare alla propria umanità.
Tonino Cavallaro
(Nell'allegato trovate l'opuscolo della Gioventù Ardente Mariana con il Vangelo a Fumetti per i più piccoli)






