Sfogliando l’ultimo numero de l’INTERNAZIONALE, Due articoli provenienti dall’Ucraina e dalla Danimarca hanno suscitato in me un certo interesse. Pongono una questione fondamentale: le mosse di Donald Trump nei confronti della Russia stanno davvero aprendo la strada alla pace o rischiano di indebolire ulteriormente l’Ucraina e la credibilità dell’Occidente?
Il punto di vista ucraino
Nel suo articolo «Gli Stati Uniti cambiano strategia sull’Ucraina», Tim Zadorožnyj, del Kyiv Independent (pp. 18-19), racconta lo sconcerto della delegazione ucraina davanti alla decisione americana di autorizzare le esportazioni di gasolio russo, chiedendo contemporaneamente a Kiev di fermare gli attacchi alle raffinerie russe.
Un passaggio dell’articolo riassume il sentimento dei negoziatori ucraini:
«Non è così che si comportano gli alleati».
La frase, pronunciata da un funzionario ucraino citato nell’inchiesta, esprime una crisi di fiducia che va ben oltre la singola decisione economica. Kiev teme di essere spinta a rinunciare ai propri strumenti di pressione mentre Mosca continua a colpire le infrastrutture ucraine.
Il problema è evidente: quale credibilità può avere una tregua se le restrizioni non valgono per entrambe le parti? E quale pace può nascere da un negoziato nel quale il paese aggredito teme di perdere progressivamente il sostegno del proprio principale alleato?
La critica dalla Danimarca
La questione viene affrontata da una prospettiva europea da Michael Jarlner, editorialista di Politiken, nell’articolo «L’Ucraina fra Trump e l’Europa» (p. 17).
Jarlner scrive che l'intesa sul gasolio russo permette a Mosca di ottenere nuove entrate per la guerra e una vittoria propagandistica proprio mentre gli alleati europei cercano di isolarla. La sua valutazione della politica estera di Trump è particolarmente dura: parla di una «dottrina mafiosa».
Ma l’editoriale non risparmia neppure l’Europa. L’autore ricorda come diversi governi europei abbiano difeso i propri interessi economici durante le trattative sulle sanzioni, anche a scapito di una strategia comune.
La sua critica tocca quindi un punto essenziale: non basta denunciare le contraddizioni americane se, quando sono in gioco i propri interessi, gli stessi governi europei fanno prevalere le convenienze nazionali sulla solidarietà proclamata.
La pace non si misura dagli annunci
I due contributi, pur diversi per impostazione, convergono su un interrogativo che non possiamo eludere. Trump sostiene di voler arrivare a una soluzione del conflitto, ma le decisioni descritte dal Kyiv Independent rischiano di rafforzare economicamente Mosca e di ridurre il potere negoziale di Kiev.
Questo non significa che ogni trattativa sia sbagliata, né che la pace debba essere rifiutata per principio. Significa, piuttosto, che occorre giudicare un accordo dalle sue condizioni concrete: quali garanzie offre all’Ucraina? Quali obblighi impone alla Russia? E soprattutto, chi sarà costretto a pagare il prezzo maggiore?
L’Europa, intanto, non può limitarsi a denunciare le scelte di Washington. Se vuole avere un ruolo credibile, deve superare le proprie divisioni e dimostrare che la sicurezza di un paese aggredito non è subordinata, ogni volta, alla convenienza economica del singolo Stato.
La vera questione, dunque, non è soltanto che cosa voglia Trump, ma quale pace si stia cercando di costruire. Una pace fondata su garanzie reciproche può aprire una prospettiva. Una pace ottenuta indebolendo chi ha subito l’aggressione rischia invece di preparare il terreno al conflitto successivo.
E l'Italia? Tra alleanza americana e interesse nazionale
A questo punto la riflessione deve riguardare anche il nostro Paese. Dove si riconosce il governo italiano? Nella linea di Trump, che punta a riaprire gli spazi commerciali con Mosca, oppure nella posizione di Kiev e di chi, in Europa, considera indispensabile mantenere la pressione sulla Russia?
La risposta ufficiale di Giorgia Meloni, almeno sull'accordo relativo al gasolio russo, è netta. Il 14 ottobre la presidente del Consiglio ha definito l'intesa «una scelta che io considero molto rischiosa», avvertendo che potrebbe fornire nuove risorse a Mosca e indebolire le sanzioni. Ha anche sostenuto che contenere il costo dell'energia è necessario, ma che l'accordo americano non garantisce il risultato sperato. [Fonte: Presidenza del Consiglio, comunicazioni parlamentari del 14 ottobre 2026.]
Resta però una domanda politica: quanto è solida questa posizione quando la solidarietà internazionale entra in conflitto con le convenienze economiche interne?
Che cosa converrebbe, egoisticamente, all'Italia?
Nel breve periodo, la risposta potrebbe sembrare semplice: energia meno cara, rapporti commerciali più liberi, minori pressioni sui bilanci delle famiglie e delle imprese. Ma questa convenienza è davvero garantita? L'apertura alle esportazioni russe non comporta automaticamente una riduzione dei prezzi italiani, determinati anche dalle quotazioni internazionali, dai costi di trasporto e dagli equilibri complessivi del mercato.
Esiste poi un interesse meno immediato, ma decisivo: la sicurezza europea. Se un accordo lasciasse la Russia economicamente in grado di proseguire la guerra e rendesse l'Ucraina più vulnerabile, l'Italia potrebbe trovarsi in futuro a sostenere costi politici, militari ed economici ancora maggiori.
Naturalmente, sostenere Kiev non significa ignorare le difficoltà delle imprese italiane o chiedere sacrifici senza limiti ai cittadini. Significa piuttosto valutare se il risparmio immediato eventualmente ottenuto compensi i rischi di una maggiore instabilità alle porte dell'Europa.
È qui che la riflessione di Michael Jarlner acquista un significato anche per noi: l'Europa non può rimproverare a Washington di privilegiare i propri interessi e poi comportarsi allo stesso modo quando sono in gioco le convenienze nazionali. E l'Italia non può invocare una strategia europea comune se, al momento delle decisioni, ciascun governo guarda soltanto al proprio tornaconto.
La questione, quindi, non è scegliere astrattamente fra America, Ucraina ed Europa. È stabilire quale linea tuteli meglio gli interessi italiani nel tempo: una convenienza commerciale immediata, oppure una pace sostenibile, fondata su garanzie di sicurezza e su un'Europa capace di agire con una voce comune?
Perché l'interesse nazionale non coincide necessariamente con il vantaggio economico del momento. A volte richiede di rinunciare a un beneficio immediato per evitare un costo futuro assai più pesante.
E infine, la Calabria? Chi paga il prezzo delle crisi internazionali?
C’è infine una domanda che riguarda da vicino le regioni periferiche come la Calabria: in questo scenario avremo qualche beneficio oppure rischiamo di pagare ancora una volta un prezzo più alto?
Per chi vive in una regione alle prese con salari modesti, difficoltà occupazionali, servizi sanitari insufficienti, collegamenti spesso inadeguati e spopolamento, le grandi strategie internazionali non sono una questione astratta. Si misurano sul costo della spesa, sulle bollette, sul prezzo dei carburanti, sulla possibilità di raggiungere un ospedale e sulle opportunità offerte ai giovani.
Un eventuale riavvicinamento commerciale alla Russia potrebbe contribuire a ridurre alcuni costi energetici, ma non esiste alcuna garanzia che ciò avvenga, né che i risparmi si trasferiscano effettivamente alle famiglie calabresi. Al contrario, una nuova instabilità internazionale potrebbe aggravare le difficoltà delle imprese, dei trasporti e delle attività produttive.
La Calabria, tuttavia, non è condannata a subire soltanto le conseguenze negative. Le risorse europee, gli investimenti infrastrutturali, il turismo, l’agroalimentare e le potenzialità del porto di Gioia Tauro possono rappresentare occasioni concrete di sviluppo. Ma occorrono progetti realizzati, servizi efficienti e lavoro stabile, non soltanto finanziamenti annunciati.
È questo il punto politico essenziale: mentre le grandi potenze negoziano energia, sicurezza e influenza, chi rappresenta i territori più fragili deve pretendere che gli interessi nazionali ed europei comprendano anche la riduzione delle disuguaglianze territoriali.
Per la Calabria, dunque, la vera questione non è soltanto chi vincerà la partita tra Trump, Putin e l’Europa, ma chi farà in modo che i cittadini calabresi non continuino a perdere. Al momento, però, non vedo né difensori né attaccanti di razza: al massimo, qualche discreto mediano di contenimento.
Una strategia internazionale può dirsi davvero vantaggiosa per l’Italia soltanto se contribuisce a rendere più sicura e prospera anche la sua periferia. E questa non è soltanto una mia opinione: è il principio secondo cui la crescita di un Paese non può essere considerata un successo se lascia indietro interi territori. Altrimenti, potremo continuare a parlare di accordi, sanzioni e interessi nazionali, mentre per molti cittadini resteranno irrisolti i problemi più elementari della vita quotidiana. Con una conseguenza ulteriore: le difficoltà delle periferie, se trascurate, finiscono per ripercuotersi anche sui grandi centri urbani, alimentando disuguaglianze, emigrazione e disagio sociale.
Fonti: Tim Zadorožnyj, «Gli Stati Uniti cambiano strategia sull’Ucraina», The Kyiv Independent, in Internazionale n. 1687, 16 ottobre 2026, pp. 18-19; Michael Jarlner, «L’Ucraina fra Trump e l’Europa», Politiken, in Internazionale n. 1687, 16 ottobre 2026, p. 17






