Un'opera d'arte, una riflessione sul futuro e alcuni ricordi che ritornano
Stamattina, leggendo le novità nel campo dell'arte che Artribune.com puntualmente, intorno alle tre, invia nella mia casella di posta elettronica, sono rimasto colpito da un titolo: L'arte anticipa il futuro: l'artista Arthur Jafa immagina un domani senza umanità.
L'articolo mi ha incuriosito e mi ha riportato alla memoria una giovane studentessa, Alessia, figlia di un carissimo amico, il professor Luigi Niger, apprezzato psicologo e sociologo, scomparso prematuramente qualche anno fa.
Devo ad Alessia la scoperta delle intuizioni di Michel Foucault. Fu lei a farmi apprezzare il pensiero del filosofo francese, spingendomi poi ad approfondirne gli scritti. E così, leggendo di un'opera d'arte che immagina un pianeta senza esseri umani, il pensiero è tornato a quelle letture, sedimentate nella memoria e riemerse quasi per caso.
Un oceano senza uomini
L'opera di cui parla Artribune è AGHDRA, un'installazione video realizzata nel 2021 dall'artista statunitense Arthur Jafa. Ottantacinque minuti di immagini generate al computer ci conducono in un oceano che non esiste: una distesa di materia scura e densa, simile a lava raffreddata, attraversata da onde che si gonfiano senza infrangersi mai, sotto un sole che non tramonta.
Non ci sono personaggi, città o presenze umane. Nessun testimone, nessuno sguardo al quale affidare il racconto. Eppure, nulla si arresta. Le onde continuano a muoversi, la materia sembra conservare la memoria di ciò che l'ha attraversata, mentre suoni profondi e frequenze cupe avvolgono lo spettatore in un'atmosfera ipnotica e inquietante.
È un mondo senza uomini, ma non un mondo morto.
La riflessione che accompagna il video sposta l'attenzione dal destino dell'umanità a quello del pianeta. La Terra ha attraversato estinzioni di massa, glaciazioni e catastrofi cosmiche, continuando a esistere ben oltre la scomparsa di moltissime specie. Non è detto che la fine di una civiltà coincida con la fine del pianeta che l'ha ospitata.
L'essere umano, al contrario, dipende da equilibri climatici, biologici e ambientali che non può distruggere impunemente. La Terra potrebbe sopravvivere alla nostra scomparsa; noi non potremmo sopravvivere alla perdita delle condizioni che rendono possibile la nostra esistenza.
Il pianeta e il mondo
Nella didascalia che accompagna AGHDRA compare una distinzione particolarmente significativa, attribuita allo storico Dipesh Chakrabarty: quella tra il pianeta e il mondo.
Il pianeta è la realtà fisica che continuerà il proprio corso. Il mondo è invece lo spazio nel quale viviamo, fatto di relazioni, città, infrastrutture, attività economiche e condizioni ambientali che permettono alle società umane di esistere.
Il pianeta potrebbe continuare a esistere anche quando il nostro mondo non fosse più abitabile.
AGHDRA è il pianeta senza il mondo. In questa formula è racchiuso il senso più inquietante dell'opera: la natura non ha bisogno della nostra presenza per continuare a trasformarsi, ma noi abbiamo bisogno di condizioni naturali che consentano alla vita umana di proseguire.
È una riflessione che riguarda anche il nostro modo di intendere il progresso. Ogni città costruita, ogni infrastruttura realizzata, ogni watt prodotto vengono normalmente misurati in termini di crescita e di rendimento. Ma se il criterio decisivo del futuro fosse un altro? Se dovessimo valutare le nostre attività anche in base alla loro capacità di mantenere abitabile il pianeta?
L'eccessiva antropizzazione, il consumo del suolo, la distruzione degli habitat e lo sfruttamento incontrollato delle risorse non rendono inevitabile l'estinzione dell'umanità, ma possono compromettere progressivamente le condizioni della sua sopravvivenza. È una prospettiva che merita attenzione ben oltre i confini dell'arte contemporanea.
Foucault e la morte dell'uomo
A questo punto il mio pensiero s'incentra su Michel Foucault.
Nel 1966, con Le parole e le cose, il filosofo metteva in discussione la centralità dell'uomo nella cultura moderna. Riprendendo e sviluppando questioni che attraversano anche il pensiero di Nietzsche, arrivava a evocare la possibile «morte dell'uomo»: non la scomparsa biologica della specie, ma la fine di una particolare concezione dell'uomo come centro del sapere e misura della realtà.
Foucault non aveva previsto l'estinzione dell'umanità. La sua era una riflessione filosofica sulla storicità dell'idea stessa di uomo, sulla possibilità che una figura considerata fondamentale dalla cultura moderna non fosse eterna né universale.
Eppure, davanti alle immagini di Jafa, quell'intuizione sembra acquistare una nuova risonanza.
Che cosa accade quando l'uomo non è più presente a osservare, interpretare e trasformare il mondo? Che cosa rimane quando viene meno il soggetto che attribuisce significato alle cose?
Il video non offre una risposta teorica. Mostra un oceano immaginario che continua a muoversi, indifferente all'assenza di chi potrebbe guardarlo. È proprio questa indifferenza a renderlo così potente.
Non è necessario supporre che Jafa abbia voluto illustrare Foucault. È sufficiente che la sua opera ci induca a porci domande che, da un'altra prospettiva, il filosofo aveva contribuito a formulare.
Un ricordo di Carlo Cassola
Il titolo di Artribune e le immagini di AGHDRA mi hanno riportato alla mente anche un altro protagonista della cultura italiana: Carlo Cassola, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente durante la mia esperienza di libraio in Svizzera.
Penso in particolare a Il superstite, romanzo del 1978 nel quale Cassola immagina le conseguenze di una catastrofe nucleare. Il protagonista è un cane, Lucky, che riesce a uscire dal rifugio nel quale era rimasto intrappolato e si ritrova in un mondo devastato, nel quale la vita sembra essere scomparsa.
Non soltanto gli esseri umani, ma anche gli altri animali sono venuti meno. Il cane vaga in una realtà che non comprende più, cercando presenze che non esistono. E poi, nel ricordo della lettura che porto con me, compare un incontro minuscolo e straordinario: quello con un pesciolino, una vita residua davanti alla quale il cane si ferma, come rapito dalla meraviglia.
È un'immagine che mi ha sempre colpito. Dopo la catastrofe, dopo la scomparsa di ciò che popolava il mondo, basta una creatura vivente a restituire alla vita un valore assoluto.
In Cassola il rischio della distruzione è legato alla capacità dell'uomo di autodistruggersi, in particolare attraverso la guerra nucleare. In Jafa, invece, la dimensione umana è semplicemente assente da un paesaggio che continua a esistere. Sono immagini diverse, nate da percorsi differenti, ma entrambe ci obbligano a ridimensionare la presunzione della nostra centralità.
Il cane di Cassola e l'oceano di Jafa sembrano dirci, ciascuno a modo proprio, che la vita non coincide con le nostre costruzioni, le nostre ambizioni e i nostri progetti. E che la sua fragilità dovrebbe indurci a una maggiore consapevolezza.
Un lettore occasionale, ma non immemore
Non sono un filosofo né un critico d'arte. Sono un lettore che, di tanto in tanto, si imbatte in un'opera, una frase o un'immagine capace di risvegliare ricordi e collegare pensieri lontani.
Stamattina è accaduto proprio questo. Un articolo di Artribune mi ha riportato ad Alessia e ai suoi studi su Foucault, al ricordo del professor Luigi Niger, alla figura di Carlo Cassola che ho conosciuto personalmente e a un romanzo che, evidentemente, non ha smesso di interrogarmi.
Forse il valore di certe letture sta proprio nella loro capacità di non esaurirsi nel momento in cui le affrontiamo. Restano in un angolo della memoria e, anni dopo, tornano a parlarci attraverso qualcosa di apparentemente lontano: un video, un oceano immaginario, un cane che incontra un pesciolino.
Non so se l'eccessiva antropizzazione condurrà fatalmente all'estinzione del genere umano. Nessuno può affermarlo con certezza. So però che una civiltà che considera la natura soltanto una riserva di risorse da sfruttare rischia di compromettere le condizioni da cui essa stessa dipende.
Forse non dobbiamo salvare la Terra come se fosse una creatura indifesa che attende il nostro intervento. Dobbiamo piuttosto imparare a non distruggere ciò che rende possibile la nostra permanenza su di essa.
E allora, tornando a Foucault, a Cassola e ad Arthur Jafa, la domanda che mi pongo e vi pongo, è questa:
E se il vero interrogativo del futuro non fosse come salvare il pianeta, ma se siamo ancora capaci di salvare il mondo che su quel pianeta abbiamo costruito?
Una domanda nata dalla lettura di un articolo d'arte, ma che finisce per riguardare tutti noi.
Grazie per l'attenzione
Tonino Cavallaro,
lettore occasonale
Fonte: www.artribune.com
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